La casa circondariale di Padova, investita dall'inchiesta sulla cupola di carcerati e guardie, ha al suo interno anche un esempio di eccellenza di recupero dei detenuti

Un'immagine dal sito della pasticceria
La migliore pasticceria italiana? È nel carcere di Padova, e si chiama Giotto.

A certificarlo è un premio nazionale assegnato il 2 luglio scorso dal gastronauta Davide Paolini che con un sondaggio sul proprio sito ha selezionato la regina tricolore della pasta frolla. Insomma, Giotto batte resto d’Italia uno a zero. I mastri pasticceri padovani del Due Palazzi, un gruppetto di detenuti che si è dato allo zucchero e alle creme, sono saliti sul gradino più alto del podio, alle loro spalle dieci blasonate pasticcerie del Nord e del Sud del Paese.

Così dopo aver preso il Vaticano per la gola, il Papa ogni Natale ordina 250 panettoni, i carcerati della coop raggiungono un altro grande traguardo. Un’esperienza eccezionale rispetto al desolante panorama dei penitenziari italiani. Per questo il presidente della coop Nicola Boscoletto si è fatto un’idea precisa rispetto all’indagine che ha coinvolto agenti infedeli e alcuni reclusi: «Di storie così sono piene le carceri italiane, solo che i colpevoli non si trovano mai, mentre a Padova questo è successo. ?È una struttura modello anche per la sua capacità di fare pulizia al proprio interno».

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I dirigenti della Giotto credono al recupero dei prigionieri attraverso il lavoro, che secondo le statistiche ufficiali, abbatte drasticamente la recidiva. La cooperativa padovana occupa 150 detenuti che producono anche valigie e penne usb. In quindici anni ha fatto lavorare oltre 700 detenuti con stipendi che arrivano fino a mille euro. E il Consorzio Rebus, che ingloba Giotto, ha quasi 20 milioni di euro di fatturato. Non a caso l’impresa è stata scelta in Brasile come esempio di best practice da esportare. E pensare che tutto è iniziato negli anni Ottanta con un orto botanico realizzato nella casa di reclusione.