Quartiere Barra, c'è la Festa dei Gigli: i boss della malavita arrivano su un'auto d'epoca, in un tripudio di palloncini e applausi. Poi invitano tutti a "un minuto di silenzio per i morti nostri". E alla fine c'è pure la benedizione del parroco

L'ora X scatta alle 11 del mattino. La folla batte le mani a ritmo di musica, le note sono quelle della colonna sonora del capolavoro di Francis Ford Coppola sulla saga dei Corleone. La marea umana si apre al passaggio della Excalibur bianca su cui viaggiano i "padrini". Applausi a scena aperta: dall'alto piovono coriandoli, palloncini colorati di rosso e di blu vengono lasciati volare verso il cielo, in tanti immortalano quel momento con i telefonini di quarta generazione. I due "padrini" scendono dall'auto e cominciano a salutare gli organizzatori di quel momento di festa, gli uomini di uno dei clan più potenti della città. Appartengono alla stessa famiglia. Una stretta di mano e un bacio sulla bocca: sembra un film girato a Hollywood e, invece, è la cruda realtà. È successo domenica scorsa, a Napoli, all'apertura di una delle feste popolari più antiche e sentite, la "festa dei gigli" di Barra, nella zona orientale della città.

Un anno fa, l'Espresso aveva documentato il patto suggellato in piazza, sempre attraverso la festa, tra i clan del rione e i sanguinari "Scissionisti" di Secondigliano, tra Angelo Cuccaro e Arcangelo Abete. La Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Napoli avviò pure un'indagine ma nulla è cambiato. Anzi.

E domenica, i ras del quartiere hanno ribadito il loro predominio sul territorio presidiando direttamente il campo. Stavolta, davanti al "giglio dell'Insuperabile" c'era proprio il boss Angelo Cuccaro, scarcerato nel 2010 dopo dieci anni di reclusione. Camicia blu, cappellino da baseball bianco sul capo, era lui a dettare i tempi e a raccogliere l'omaggio dei suoi uomini.

Uno dei due "padrini del giglio", cioè colui che di fatto ha dato il via alla festa, è suo padre Antonio, che al suo arrivo ha dispensato baci sulle labbra ai "picciotti" davanti all'occhio vigile del boss: un gesto che sta a indicare, secondo gli esperti, il totale e indissolubile legame che c'è nella famiglia. Una consuetudine che accomuna, anche nella simbologia, quel clan ai cosiddetti "Scissionisti" della famigerata 167: lo scatto che immortalava il bacio tra il boss Carmine Martino e uno dei suoi uomini, tre mesi fa all'uscita in manette dagli uffici della Questura di Napoli, ha fatto il giro del Paese.

Un legame ancora più inquietante se si pensa che, proprio mentre il clan inaugurava la festa a Barra, dall'altro lato della città, a Secondigliano, la camorra riprendeva a sparare. A farne le spese un pregiudicato, Ciro Nocerino, ucciso con una ventina di proiettili calibro 9x21.

È il terzo morto in meno di due mesi. Gli investigatori non si sbilanciano, ma non è escluso che possa essere l'inizio di una nuova sanguinaria faida.

La notizia non deve essere arrivata a Barra, dove la festa è proseguita fino a notte fonda. Anche se c'è stato il tempo per «un minuto di silenzio per tutti i morti nostri», come ha intimato il capo. Poco dopo, le note di una canzone hanno ratificato il patto di sangue stretto da Angelo Cuccaro con Andrea Andolfi, altro spietato boss della zona. Il titolo è eloquente ("Sei grande"). il testo non lascia spazio a repliche: «So' stato grande e mò so' ancora cchiù grande… A gente d' o' quartiere 'Sei grande' adda cantà!». Di lì a poco arriverà anche l'omaggio degli organizzatori di un altro "giglio": «Noi vi amiamo», urla Lello 'O Cavallaro, al secolo Raffaele Maddaluno. Suo fratello, Ciro, è il suocero di Cuccaro: quattro mesi fa la Dda della Procura di Napoli gli aveva sequestrato beni per 25 milioni di euro. È il momento in cui un corteo di donne e uomini si reca in processione a salutare il boss: strette di mano, baci e abbracci a quello che, un anno fa, un altro brano salutava come 'O Re.

Così, la festa da occasione di divertimento diventa megafono per messaggi destinati ai rivali. Anche attraverso segnali che ai più sembrano semplici convenevoli. Niente pizzini, nessun biglietto scritto con un vecchia macchina da scrivere: tutto si consuma alla luce del sole. Il boss pretende per sé gli uomini più forti, i musicisti migliori: la festa deve essere la manifestazione plastica del suo dominio totale sul territorio. Perché è colui che può dar lavoro e benessere, ma anche seminare morte. Può dosare gioie e dolori, concedere o sottrarre la festa, come un imperatore. Tutti lo sanno. Alla festa della camorra non si è sottratto nemmeno uno dei parroci del quartiere, quando si è trattato di benedire l'obelisco del clan con tanto di paramenti sacri nella piazza principale del quartiere. Succede anche questo in pieno giorno a Napoli, senza che nessuno ritenga di dover intervenire.

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