A un certo punto sulla Rainbow Warrior III risuona il grido: «Balene, balene». Anzi: «Whales», perché l’inglese è la lingua di bordo e, in generale, la lingua di Greenpeace, che si ramifica in 41 paesi diversi. È il primo tour italiano (partito dalla Liguria e intitolato: “Non è un paese per fossili”) della nuova ammiraglia, varata nel 2011: terza in ordine di tempo, ma la prima a essere stata disegnata e costruita - in acciaio ultraleggero, motore elettrico e un’alberatura che sorregge 1.260 metri quadrati di vele - sulle esigenze dell’organizzazione e per ridurre al minimo il consumo di carburante.
[[ge:rep-locali:espresso:285128353]]Il costo è stato sostenuto da una gigantesca “colletta” fra oltre 100 mila promoter i cui nomi sono scritti fitti fitti in un grande arazzo che troneggia su una parete esterna. Ho accettato il loro invito esclusivo e mi sono imbarcata a Civitavecchia per vederli da vicino questi Greenpeacer, questi Guerrieri dell’Arcobaleno, e li accompagnerò fino a Palermo. Il loro viaggio toccherà poi, nei prossimi due mesi, la Grecia e Israele per risalire l’Adriatico fino a Trieste. Così mi ritrovo anch’io a scrutare il mare a caccia di balene fra la costa italiana e la Corsica dal ponte più alto, accanto alla cabina di comando, insieme al capitano Joel Stewart (nato nel ’55 nell’Oregon) e ad altre persone dell’equipaggio.
Avvisto qualcosa, una piccola gobba in affioramento, guardo nel binocolo e vedo una specie di fiocco (la coda del cetaceo) emergere alto sull’acqua prima d’inabissarsi, piegandosi in un inchino alla nave che lotta anche in sua difesa. Poi, su un vecchio manuale del capitano, zeppo di foto e informazioni, lo riconosco dal disegno della coda: è un capodoglio, la balena di Pinocchio.
Joel ha l’aspetto di un americano tranquillo, in maniche di camicia e pantaloni di velluto a coste. Quando gli chiedo dove si trova casa sua, risponde: «Non ho casa. Cioè: la mia casa è una barca a vela, la tengo in Canada». È lì che torna quando scende “a terra”. «Sono un po’ estremo» ammette. È con Greenpeace dall’89.
Prima pescava salmoni con i cargo e ha girato abbastanza gli Oceani per vedere con i suoi occhi i danni del petrolio, il surriscaldamento dell’aria e dell’acqua, la distruzione del plancton, la scomparsa dei molluschi. E così ha deciso di dedicare energie e competenza alla salvaguardia dell’ambiente, perché - come sta scritto su una rete montata fra gli alberi giganti di questa nave - “un pianeta di riserva non c’è”.
Un po’ estremi sono tutti, qua sopra: ufficiali, marinai, volontari che, oltre al lavoro che gli spetta, fanno i turni per le pulizie scrivendo liberamente il proprio nome su una lavagna. In cucina c’è un creativo cuoco ucraino, con un giovanissimo assistente spagnolo dai biondi capelli rasta. I piatti sporchi si passano nella bacinella con l’acqua saponata e poi si mettono in una macchina che li sterilizza, così si risparmia acqua. Risparmiare acqua è fondamentale: non più di una doccia al giorno, per favore. Naturalmente si pratica una stretta raccolta differenziata, ma la grande rivoluzione è la pulizia delle acque grigie attraverso i batteri, un sistema innovativo costantemente monitorato dai quattro ingegneri a bordo, ingoiati quasi sempre dalla sala macchine.
L’equipaggio è di 18 persone in questa parte del viaggio, cominciato con un’azione di arrampicamento nella centrale a carbone di La Spezia che, secondo un rapporto realizzato per Greenpeace dall’Università di Stoccarda, causa oltre 70 morti premature l’anno. Enel, ora ha un nuovo management intenzionato a chiudere le centrali più inquinanti.
