Si sono insediati e infiltrati. Con calma, lentamente, in poco più di un decennio hanno fatto dell'Emilia Romagna l'ultima terra di conquista. Qui le mafie non hanno usato le armi, anzi hanno evitato delitti clamorosi: si sono radicate nel territorio grazie ai soldi, senza bisogno di sparare. L'immagine choc del revolver sul piatto di tagliatelle è lontana dalla realtà: i boss si sono infilati tra la via Emilia e il West sfruttando la crisi di un tessuto economico fatto di coop e piccole imprese mettendo sul tavolo quattrini e collusioni.
Così nella nebbia padana hanno creato una zona grigia dove si incontrano professionisti bolognesi e capi siciliani, politici parmensi e padrini casalesi, medici romagnoli e killer calabresi, imprenditori modenesi e sicari campani: uniti per corrompere, riciclare, investire, costruire. Una mano lava l'altra, in un circuito che diventa sempre più ricco, sempre più sporco ed irresistibile. Eppure tantissimi negano l'evidenza o la minimizzano: "La mafia qui non esiste" è uno slogan ripetuto soprattutto da politici e imprenditori, ma che nasce anche da una cultura dell'onestà che non riesce ad accettare il contagio criminale. C'è chi non vuole vedere, per interesse o calcolo. Ma tanti non riescono ad aprire gli occhi, con casi clamorosi di prefetti che ignorano la realtà e persino di magistrati che respingono nelle sentenze l'ipotesi di un radicamento mafioso in questa terra. Una miopia che regala ai boss l'habitat perfetto per alzare il tiro.
Lo dimostra la vicenda di Paolo Bernini, ex assessore di Parma e consigliere del ministro Lunardi, che discuteva di affari con Pasquale Zagaria, fratello del re dei casalesi: "Non immaginavo chi fosse, mi è sembrato solo un imprenditore". Bernini è rimasto sulla sua poltrona in municipio nonostante le rivelazioni sulle sue relazioni pericolose: nessuno si è indignato, ma cinque anni dopo è finito in manette mentre intascava tangenti sulle mense degli asili. "Qui le attività illecite delle organizzazioni criminali non creano allarme sociale perché non riflettono il loro "disvalore" direttamente sulla popolazione", spiega un investigatore della polizia di Stato che conosce bene il territorio, "anche se in realtà sono per certi versi ancor più pericolosi sotto il profilo della "contaminazione" del tessuto sociale".
E il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso sintetizza il problema: "Trovo maggiore difficoltà a fare indagini antimafia in Emilia Romagna che a Palermo, Napoli o Reggio Calabria. Qui è più difficile distinguere il buono dal cattivo, perché qui si intrecciano". E il magistrato, responsabile dell'inchieste sui clan in tutta la regione, fa la diagnosi delle metastasi criminali: "La presenza della camorra e dei casalesi a Bologna, con amici e parenti del padrino Zagaria. La certezza della presenza della 'ndrangheta, sia lungo il percorso che va da Bologna verso Parma, Reggio Emilia e Piacenza, sia a Bologna stessa, dove abbiamo presenze molto significative e importanti in forte espansione. E poi Cosa nostra, con i catanesi. Insomma, non ci manca nulla". I narcos calabresi hanno messo le tende fra il capoluogo e Reggio Emilia.
A Bologna, oltre a trascorrere gli arresti domiciliari nella suite del più lussuoso albergo - come faceva Vincenzo Barbieri poi assassinato nel Vibonese - tiravano fuori dal bagagliaio della Maserati "Gran Turismo" sacchi stracolmi di banconote: i banchieri di San Marino venivano a prelevarli in città per trasportarli nei caveau del Titano. O che dire del primario di Imola che con la complicità di infermieri ha certificato il falso facendo evitare la cella ad un boss catanese che doveva scontare l'ergastolo al carcere duro. E poi geometri e ragionieri, uno di questi iscritto al Pd bolognese, al servizio delle cosche per occultare gli investimenti in immobili di pregio. C'è persino un maresciallo delle Fiamme Gialle che con il denaro sporco di un conoscente calabrese voleva finanziare una squadra di calcio a Rimini.
Quando i quattrini non bastano a garantire il risultato, si ricorre alla violenza ma dosandola con cura: attentati e intimidazioni si registrano quasi ogni giorno nei cantieri o negli uffici delle imprese ma restano nelle cronache cittadine. Tanto che il presidente di Confindustria Emilia Romagna, Gaetano Maccaferri di mafia in questa regione non ha mai sentito parlare. È di altro avviso, invece, Matteo Richetti, presidente del parlamento regionale, il quale sostiene che "la politica non può avere l'atteggiamento di chi attende l'esplosione di un fenomeno e alza la guardia per respingerlo solo con i comunicati stampa. Serve la capacità di contrastarlo".
