Tutti scandalizzati per il Senato popolato dagli uomini-che-odiano-le-donne di Denis Verdini: il capogruppo Lucio Barani con garofano craxiano all’occhiello intento a mimare un atto sessuale contro le colleghe del Movimento 5 Stelle, il campano Vincenzo D’Anna desideroso di mostrare il suo basso ventre in tono di sfida verso le senatrici grilline. Quasi nelle stesse ore, 560 chilometri più a sud di Roma, lontano dalle telecamere, viene nominato ?il nuovo consiglio di amministrazione della Gesap che gestisce l’aeroporto di Palermo Punta Raisi. Una delle più importanti società ?a nomina pubblica dell’isola. Fumata bianca, dopo mesi ?di trattative tra i notabili, risultato geometrico: cinque uomini su cinque nel cda, cinque uomini su cinque nel collegio sindacale.
In questo caso i verdiniani non c’entrano, è una nomina congiunta della Regione Sicilia e del Comune di Palermo, amministrati da giunte del Pd e del centro-sinistra. Accompagnata da dichiarazioni che inneggiano alla soluzione trovata, moderna e di stampo europeo. Nonostante la legge Golfo-Mosca approvata nel 2011 sull’equilibrio di genere nei cda delle società quotate e a partecipazione pubblica, ?e il successivo decreto di attuazione, impongano una presenza femminile, pena la decadenza degli organi in questione. Niente da fare, per gli amministratori unisex che nel 2015 nominano tetri cda tutti al maschile, più grigi di un seminario teologico o di un consesso di ayatollah, piazzati in disprezzo della legge, tutto regolare, anzi, una mossa da plaudire. E al Senato Barani e D’Anna sono stati sanzionati con cinque sedute di sospensione, il minimo sindacale, un invito a ripetere presto i gestacci, tanto tutto resterà impunito.
A conferma che, in attesa del Partito della Nazione che verrà, il partito più compatto ?e trasversale e sordo a ogni critica e anche al senso del ridicolo resta il Pmi: il Partito maschilista italiano.
Eppure doveva essere per l’Italia la stagione della svolta per le donne in politica e nelle posizioni di potere nella società e nell’economia. ?Mai tante donne (per di più giovani) elette in questa legislatura: 196 deputate su 630 e 91 senatrici su 321, il 31 per cento del totale contro il 21 della precedente. Mai tante donne nel governo: otto ministre su 16, la metà, scese a sei in venti mesi. E mai tante donne nei cda delle società quotate, dopo ?la legge Golfo-Mosca: 599, ?il 26,3 per cento.
E invece la legislatura più ?al femminile della storia repubblicana si è trasformata in quella a più alto tasso di insulto sessista. Vacca, sciampista, gallina sono epiteti risuonati in passato nelle aule parlamentari, come racconta il giornalista Filippo Maria Battaglia in “Stai zitta ?e va’ in cucina. Breve storia del maschilismo in politica ?da Togliatti a Grillo”, appena pubblicato da Bollati Boringhieri. Ma mai si era vista un’escalation come quella degli ultimi due anni e mezzo. I ripetuti insulti rivolti alla presidente della Camera Laura Boldrini e quelli con l’aggravante dello sfondo razzista contro l’ex ministro Cécile Kyenge. Il deputato-questore della Camera Stefano Dambruoso ha schiaffeggiato in pieno emiciclo di Montecitorio la deputata 5 Stelle Loredana Lupo e si è difeso spiegando che si trattava di «un’illusione ottica e percettiva»: nessuna sanzione, è ancora lì, al suo posto. E meno male che è un ex magistrato. Il deputato ?5 Stelle Massimo De Rosa ?si è avventato sulle colleghe del Pd dicendosi sicuro che la loro presenza in Parlamento fosse dovuta non al merito ma all’abilità in certe pratiche sessuali. E meno male che ?è giovane e che rappresenta ?il nuovo.
È un capovolgimento di egemonia. Il linguaggio è saldamente in mano ai Barani e ai D’Anna che si muovono tra allusioni, discriminazioni, accentuate dal linguaggio della rete, veicolo privilegiato su cui far girare l’attacco a sfondo sessista. Le donne sono di più, ma silenti. Non ?ci sono le manifestazioni di “Se non ora quando?”, come avveniva negli anni di Berlusconi a Palazzo Chigi, ?ha denunciato l’avvocato Giulia Bongiorno. Tutto tace, l’indignazione si è spenta, anche quella di alcune delle nuove potenti, molto più impegnate nel percorso di carriera individuale che nella rivendicazione dei diritti di tutte.
«Ho un debole per le giovani donne che emergono nell’azione politica e nell’esercizio del potere», ?ha detto Anna Finocchiaro ?su Maria Elena Boschi. Bene Finocchiaro, brava Boschi. Ma poi il potere di nomina resta ancora tutto ?o quasi in mano ai maschi. Nelle società non quotate ?a partecipazione pubblica la percentuale delle donne nei cda cala al 17,2. Con grandi differenze tra nord e sud: Sicilia e Calabria in coda. E la quota precipita nelle società pubbliche a amministratore unico: solo l’8,8 per cento ?è donna. Cosa succederà ora con l’annunciato taglio dei cda delle società pubbliche? A decidere sarà il Pmi: sempre vivo e pronto a ferire.