«In genere vinciamo noi, perché ci basiamo su ricerche serissime, appaltate a operatori internazionali non compromessi» sottolinea il trentacinquenne Pierdavide Pasotti, coordinatore del volontariato. Nato sul lago di Garda e appassionato di vela da sempre, con l’ambizione di farsi marinaio, ha ora compiti di grande responsabilità: «I rischi sono calcolati. Siamo sempre attentissimi alla sicurezza, dei volontari come di tutte le persone coinvolte». C’è anche lui sul gommone quando, arrivati al largo della Sicilia, si sbarca sulla spiaggia di Mondello, all’alba, per un servizio fotografico destina to a sensibilizzare pubblico e stampa sulle (appena decise) perforazioni petrolifere fra Gela e Licata.
Due giovani volontarie siciliane emergono dal mare coperte di nero: un impasto a base di cioccolata che imita il petrolio. «Ci confondono con i pirati, ci danno dei terroristi» dice Luca Iacoboni, atletico ventiseienne romano con laurea in Economia ambientale ed Erasmus a Madrid. «Ma noi ci distinguiamo da sempre per l’ispirazione non-violenta, per chiarezza nelle motivazioni e competenza». Ha partecipato anche lui ad azioni spettacolari, vestito da orango e portando in giro balene gonfiabili. «Ma quel che conta sono i risultati sempre più eclatanti; quel che conta è il mondo bellissimo della gente di Greenpeace, gente pulita e motivata». Dopo sette anni da volontario è diventato responsabile delle campagne per l’energia rinnovabile e l’efficienza energetica, una nuova figura che affianca il collaudato Andrea Boraschi (Energia e Clima) «perché lui si occupa del sistema energetico sporco e immorale da distruggere, io propongo le alternative». Le elenca, preparatissimo.
Qui sono tutti preparatissimi. Hanno lauree e specializzazioni, o anche solo brevetti, ma di quelli presi in Olanda o in Inghilterra, riconosciuti a livello internazionale. Greenpeace li aiuta a orientarsi, ripaga le spese di studio quando poi ce la fanno a diventare di ruolo dentro l’organizzazione (le assunzioni avvengono per bando e in totale trasparenza). I Greenpeacer del resto non ragionano in termini di carriera, ma di desiderio: fare qualcosa che ti faccia sentire bene, a contatto con la natura, rischiando in prima persona, ma per un compito alto e urgente.
Magari non escludono di fare esperienze di navigazione anche in altre realtà, come il pesarese Rossano Filippini che parla perfettamente sette lingue, ha fatto già diverse volte il giro del mondo e si è comprato una fattoria in Portogallo «perché lì la vita costa meno e il paese è molto onesto». Studia per diventare ufficiale e intanto è quello che lavora di più, mai fermo. Lo chiamano Rosso, ma senza nessuna allusione politica. «Vivo con 500-600 euro al mese, e vivo bene. Mi sono pure comprato casa senza fare debiti. Si può ridurre di parecchio i consumi ed essere felici». O il trentenne Nazareth Sanzini, che i genitori hanno chiamato come un famoso calciatore, ma al quale del calcio non frega niente e che a 20 anni si era arruolato in Marina e ora sogna di diventare capitano su questo veliero meravigliosamente tecnologico, e sa che anche se accetterà ingaggi su navi commerciali, tornerà sempre qui, «perché le navi di Greenpeace hanno un cuore». O l’australiana Emily Johnston, antropologa, che quando scende a terra si rifugia nelle Blue Montains in una casetta isolata e si occupa del Parco Nazionale. O l’olandese Hettie Geenen, primo ufficiale e psicologa cinquantatrenne, che vuole lucidamente «salvare il mondo» attraverso la cooperazione di Greenpeace e altre Ong e nei tre mesi che alterna alla navigazione vive col marito in una house-boat a un’ora (di bicicletta) da Amsterdam. O la ventisettenne danese Anne Jensen, terzo ufficiale, che ha assaggiato con altri 29 attivisti, la durezza del carcere in Russia, durante una recente missione nell’Artico, ma ha superato la terribile esperienza perché ha «sentito di avere una grande organizzazione alle spalle che non l’ha mai lasciata sola».
Le generazioni si mischiano, il vecchio spirito fricchettone del 1971, anno della fondazione, convive dentro Greenpeace con l’efficienza odierna. Ma i suoi militanti non cambiano: idealisti e concreti, mai come ora inverano l’antica profezia dei pellerossa cui devono il nome: «Verrà il giorno che uomini di ogni razza si uniranno come guerrieri dell’arcobaleno per lottare contro la distruzione della Terra».