È quasi paradossale notare come la denuncia più importante sia venuta da due imprenditori campani trapiantati nel Modenese: hanno fatto arrestare il nucleo locale dei casalesi, incluso il padre del grande capo Zagaria. Peccato che gli emiliani sembrino non aver gradito. Quella di Raffaele Cantile e Francesco Piccolo è una delle tante storie di collusione e contraddizioni che "l'Espresso" ha trovato lungo la via Emilia. Partendo da Nonantola, il centro a dieci chilometri da Modena dove vive una comunità che si è trasferita da Casapesenna: un paesino casertano che si è imposto nell'atlante mafioso come feudo di Michele Zagaria, il superlatitante catturato lo scorso 7 dicembre. I suoi uomini a Nonantola imponevano il pizzo e prendevano il controllo delle aziende. Ma solo i due costruttori campani hanno avuto il coraggio di andare dalla polizia.
Raffaele Cantile e Francesco Piccolo hanno 35 e 36 anni: dopo il diploma si sono impegnati nell'edilizia, senza vizi né protezioni. Da più di dieci anni sono residenti in provincia di Modena e su di loro garantiscono gli atti firmati dalla procura di Napoli. "I pm partenopei ci convocarono subito: volevano capire se eravamo dei matti", racconta a "l'Espresso" Raffaele Cantile. Nel 2007 Michele Zagaria, all'epoca latitante, gli aveva chiesto un incontro. Il giovane costruttore si presentò all'appuntamento e dopo aver affrontato gli scagnozzi del boss, li denunciò. "I tre magistrati di Napoli durante l'interrogatorio mi chiedevano: perché fate gli imprenditori a Modena? E perché denunciate? E come mai due giovani riescono a fatturare 20 milioni? Spiegai tutto il percorso imprenditoriale che per più di un decennio, da quando avevamo 19 anni, ci aveva portato in giro per l'Italia a partecipare a centinaia di appalti pubblici e che per un gioco del destino professionale, ma anche per un fattore sentimentale, siamo rimasti a Nonantola".
Secondo Cantile "in Emilia Romagna molti vogliono sottacere il fenomeno delle mafie per tenere pulito il nome del territorio o per dimostrare la buona amministrazione. Nessun sindaco vorrà mai ammetterlo, ma la mafia qui c'è". Denunciare i casalesi ha portato Cantile e Piccolo ad essere isolati dalla gente. Vengono tenuti lontani come se fossero loro i camorristi. "Dopo le intimidazioni e le bombe che ci hanno messo nei nostri uffici, e dopo le denunce contro Zagaria, non abbiamo ricevuto alcuna solidarità dall'amministrazione pubblica. Solo Confindustria Modena, l'Ance e la polizia ci sono stati accanto". Anzi, amministratori locali e dirigenti di banca hanno cominciato a calunniarli, a marchiarli come "camorristi", a revocare fidi sulla base di voci false creando un danno alla loro impresa più forte degli attentati. Oggi seduto alla scrivania del suo ufficio a Nonantola, Cantile appare mortificato, ma capace di sferrare attacchi contro chi non fa seguire le azioni alle parole: "I politici organizzano convegni sulle mafie, con tante belle parole per combatterle, ma nei fatti non si concretizzano".
L'Emilia Romagna è rimasta indietro rispetto alla Sicilia dove gli imprenditori che si ribellano vengono sostenuti dalla società civile, dalle associazioni di categoria, dalla Federazione antiracket e da Confindustria. "Attenzione a non sottovalutare ciò che avviene nella regione", avverte il presidente onorario della Federazione antiracket italiana, Tano Grasso: "Ciò che si sta verificando nelle aree del Centro-nord è quello che è accaduto agli inizi del Novecento negli Usa, con un'attività estorsiva che aveva un orizzonte di protezione etnica tra gli immigrati, che ha portato alla grande Cosa nostra americana".
caPina Maisano, la vedova di Libero Grassi che con il suo sacrificio vent'anni fa animò la prima rivolta contro il racket, da un mese è diventata emiliana. Conosce bene questi posti, dove vivono alcuni suoi familiari, e dopo aver ricevuto la cittadinanza onoraria di Casalecchio di Reno, ha detto: "Proprio al Settentrione è oggi fondamentale diffondere il messaggio di Libero per combattere contro l'omertà di tutti coloro che tacciono di fronte alle infiltrazioni malavitose, nascondendosi dietro il luogo comune secondo cui le mafie sono solo una questione meridionale".
