Il governo Monti voleva liberalizzare anche la ricerca di petrolio e gas sul territorio nazionale. Ma ha cancellato in extremis gli articoli peggiorativi dalla bozza. Ciò non toglie che il Paese sia ormai un groviera, come dimostra il dossier del Wwf che pubblichiamo in esclusiva

Tutti gli esperti, italiani e non, concordano che nel Belpaese c'è poco petrolio. Per giunta di scarsa qualità. E, come non bastasse, si trova molto spesso in aree urbanizzate o in tratti di mare davanti a coste con meraviglie culturali e ambientali. "Con tali premesse", dice Stefano Lenzi, responsabile dell'ufficio relazioni istituzionali di Wwf Italia, "non dovrebbero esserci appetiti delle compagnie petrolifere". E invece è il contrario: "Assistiamo a un progressivo saccheggio di oro nero e gas. Un'aggressione al territorio che avviene nell'indifferenza della politica e che rischia di depotenziare le nostre armi migliori: il turismo, da un lato, e dall'altro il patrimonio artistico per cui siamo famosi".

Parole non basate su posizioni ideologiche, né tantomeno su elementi generici. A certificare lo scempio in atto, e le regole che lo consentono, c'è un dossier inedito del Wwf titolato "Milioni di regali: Italia, far west delle trivelle". Ventuno pagine dove si illustrano i dettagli di questa vicenda, sconcertante per la sproporzione tra danno collettivo e interesse privato.

"In Italia", riferisce il report, "sono stati estratti nel 2010 tra terra e mare 8 miliardi di metri cubi di gas e 5 milioni di tonnellate di petrolio". Che a prima vista potrebbe sembrare una quantità enorme, ma non lo è affatto considerando che "il consumo nazionale medio annuo è pari a 93 milioni di tonnellate di petrolio greggio e 63,8 miliardi di metri cubi di metano". Inoltre, l'Italia è soltanto al quarantanovesimo posto mondiale per barili di petrolio estratto, il che si concretizza in un microscopico "0,1 per cento della produzione complessiva".

Dunque perché, è lecito chiedersi, tanta insistenza nell'impiantare pozzi e piattaforme nelle nostre regioni? E per quale motivo, questa fame di perforazioni, è condivisa da società straniere ma anche dall'italianissima Eni? "Semplice", risponde Maria Rita D'Orsogna, docente di Fisica all'università californiana di Northridge, nonché icona delle battaglie anti-trivelle: "La legislazione di casa nostra è scandalosa. Nel senso che favorisce al massimo le ditte estrattrici, mortificando invece le aree invase da pozzi e piattaforme". Il tutto, aggiunge, con "seri rischi per la salute ("molti degli idrocarburi contenenti petrolio hanno un'elevata tossicità per la specie umana", ricorda il dossier del Wwf) e crescente frustrazione dei cittadini, allarmati per lo sfruttamento ma trascurati dalle autorità nazionali".

Il punto chiave, racconta il report ambientalista alla voce "Paradiso fiscale", è quello contenuto nel decreto legislativo 625 del novembre 1996, dove si illustrano le esenzioni tributarie per chi in Italia estrae gas e petrolio. Nello specifico, "niente è dovuto sotto forma di royalty" da coloro che per ogni concessione estraggono dalla terraferma "entro 20 mila tonnellate di olio greggio e 25 milioni di metri cubi di gas (erano 20 fino al 2010)", mentre sul fronte mare non ci sono tasse per chi resta "entro 50 mila tonnellate di olio greggio e 80 milioni di gas (erano 50 fino al 2010)". Una norma discutibile, se si pensa che a fronte delle 136 concessioni di coltivazione a terra, solo in 21 casi nel 2010 c'è stato il pagamento di royalty" e che sul versante mare la proporzione è di 28 a 70. "Se a questo si aggiunge", illustra il dossier Wwf, "che sulle 59 società attive in Italia, giusto un pugno di grandi gruppi paga le royalty (Eni, Shell, Edison, Gas plus italiana, Eni mediterranea e Idrocarburi)", il quadro è chiaro. "E visti i risultati, desolante", dice Luigi Agresti di Wwf Basilicata.

