La Germania taglia gli Eurofighter, destinando le risorse dagli acquisti militari ad altri investimenti. E rischia di creare problemi anche all'industria italiana. Il governo tedesco mercoledì ha comunicato la volontà di ridurre gli ordini futuri del caccia europeo da 180 a 143. Una scelta che era nell'aria da tempo e che potrebbe essere la premessa ad ulteriori sforbiciate. «Dovremmo comprarne ancora di meno», ha dichiarato Hans-Peter Bartels, responsabile della Commissione Difesa del parlamento: «Sarebbe opportuno limitare la flotta di Eurofighter a 108 mezzi, quanto basta alle nostre necessità».
La scelta del governo Merkel avviene sulla scia di un serrato dibattito nazionale sulle spese per la Difesa, segnato dagli scandali su alcuni contratti. E conferma la volontà di limitare le risorse destinate a questo settore. Anche a costo di incidere sugli accordi internazionali.
L'Eurofighter infatti è prodotto da un consorzio europeo formato da aziende tedesche, inglesi, spagnole e italiane: Finmeccanica ha il 21 per cento delle quote. Oggi il caccia europeo viene offerto sui mercati internazionali, soprattutto quelli arabi e asiatici, in competizione con velivoli americani e francesi. Ma ha un limite: è un jet perfetto per il combattimento aria-aria, manca invece di sistemi avanzati per l'attacco al suolo. Finora solo la Germania si era mostrata interessata a comprare una versione cacciabombardiere, che dovrebbe essere dotata di un apparato radar d'ultima generazione progettato da Selex, la società italo-britannica del gruppo Finmeccanica. E il taglio tedesco riguarderà proprio 37 aerei di questo tipo, la cosiddetta tranche 3B. Una decisione che rischia di far saltare definitivamente la trasformazione dell'intercettore in cacciabombardiere e lo sviluppo del radar Selex, limitando drasticamente le potenzialità di esportazione.
La versione d'attacco al suolo dell'Eurofighter è stata più volte proposta anche all'Aeronautica militare, che invece ha sempre preferito puntare sul Lockheed F-35. Anche nelle scorse settimane alcuni parlamentari del Pd hanno rilanciato questa idea, sostenendo che il mezzo europeo che garantirebbe ricadute occupazionali più alte al nostro paese. Ma i prezzi dell'Eurofighter restano elevatissimi e nel futuro prossimo potrebbero superare quelli dell'aereo made in Usa. L'ultimo budget italiano per la Difesa redatto nel 2013 ipotizzava una spesa complessiva per il programma pari a 21,1 miliardi di euro, interamente a carico del ministero per lo Sviluppo Economico. Una cifra sorprendente. Solo un anno prima, la previsione globale era di 18 miliardi: sull'aumento di ben 3 miliardi – rivelato da “l'Espresso” nello scorso agosto – non sono mai state fornite spiegazioni. Ma così l'investimento a carico dei contribuenti per ciascuno dei 96 caccia ordinati dall'Italia sarebbe di oltre 210 milioni di euro, calcolando anche i costi per la progettazione e lo sviluppo del mezzo. Per avere un termine di paragone, per i 90 cacciabombardieri F-35 l'Italia al momento stima di spendere 12 miliardi di euro.
La scelta tedesca ripropone un problema di fondo: l'urgenza di un dibattito nazionale sugli investimenti militari. Per stabilire cosa realmente serva alla nostra Difesa e allo sviluppo tecnologico del paese, senza retorica né slogan. Nazioni come la Germania, dove la crisi non è praticamente arrivata, lo stanno facendo, mentre da noi si continua ad andare avanti senza una rotta chiara: l'ultimo libro bianco della Difesa venne scritto prima dell'11 settembre 2001, quando il mondo e l'Italia erano completamente diversi. Il governo Renzi troverà il tempo di occuparsene?