Mina Welby lancia l'appello a chi è appena tornato dalle ferie: fino al 1 settembre si può sottoscrivere la proposta di legge da mandare al Parlamento. Per legalizzare e rendere meno dolorosa una pratica che nella realtà esiste già, ma è proibita. Come l'aborto trent'anni fa

Mina Welby, del comitato promotore, annuncia che l'obiettivo è quasi raggiunto: «Stiamo per raggiungere le 50 mila firme necessarie a depositare la nostra proposta di legge sull'eutanasia». E chiede a chi crede in questa battaglia un ultimo sforzo, andando a firmare di ritorno dalle vacanze ai banchetti dove si può farlo. Una campagna che si chiuderà per forze di cose il 1 settembre prossimo. E a cui ha contribuito, poco prima di andarsene, anche Margherita Hack.

«Una battaglia di civiltà», diceva la Hack, per un Paese in cui - in diverso modo - l'eutanasia esiste già. Basta fare due conti: in Italia le persone che si sono suicidate a causa di malattie fisiche negli ultimi dieci anni sono state più di tremila.

Quando si parla di 'malattie fisiche', evidentemente, si intendono patologie gravi e gravissime, dal momento che farla finita per acciacchi trascurabili - cosa che pure talora avviene - si ricollega a problemi di ordine psicologico, che nella macabra conta dei suicidi occupano un capitolo a parte. 

Il che equivale a dire che ogni anno più di trecento persone, afflitte da malattie terminali, progressive o croniche senza speranza di guarigione, decidono di porre fine alla propria esistenza.

Eppure per cercare di calendarizzare una legge che legalizzi e regolamenti l'eutanasia, o per meglio dire il suicidio assistito, è necessario che i cittadini, grazie ai radicali dell'Associazione Luca Coscioni, si organizzino nei modi e nelle forme previsti dalla Costituzione, raccogliendo le 50.000 firme necessarie alla presentazione di una legge di iniziativa popolare. 

Nonostante il fatto, dimostrato dai numeri, che in Italia l'eutanasia appunto esista già: un'eutanasia illegale, fuori controllo, che viene praticata in proprio con modalità disperate e disumane, di cui nessuno - tranne rarissime eccezioni - si prende la briga di parlare.

Niente di nuovo, ci mancherebbe; del resto è questo, pressoché da sempre, lo sconcertante stilema della classe politica italiana: proibire una pratica senza sforzarsi minimamente di comprenderla, poi fingere che non esista e infine disinteressarsi del fatto che venga largamente adottata al di fuori della legge. Senza garanzie, senza regole, senza un briciolo di umanità. 

Così, mentre con una mano si proclama di voler "difendere la vita umana", con l'altra si fa finta di non vedere che ogni anno migliaia di malati disperati decidono di farla finita da soli, nei modi più brutali, perché non ce la fanno più e la legge nega loro una via d'uscita dignitosa.

Esiste una sintesi migliore di questa, tra mediocrità e malafede?

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