Per abbracciare in un unico sguardo la bellezza più struggente e il suo malinconico contraltare, basta osservare dall'alto Villa Adriana, frazione di Tivoli a trenta chilometri da Roma.
Da una parte, contornata dai cipressi, la residenza voluta dall'imperatore-filosofo quasi duemila anni fa, polmone verde e scrigno di tesori archeologici. Dall'altra, poche centinaia di metri di distanza, una distesa di capannoni, fumi, fabbriche e case popolari che incorniciano un altro "monumento": la ex Pirelli, oggi Trelleborg, colosso mondiale nella produzione di gomme per uso agricolo che alita dai camini senza soluzione di continuità.
La villa patrimonio dell'umanità e il maxi impianto che tiene in piedi l'economia locale si guardano negli occhi ormai da quasi un secolo.
Qui la Pirelli, prima delle gomme da strada, ha prodotto maschere antigas durante la seconda guerra mondiale. Qui la fuliggine sui balconi vista fabbrica, le puzze nauseabonde e i rumori martellanti sono stati il pane e il companatico per intere generazioni. Qui in tanti, nel 1999, hanno respirato a pieni polmoni quando gli svedesi della Trelleborg Wheel System hanno salvato dalla morte industriale lo stabilimento che dà lavoro a settecento operai.
Forse è per questo che una parte dei cittadini di Villa Adriana, fino al giugno scorso compatti sulle barricate contro il progetto di collocare "nel loro cortile" la nuova discarica di Roma, oggi si stringe nelle spalle e commenta poco volentieri una notizia filtrata di recente, che dovrebbe allarmare tutti i residenti quanto le tonnellate di rifiuti che la Polverini sognava di stipare a pochi metri dalle rovine imperiali.
Dal settembre 2011 la procura di Tivoli ha aperto un'inchiesta sulla "fabbrica mamma", che per più di dieci anni ha prodotto i suoi pneumatici senza dotarsi dei necessari impianti di neutralizzazione dei fumi inquinanti sprigionati nel delicato processo di vulcanizzazione, ovvero di cottura delle gomme. E senza che nessuna delle autorità di controllo avesse qualcosa da obiettare.
Una leggerezza non trascurabile per una multinazionale che spadroneggia sul mercato globale e che, nel luglio 2011, rivendicava con orgoglio sulla rivista specializzata "Macchine e Trattori" gli investimenti fatti nello stabilimento laziale, finalizzati a produrre «nel rispetto, e spesso anche anticipando, le normative vigenti in termini di sicurezza e tutela ambientale».
Nel novembre scorso il dirigente del Servizio di Tutela Ambientale della Provincia di Roma Antonio Capitani, in risposta all'interrogazione di un consigliere Idv, ha disegnato un affresco assai meno idilliaco: 73 presse presenti nel reparto di vulcanizzazione della Trelleborg, accusate di produrre emissioni «non captate e convogliate in atmosfera attraverso idonei punti di evacuazione», fino ad un anno prima «non erano mai state dichiarate nelle documentazioni per il rilascio degli atti autorizzativi». E nessuno, durante i sopralluoghi di Asl, Arpa e della stessa Provincia nello stabilimento, si era curiosamente mai accorto della loro presenza.
Le notizie sull'inchiesta in corso e sulle autorizzazioni mancanti, sgusciate fuori dopo essere rimaste sigillate in procura per lunghissimo tempo, per la signora Rita D'Antonangelo hanno il sapore di una sinistra conferma. E' stata lei, ormai due anni fa, a presentare insieme a una quarantina di firmatari l'esposto da cui è scaturita l'indagine: «Sono preoccupata per l'odore nauseabondo che esce di continuo da quella fabbrica», dice dal balconcino di un condominio che confina direttamente con la Trelleborg, separato solo da una strada stretta e da un muro. «D'estate poi l'aria è irrespirabile, solo ad agosto quando chiudono per qualche settimana posso tenere le finestre aperte e pulire per terra senza che il secchio si riempia di grasso».
La cucina della signora Rita affaccia proprio sulle cappe da cui fuoriescono i fumi e i vapori della ex Pirelli: «Solo nel nostro condominio ci sono quattro persone ammalate di tumore, due linfomi sullo stesso pianerottolo, in ogni famiglia una persona morta per neoplasia», dice la figlia Giulia. «Per questo», aggiunge, «vorremmo che le autorità, dal Comune di Tivoli alla procura, ci dessero delle risposte sull'aria che abbiamo respirato in questi anni».
Preoccupazioni ribadite anche dagli altri residenti dei palazzi schierati lungo via di Villa Adriana: un "rione Tamburi" di Taranto in sedicesimo, con la sua fila di abitazioni talmente addossate all'impianto che basta affacciarsi alle finestre per veder sfiatare i camini e luccicare le enormi gomme per trattori appena sfornate, sollevate e scaricata ritmo incessante da camion e carrelli.
Una fabbrica che marcia a pieno regime, sette giorni su sette, con livelli di rumore che i rilevamenti di Asl e Arpa Lazio, sollecitati dai cittadini, hanno definito "non conformi in orario notturno". Ma nell'esposto presentato in procura, i residenti hanno urlato la loro esasperazione soprattutto per la "polvere nera" che sgorgherebbe dai comignoli antistanti le palazzine andando a depositarsi su balconi e persiane.