Cantile ha compreso subito che il vero obiettivo dei camorristi non è il pizzo: "Quando Zagaria ci ha fatto contattare dalla latitanza abbiamo capito che lo scopo non era imporci la semplice estorsione ma appropriarsi dell'azienda. Perché una volta che mettono la valigetta con i soldi sul tavolo e ti dicono riciclali, in quel momento metti la tua vita nelle loro mani e finisce lì. Finisce da un punto di vista morale ed etico, oltre che professionale, perché diventi al servizio di questa gente. Abbiamo detto no. E siamo andati per la nostra strada con le nostre gambe. Denunciando tutto alla polizia". Altri invece cedono alla tentazione della scorciatoia, per cupidigia o perché strozzati dalla crisi: "I casalesi avvicinano gli imprenditori che lavorano al Nord e gli dicono: cosa ti serve? Vuoi fare la bella vita senza problemi? Vuoi le porte spalancate? Moltissimi dicono di sì. E diventano loro schiavi".
È con questi metodi, come sostiene il procuratore di Bologna, Roberto Alfonso, che i mafiosi si sono "radicati" nella regione fino a diventare una "presenza stabile e definitiva sul territorio degli affiliati alle organizzazioni mafiose" e tutto ciò "genera una sorta di colonizzazione da parte delle organizzazioni criminali". È ovvio che non è come la Sicilia, la Calabria o la Campania, perché le mafie "non hanno il controllo militare del territorio", però "è certo che vi svolgono attività illecite e vi fanno affari illeciti".
Tutto ciò è provato da decine di indagini avviate in tutte le province. E nuove inchieste toccano anche la politica. Fonti qualificate confermano a "l'Espresso" che "è in campo l'ipotesi investigativa che segnala una significativa e importante presenza di Cosa nostra in primarie attività economiche della regione". Indagini che potrebbero riservare sorprese clamorose. Da mesi gli inquirenti sono anche impegnati ad accertare la natura dei rapporti fra Calisto Tanzi, l'ex patron di Parmalat, l'imprenditore campano Catone Castrese, arrestato dai pm di Salermo a giugno per bancarotta, e alcuni soggetti legati alla camorra: il sospetto è che stessero organizzando un grande riciclaggio.
Da quando il procuratore Alfonso ha iniziato a dare impulso alle attività antimafia sul territorio, adottando una strategia che privilegia l'aggressione ai patrimoni illeciti, molti risultati stanno arrivando. Seppur tra mille difficoltà. Perché sono tantissime - ed è anche fisiologico che lo sia - le domande di sequestro di beni bocciate dai giudici. Vengono respinte pure molte richieste di arresto per persone accusate di aver aiutato la mafia. Nella maggioranza dei casi il ricorso alla Cassazione ha poi dato ragione alla procura.
I tribunali locali spesso sono apparsi quasi immaturi nel valutare le prove raccolte dalle forze dell'ordine. Se in Sicilia, Calabria o Campania un primario falsifica un certificato per tirar fuori dal carcere boss, il medico finisce sotto processo anche con l'aggravante di aver avvantaggiato l'organizzazione mafiosa. Se accade in Emilia Romagna, i giudici non riconoscono l'aggravante. Ed ecco un altro paradosso: anche l'antimafia viene importata. In Emilia Romagna contro i delitti associativi, ossia i crimini più gravi, intervengono spesso le procure di Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria con arresti e sigilli ai tesori. Ai pm bolognesi, che collaborano quasi sempre con i colleghi, rimane il compito di punire solo i reati dei singoli boss sul territorio. E le loro complicità, con un coinvolgimento crescente dei colletti bianchi.
Il penalista bolognese Manlio Guidazzi era l'avvocato del narcotrafficante calabrese Barbieri. Per gli investigatori il legale avrebbe ricoperto un ruolo che andava "ben oltre a quello del difensore", perché, si legge negli atti, Guidazzi "è perfettamente consapevole che Barbieri effettuava investimenti immobiliari e commerciali utilizzando fittizi intestatari". E Guidazzi "appare connivente nella realizzazione di tali progetti di investimento". A Modena un altro avvocato, Alessandro Bitonto, per punire due persone dalle quali aveva subito un torto, ha fatto ricorso a clienti "casalesi". Le vittime, convocate nel retrobottega di un bar sono state picchiate a sangue davanti al legale. Quest'ultimo, soddisfatto, il giorno dopo ha chiamato uno degli aggressori: "Devo ringraziarti personalmente perché ieri ho avuto una lezione di vita, nel modo di ragionare".