Parole non casuali, le sue. "La Basilicata, infatti, è tra gli esempi storici di come le trivelle stiano penetrando il nostro Paese", riferisce D'Orsogna. "Dalla fine degli anni Novanta, è in atto in Val d'Agri lo sfruttamento dell'Eni di un giacimento da 90 mila barili al giorno", calcolano al ministero dello Sviluppo economico, con un impatto riassunto in 58 pozzi (39 già perforati, 19 ancora no) e 38 piattaforme, "con una durata del ciclo produttivo attorno ai 20-30 anni". Il risultato, a oggi, è stato "l'inquinamento di acqua, terra e aria", scrive il Wwf, mentre in un comunicato dell'Ola (l'Organizzazione lucana ambientalista) titolato "Petrolio, tra miti e falsità", si spiega che "negli ultimi vent'anni un cittadino lucano su due s'è ammalato di patologie cardiorespiratorie nell'area del centro oli di Viggiano (proprietà Eni)" e che "i malati di tumore sono ormai il doppio della media nazionale".

Malgrado ciò, è stata autorizzata la realizzazione di un ulteriore impianto a Tempa Rossa, nella val Camastra, che dovrebbe garantire a Total e Shell una produzione massima attorno ai 50 mila barili di greggio giornalieri. "Un'esagerazione", sottolineano gli ambientalisti, "ma comunque in linea con quanto avviene in altre Regioni". In Calabria, per dire, già esistono tre piattaforme e 82 pozzi e impianti per estrazione di metano. E ora tocca al progetto della Jonica gas Spa, società dell'Eni che prevede la trivellazione del fondale marino fino a 1.810 metri di profondità nella zona di Capo Colonna (accanto a Crotone). "Piccolo particolare", ricorda chi critica l'iniziativa, "l'area è accanto alla riserva marina statale di Isola di Capo Rizzuto, e il mare che circonda Capo Colonna è stato classificato zona A, cioè riserva integrale".

Dettagli inutili, per chi come Jonica gas ha già ricevuto le necessarie autorizzazioni. E comunque trascurabili, visto il trattamento bonario che la legge italiana riserva alle aziende estrattrici, operative a tutto campo dalla Sicilia (settimo posto nella classifica 2009 di aliquote versate alle Regioni) al Piemonte (quinto), dall'Emilia Romagna (seconda) alla Puglia (quarta). Con il caso significativo dell'Abruzzo, dove il Wwf ha calcolato che "negli ultimi sette anni il totale dei metri cubi di gas estratti in mare, ed esentati dal pagamento di royalty, cioè regalati, è stato di 840 milioni 461 mila 216 Smc (unità di misura dei gas)", pari a quanto "consumato nello stesso periodo da 600 mila famiglie", e calcolabile "in circa 50 milioni di euro lordi".

Cifra già di suo importante ma che lo diventa ancora di più se inserita nell'altra polemica che oppone gli estrattori di gas e petrolio (fermi sulla linea del "lasciateci lavorare in pace e ci guadagneremo tutti") e gli ambientalisti. "Da considerare", dice infatti il report Wwf, c'è che per ogni permesso di coltivazione sulla terraferma "le Regioni ricevono (da chi estrae) il 55 per cento dell'aliquota", mentre un misero 15 per cento finisce nelle casse dei Comuni coinvolti. I quali, va specificato, hanno l'obbligo di destinare queste risorse allo sviluppo "dell'occupazione, delle attività economiche, dell'incremento industriale e di interventi ambientali".

"Ottime intenzioni", commenta un dirigente Total, "ma onestamente irrealizzabili con le briciole concesse ai territori - grazie alla legge in vigore - dalle compagnie petrolifere". Basti pensare che in Basilicata sui 3,6 miliardi di bilancio di previsione del 2012 solo 136 milioni derivano da royalty. Per cui non può stupire che, sabato 21 gennaio, "cittadini, società civile, associazioni, sindacati, imprese, forze politiche e anche istituzioni locali e regionali pugliesi", così recita il volantino, si siano dati appuntamento a Monopoli (Bari) con lo slogan "Difendiamo la Puglia dalle multinazionali del petrolio".

Il dato di partenza, ricorda il comitato "No petrolio, sì energie rinnovabili", è che "sono state concesse 14 autorizzazioni per ricerca di idrocarburi su terra, mentre altre quattro società (l'irlandese Petroceltic, Eni e le inglesi Northen Petroleum e Spectrum Geo) hanno presentato al ministero dello Sviluppo istanze di permesso per il mare. "Ma attenzione, non basta scendere in piazza per contrastare il disastro", avvertono le organizzazioni anti-trivelle. Bisogna anche, scrive il Wwf nel suo dossier, incidere a livello legislativo: "Eliminando le esenzioni dal pagamento delle imposte", ad esempio, "adeguando i canoni delle concessioni ed emanando un decreto che fissi nuovi valori limite per le emissioni delle lavorazioni petrolifere".
Proposte sulle quali confrontarsi, dicono gli addetti ai lavori. Sempre ammesso che, prima o poi, a palazzo qualcuno le consideri.

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