La puzza, segnala ai magistrati chi vive quotidianamente ai bordi del mastodontico stabilimento, si concentrerebbe soprattutto nelle ore notturne, «il momento preferito dalla Trelleborg per rilasciare nell'aria il proprio irrespirabile prodotto di combustione».
A corroborare le ansie degli abitanti per le quantità di solventi, polveri, idrocarburi aromatici e nerofumo presenti nell'aria sono state le risposte ambigue fornite dalle autorità a cui si erano rivolti per ottenere chiarezza. Per più di un anno, dopo aver inoltrato l'esposto a carabinieri, Asl, Arpa Lazio, sindaco e polizia, i cittadini sono rimasti senza riscontri. Finché l 12 maggio scorso la Polizia locale ha risposto alla signora Rita, in cerca di notizie sull'esito degli accertamenti richiesti, che Arpa e Asl non avevano rilevato le irregolarità da lei denunciate.
Eppure la Trelleborg, proprio nelle settimane precedenti, era stata impegnata in ben tre sedute di conferenza dei servizi con la Provincia e la Asl per discutere in gran fretta la messa a norma e la regolarizzazione delle presse di vulcanizzazione e ottenere una nuova Autorizzazione in forma specifica alle emissioni in atmosfera.
Un forcing costato circa un milioni di euro. Gli interventi, dopo una lunga fase di collaudo, secondo l'ultima relazione dei tecnici del dipartimento «Servizi di tutela ambientale" sarebbero da poche settimane quasi tutti a regime. "Per la salute degli operai è una buona notizia, per i cittadini no perché ora i fumi si concentrano nei camini non dotati di filtri per l'abbattimento del particolato», spiega Massimiliano Ammannito, presidente del WWF Tivoli. «Nell'ultimo periodo la puzza è addirittura aumentata», dicono i residenti imbestialiti.
Oggi la Trelleborg si dichiara disponibile a spalancare le porte del proprio stabilimento laziale, «per mostrare la natura degli investimenti fatti in tema di ambiente e sicurezza». Una trasparenza rivendicata nelle scorse settimane, con i legali e i dirigenti compatti nel rimarcare la continuità e l'accuratezza dei rilevamenti interni sulle emissioni svolti dall'azienda.
Mentre le analisi sulle emissioni dell'Arpa Lazio restano protette dal segreto istruttorio, il giudice che ha rilevato l'inchiesta mantiene un profilo improntato al riserbo e anche la richiesta delle associazioni di accedere ai documenti sui rilevamenti fatti dalla Provincia nello stabilimento non ha superato il veto posto dalla stessa Trelleborg.
Infine l'indagine epidemiologica richiesta a gran voce da tutti gli abitanti di Villa Adriana non riesce a decollare. «Quello sarebbe l'unico modo per fugare le paure dei cittadini», spiega Ammannito. «Ma poche settimane fa il consiglio comunale ha bocciato la proposta». L'8 febbraio prossimo i firmatari dell'esposto torneranno a riunirsi, insieme all'avvocato che li tutela hanno organizzato un incontro con un ricercatore del CNR per cercare risposte ai rovelli e alle ansie che le autorità competenti tardano a dissipare. «Durante la lotta contro la discarica», dice Gianni Inncenti di Legambiente Tivoli, «in tanti mi hanno ripetuto la stessa cosa: a Villa Adriana ci si ammala di tumore con troppa frequenza. Vogliamo sapere se questo è vero oppure no».
Nella diatriba tra i "dannati" che vivono ai bordi nello stabilimento e chi liquida con nervosismo le "paturnie ambientaliste" in tempo di crisi economica, a Tivoli su un punto concordano tutti: l'ex "giardino di Roma", omaggiato dalla storia con due siti patrimonio Unesco (la residenza dell'imperatore-filosofo e la magnifica Villa d'Este) dalla cronaca continua a ricevere agguati.
Dopo l'incubo discarica evaporato nei mesi scorsi, le notizie sull'inchiesta Trelleborg si sono sommate agli sviluppi giudiziari di un'altra vicenda capace di far strabuzzare gli occhi al mondo intero: il progetto di lottizzazione "Residentia Tibur". Ovvero la costruzione di villette (per migliaia di metri cubi di cemento) proprio in faccia alla villa dell'imperatore Adriano. Il comune di Tivoli a tinta PDL ha approvato nel dicembre 2011 il piano di lottizzazione, con la benedizione della Regione Lazio. A costruire sarà la società Impreme dell'imprenditore Marco Mezzaroma, ex marito dell'ex ministro Mara Carfagna. Il sito www.mezzaroma.it parla chiaro: per disegnare le villette sono state cooptate le archistar Portoghesi e Isozaki, "entusiasti di abbracciare un progetto in armonia con il contesto e con il valore inestimabile dei tanti siti storici presenti sul territorio".
La lottizzazione, approvata senza il parere della Soprintendenza dei Beni Architettonici e Paesaggistici del Lazio, ad agosto 2012 ha attirato l'attenzione anche del NOE di Roma che ha acquisito documentazione presso il Comune di Tivoli. L'Unesco ha invece minacciato di togliere Villa Adriana dalla lista dei siti patrimonio dell'umanità se il progetto non sarà cestinato. Più degli strepiti indignati della Comunità Internazionale, a stoppare l'invasione delle villette ha provveduto per ora la crisi del mercato immobiliare: l'ultima notizia è che la società dei Mezzaroma ha chiesto al Comune di Tivoli una rateizzazione degli oneri di urbanizzazione. Gentilmente accordata con apposita determina approvata il 20 dicembre scorso.