
Eccolo, quindi, l'attivissimo Dario. Dopo il mandato intenso ma breve di Massimo Bray e quello meno illustre di Lorenzo Ornaghi (che si era conquistato il titolo di “ministro controvoglia”), Franceschini sembra deciso ad imprimere l'accelerazione renziana al sonnacchioso mondo dei beni culturali. Lo ha dimostrato nel tour di decreti, regolamenti, leggi e visite ai monumenti con cui ha inzeppato la sua agenda in questi primi 160 giorni di governo. Alcuni risultati li può già vantare: a luglio musei e aree archeologiche statali hanno aumentato fatturato e turisti. «Merito mio!», ha reclamato subito Franceschini, riferendosi alla norma da lui voluta che impone a tutti quanti, compresi i precari e gli over 65, il pagamento del biglietto per quadri e meraviglie, dazio arrivato con lo zucchero delle aperture serali (fino alle 22) ogni venerdì per i musei più importanti e delle notti a un euro previste due volte all'anno.
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Ma la “grande opera” del ferrarese non è stata tanto far aprire il portafogli ai pensionati. Quanto far approvare in tempi record per le Camere il suo “Decreto cultura”, che dal 28 luglio va chiamato a diritto “Legge Franceschini”. Il vessillo principale dello speedy-provvedimento è l'Artbonus: un incentivo fiscale riconosciuto alle aziende o ai singoli cittadini che faranno donazioni a istituzioni pubbliche, pinacoteche, biblioteche, scavi e teatri o fondazioni liriche. «È il primo in Europa», ha declamato Franceschini al Senato strappando l'applauso del Pd: «E non c'è limite massimo: che il privato dia 10 euro o 10 milioni avrà immediatamente un credito d'imposta del 65 per cento in tre anni». Il successo unanime dell'iniziativa è ben dovuto: da anni il tema delle tasse sugli investimenti per l'arte è al centro di ogni relazione o denuncia di Federculture e degli altri enti che monitorano la salute del patrimonio italiano, un limite ritenuto inaccettabile al sostentamento di piccoli e grandi centri culturali. «Ora non ci sono più alibi», ha detto Franceschini, invitando le aziende a farsi avanti, nonostante la crisi: «le porte sono aperte, non ci sono barriere».

Nella legge approvata che porta il suo nome c'è anche altro: c'è ad esempio un incentivo ad aumentare gli introiti per i musei, perché verrà loro trasferito esattamente quanto guadagnato; ci sono i finanziamenti agli alberghi che metteranno il wifi (fino a 12.500 euro ciascuno); ci sono 50 milioni di euro di prestiti per gli enti lirici barcollanti che hanno un piano per tornare a galla; e c'è soprattutto la possibilità di assumere giovani (fino ai 40 anni) con contratti a tempo determinato nel settore dei beni culturali, in deroga ai tetti della pubblica amministrazione.
Se l'Artbonus e i suoi fratelli sono passati nell'applauso generale però, non uguale sorte arride il secondo decreto firmato Franceschini, quello più corposo: la riforma generale delle soprintendenze; la riorganizzazione alla “Home makeover” del ministero. Nonostante Franceschini considerasse questo secondo atto «la prosecuzione» del primo, un altro passo per «superare le barriere fra pubblico e privato, tutela e valorizzazione», il percorso si è rivelato molto più accidentato del previsto. Innanzitutto, per le critiche e le proteste scagliate da professori ed esperti illustri, come il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, che è arrivato a definire la riforma una «Macelleria culturale». Così, nonostante il sostegno al testo portato da diversi storici dell'arte (tra cui il seguitissimo professore Tommaso Montanari), all'invettiva di Paolucci se ne sono aggiunte altre, dal duro comunicato dell'associazione Bianchi Bandinelli al “No” di Italia Nostra. A non piacere ai cattedratici è la proposta di unire soprintendenze artistiche e architettoniche (nonostante l'esperimento sia già in atto altrove), ma soprattutto non piace la top 20 dei grandi musei che diventeranno autonomi a tutti gli effetti, con un loro direttore-manager dai pieni poteri. «Questo penalizzerà il rapporto con il territorio, toglierà poteri ai tecnici», lamentano.

