Le consultazioni, spesso osteggiate dai partiti, hanno segnato alcune delle pagine più importanti della storia del Paese. Per questo si tratta di uno strumento che va difeso

La democrazia che torna nelle nostre mani. Sì, perché la Costituzione è una macchina meravigliosa, complessa come il meccanismo di un orologio che riesce a funzionare soltanto bilanciando pesi e contrappesi, ma progettata guardando ai tempi futuri. Nel 1947 uno dei suoi padri più nobili, Piero Calamandrei, si è chiesto «come i posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente, se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo la Costituente romana, dove un secolo fa sedeva Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i posteri sentiranno tra un secolo che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia». Per rendere la Carta capace di guardare tanto avanti, si è fatto tesoro delle lezioni del passato cercando di impedire che il sistema degenerasse, come era accaduto persino ai modelli più virtuosi dell’antichità quale l’Atene di Platone. La sua missione è difendere la libertà: un bene che nell’Italia uscita dal ventennio fascista, dalla guerra e dall’orrore dell’occupazione nazista era considerato il più prezioso di tutti.

 

Ed ecco che nella nostra democrazia rappresentativa è stato introdotto una sorta di “freno d’emergenza” per avere la certezza che il popolo potesse imporre sempre la sua volontà, anche quando i partiti e il Parlamento avessero smesso di ascoltarlo. Si tratta del referendum, il più efficace modello di democrazia diretta: una bacchetta magica offerta ai cittadini per sciogliere i nodi irrisolti e obbligare la classe politica ad affrontare nuovi temi di discussione. Negli anni Settanta, grazie ai referendum, sono stati messi in moto processi di trasformazione sociale e politica, imponendo diritti fondamentali come il divorzio e l’aborto. 

 

Oggi invece la democrazia è in crisi. La sfiducia nei partiti continua a crescere ed è testimoniata dal boom delle astensioni nelle ultime elezioni. Sempre più italiani disertano le urne e non si rendono conto di perdere così la libertà più importante: quella di voto. Questa deriva rinunciataria può essere spezzata grazie ai referendum che danno a ogni persona una chance di cambiare direttamente le cose, scavalcando la mediazione dei partiti. È un potere straordinario, tanto temuto dalla partitocrazia da averla spinta a lanciare campagne per invitare i cittadini “ad andare al mare” e non partecipare all’unica consultazione in cui possono scegliere senza demandare il compito ai parlamentari.

 

L’occasione per tornare a essere padroni della democrazia potrebbe arrivare presto. Nella giornata del 20 gennaio la Consulta si è pronunciata sui referendum proposti dalla Cgil che la scorsa estate in poche settimane ha raccolto quattro milioni di firme, unendo l’adesione digitale ai tradizionali banchetti. Si riscontra in generale un grande vuoto di informazione, che porta ancora tanti a non conoscere o non comprendere la consultazione, anche se si tratta di problemi reali e molto sentiti, come i licenziamenti e la sicurezza dei luoghi di lavoro. È importante moltiplicare gli sforzi per far conoscere a tutti gli italiani il merito delle leggi che si vogliono abrogare: c’è bisogno di una grande campagna di promozione. Ma, cosa forse ancora più importante, è necessario anche fare capire ai cittadini che referendum significa libertà: è l’unico strumento che permette di rimettere la volontà delle persone al primo posto e rianimare la democrazia.

 

I quattro referendum promossi dalla Cgil, nel dettaglio, riguardano l’abrogazione dei licenziamenti del Jobs Act, la cancellazione del tetto all’indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese, l’eliminazione dell’uso indiscriminato dei contratti a termine, l’esclusione della responsabilità solidale di committente, appaltante e subappaltante negli infortuni sul lavoro. Il quinto referendum, infine, propone di dimezzare da 10 a 5 anni i tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di cittadinanza.