In questa edizione dei mondiali di calcio non ci sono colpi proibiti, né spese faraoniche per gli stadi.
Nessun ingaggio stratosferico per calciatori milionari e non si paga neppure l’iscrizione. Non si rincorre la gloria e il successo sul campo ma, semplicemente, un pallone per creare una comunità. Si chiamano “Mondiali antirazzisti” e da 18 anni sono organizzati dall’Unione italiana sport per tutti (Uisp) in Emilia Romagna.
Quello che parte il 2 luglio è il torneo meno competitivo del mondo: più di 160 squadre miste per età, sesso, provenienza e capacità si alternano tra campi di calcio a sette, dibattiti culturali e musica.
«Diciotto anni fa abbiamo avuto l’idea in un momento in cui l’equazione era ultras uguale razzisti, con l’attenzione dei media tutta per questo fenomeno» racconta Carlo Balestri, fondatore della kermesse:«Così abbiamo messo insieme gruppi di tifoserie diverse con le comunità di migranti. Il resto l’ha fatto il calcio come strumento di conoscenza reciproca».
Per uscire fuori dai luoghi comuni che gli ultras erano i carnefici e i migranti erano le vittime sono state invitate otto squadre con la formula di una festa intorno ad un torneo di calcio di giorno e la musica di sera. Le prime edizioni erano di casa nel piccolo paesino di Montefiorino (in provincia di Modena) poi con la crescita dei partecipanti un primo trasloco a Montecchio (dove si teneva il festival della rivista Cuore) e poi Casalecchio di Reno alle porte di Bologna. Da tre anni a Castelfranco Emilia, di nuovo a Modena.
Dal 1997 si sono aggiunte, squadre, idee entusiasmo. Chi è andato per caso o per scelta ai Mondiali, l’anno successivo è tornato portando con sé amici e conoscenti, incuriositi e trascinati dalla forza dei racconti di uno sport lontano anni luce dai divismi della serie A del campionato italiano.
Così sono sono diventati un un vero e proprio festival multiculturale ed esperienza di lotta contro ogni forma di discriminazione. Una festa del primo maggio del pallone imperdibile per chi ama il calcio e il suo linguaggio universale, possibile grazie all’impegno di quasi 300 volontari e una sforzo economico da 180 mila euro.
Per l’edizione 2013 si sono sfidati 3500 partecipanti, con un pubblico di 30 mila persone. Quest’anno hanno chiuso le iscrizioni a 168 squadre da 20 paesi diversi raccogliendo giocatori non professionisti di 70 nazionalità: dal Canada al Belgio, tutti dilettanti che indossano la maglietta e gli scarpini per venire in Italia.
Arrivano, giocano e si godono cinque giorni di festa. Il criterio di scelta è quello che portano come esempio antirazzista, in pratica il loro impegno sociale durante l’anno.
«Da noi vince il confronto e la consapevolezza del diverso – continua Balestri- per questo le squadre non pagano l’iscrizione, il campeggio è gratuito come il concerto, l’idea è di una festa dello sport, non della migliore performance».
Ai Mondiali si ritrovano squadre di profughi senza documenti -che non possono giocare in nessun campionato ufficiale- ragazzi in affido delle cooperative sociali, migranti che parlano a fatica l’italiano, team di Libera, Amnesty e della Cgil.
Nel 2013 la coppa dei mondiali è andata alla formazione che si è maggiormente distinta per l’impegno nella partita dell’integrazione, anche sul campo era solo seconda. Ha vinto la Rfc Lions di Caserta che recupera campi da gioco e spazi pubblici abbandonati, organizza tornei nelle scuole e fa giocare a pallone bambini e ragazzi dove non c’è nulla.
Come una piccola cittadina aperta, inclusiva e libera, i Mondiali avranno il loro cuore pulsante nella piazza Antirazzista, location in cui si svolgeranno i dibattiti principali: in apertura, giovedì 3 luglio, "A che gioco giochiamo?", una riflessione su gioco d’azzardo, criminalità e calcio.
E poi incontri per discutere delle manifestazioni in Brasile contro il mundial 2014 e il ruolo dei tifosi all’interno dei movimenti sociali di protesta da Gezi Park a Piazza Tahir, dall’Ucraina al Sud America.
E infine la Coppa del Mondo del 2022 in Qatar dove per costruire le strutture sono già morti 1200 operai.
Un mondiale diventato una piccola olimpiade del terzo settore: oltre al calcio sfide a pallavolo, basket, rugby, cricket e, da quest’anno, tchoukball, una disciplina degli indiani d’America.