Ma a ostacolare concretamente il provvedimento sembra ora essere piuttosto il fronte opposto. Ovvero quello rappresentato dal premier Matteo Renzi. Ad ascoltare le voci di chi prova a spiegare come mai, nonostante l'approvazione alla Usain Bolt del primo decreto, il secondo non sia ancora arrivato in Consiglio dei Ministri, il motivo starebbe proprio nel non gradimento del testo da parte di chi lo dovrebbe approvare: il presidente. Renzi, come ha raccontato anche l'Espresso, non è certo un fan delle soprintendenze, anzi: nel suo “Stil novo” ha dato loro della “struttura ottocentesca”, della “parola più brutta del vocabolario”. Così, sembra che all'ex sindaco non piaccia il fatto che l'unico freno al potere di veto dei “grigi” soprintendenti inserito nel testo sia l'istituzione di una commissione composta da tecnici di Stato, incaricata di valutare – entro dieci giorni dall'eventuale ricorso – le azioni degli uffici territoriali. Già troppo, per i partigiani della tutela. Non abbastanza, per il rottamatore fiorentino.
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Se l'ostilità al provvedimento venisse confermata, sarebbe un duro colpo per le nozze Renzi – Franceschini, celebrate da quest'ultimo il 2 settembre del 2013, quando voltò le spalle a Enrico Letta – a colui cioè che l'aveva voluto ministro per la prima volta, come responsabile dei rapporti col Parlamento – lasciando di stucco militanti e compagni di partito. Ben prima dell'amore per Renzi però Franceschini aveva già inaugurato la sua personalissima stagione di rottamazione. Nel campo, questa volta, delle relazioni sentimentali vere e proprie. Lasciata infatti la fedelissima moglie – fidanzata dai tempi del liceo – si era legato (a breve sarà pure in matrimonio) con la storica dell'arte Michela di Biase, di vent'anni più giovane di lui. Per lei nel maggio del 2013 incappò nel repertorio di battute di Beppe Grillo: quando scrisse un sms agli amici romani per chiedere di sostenerla alle elezioni comunali (è stata eletta e ora è presidente della commissione cultura), beccandosi sul blog del leader Cinque stelle del «Povero Dario. Nemmeno un attimo di riposo. Ma si sa: tutti teniamo famiglia».

Fra gli inciampi del ministro questo è però uno dei meno gravi. Ben più contestato è stato quello recentissimo sull'introduzione della “copia privata”: un balzello sulla proprietà di hardware che permettono di scaricare e ascoltare dischi e canzoni. Un'ennesima tassa a favore della Siae che Franceschini aveva promesso non sarebbe ricaduta sui consumatori. Subito sconfessato dall'Antitrust e poi dalle aziende: Apple e le altre hanno aumentato il prezzo dei device in vendita in Italia per il valore del balzello.
Se sulla Siae Franceschini è stato inamovibile, ha ascoltato invece i suoi elettori su un altro fronte: quello di un bando pubblicato dal Mibact per le attività creative e di intrattenimento all'interno dei musei. Un concorso che prevedeva di lavorare gratis e a spese proprie nei luoghi pubblici della cultura. Destinatario di una lettera aperta, e critica, di un violoncellista, ha deciso di ritirare l'avviso. «Troppo spesso nel settore dell'arte i giovani artisti vengono chiamati a lavorare gratis. Trovo questo atteggiamento ingiusto e non vorrei che fosse proprio il Mibact ad avallarlo», ha risposto al musicista: «Per questo ho dato indicazione di annullare l'avviso pubblico oggetto della sua lettera».
Dopo aver scritto la risposta si dev'essere alzato e – nonostante le precauzioni per il malore che lo portò in ospedale l'8 marzo – dev'essere andato presenziare a un altra inaugurazione, un museo, un restauro, una conferenza stampa sull'economia della Cultura. Sfoggiando l'immancabile barba infoltita che gli è valsa addirittura una pagina Facebook e un articolo dedicati. In attesa di conoscere la prossima mossa.