Le truppe dello Stato islamico non sono riconoscibili e i bombardamenti italiani dovranno basarsi sulle indicazioni raccolte da spie locali. Spesso inaffidabili. Come è accaduto in Afghanistan nell'attacco contro l'ospedale di Medici Senza Frontiere

La strage nell'ospedale afghano di Medici Senza Frontiere fa capire perché quella che attende i caccia italiani in Iraq sarà una missione difficile, forse la più delicata condotta negli ultimi venticinque anni. Lo Stato islamico non ha uniformi, usa pochissimi mezzi militari, non ha basi riconoscibili o depositi bunker: i miliziani vivono in normali case nei centri abitati, confusi tra la popolazione, e si spostano su auto, fuoristrada e camion identici a quelli che ogni giorno percorrono le strade.

I droni da ricognizione pattugliano senza sosta il cielo sopra Mosul, Ramadi e sopra le altre città occupate dai fondamentalisti, ma raramente sorprendono veicoli da combattimento: si tratta di equipaggiamenti made in Usa catturati alle truppe irachene nel corso delle ultime offensive.

A luglio erano già stati distrutti ben 325 jeep humvee e 98 tank di produzione statunitense. La gran parte dei quasi 8mila bersagli presi di mira dagli stormi alleati nell'ultimo anno invece sono colonne di pick-up che “si ritiene” trasportassero munizioni o guerrieri e villette in cui “si ipotizza” avessero sede caserme jihadiste o magazzini di armi.

“Si ritiene”, “si ipotizza”, perché il problema fondamentale è uno solo: non ci sono né soldati né agenti occidentali sul terreno in grado di confermare i sospetti. In Iraq nel 1991, Jugoslavia nel 1995 e nel 1999, in Libia nel 2011-12 la situazione era diversa: gli aerei italiani hanno attaccato obiettivi palesemente militari, contando sulle informazioni raccolte sul campo da truppe occidentali e sottoponendo ogni raid a una verifica doppiamente scrupolosa. Nel caso della Jugoslavia e della Libia, la direzione delle missioni era nel comando dell'Aeronautica di Poggio Renatico e diverse volte, soprattutto durante la guerra contro Gheddafi, i nostri ufficiali hanno posto il veto ad attacchi considerati troppo rischiosi per i civili.
 
Nella missione contro l'Isis invece la scelta degli obiettivi avviene quasi sempre sulla base delle notizie fornite da confidenti iracheni. Che spesso seguono loro interessi particolari e non danno peso al rischio di drammatici danni collaterali. È quello che è accaduto la scorsa settimana a Kunduz, in Afghanistan. L'ospedale di Medici Senza Frontiere è stato crivellato dalle pallottole di una “cannoniera volante” americana, uccidendo 22 persone e ferendone 37. L'attacco è stato lanciato dopo la richiesta delle forze governative afghane, che hanno detto di essere sotto il fuoco dei talebani appostati nell'ospedale. Una circostanza priva di conferma. Mentre la linea di Msf, che per definizione cura tutti i malati senza guardare alla loro militanza, ha più volte indispettito le autorità di sicurezza locali.

Ecco, lo stesso problema rischia di verificarsi anche in Iraq, lì dove nelle prossime ore quattro Tornado italiani potrebbero entrare in azione. Le indiscrezioni del “Corriere della Sera” non sono state ancora confermate e la missione dovrà comunque essere presentata in Parlamento, ma la questione viene discussa da mesi: “l'Espresso” nello scorso aprile ha anticipato la richiesta americana di cominciare i raid.  
E domani arriverà a Roma il segretario alla Difesa Ashton B. Carter: la nuova operazione militare potrebbe essere annunciata in quell'occasione. Una mossa sullo scacchiere della politica estera renziana, per tenere buono l'alleato più importante e cercare di conquistare posizioni chiave in vista dell'impegno più pesante del futuro prossimo: il tentativo di pacificare la Libia, con una forza internazionale che affianchi il nuovo governo locale.

Il contributo dei quattro cacciabombardieri italiani alla guerra contro l'Isis sarà limitato. Finora gli stormi alleati hanno condotto – stando al censimento del sito Airwars.org   – 7316 raid, sganciando 22.478 tra bombe e missili. Soli quattro aerei possono aumentare di poco questo volume di fuoco, ma servono a sostenere la credibilità della coalizione poiché – dopo 424 giorni dall'inizio della campagna – alcuni paesi europei e arabi stanno cominciando a ritirare le loro squadriglie. Adesso il problema è definire la catena di comando e le regole di ingaggio: su quali obiettivi e in quali zone si concentreranno le incursioni dei nostri Tornado? E quale accesso avremo alle informazioni che hanno determinato la scelta dei bersagli??

Proprio per il mimetismo dell'esercito islamico, spesso i caccia occidentali restano in volo sui territori finché non viene indicato un obiettivo da colpire, scoperto sul momento dalla ricognizione o segnalato poco prima dagli informatori. Le possibilità di verifica sono limitate, aumentando il rischio di incidenti e danni collaterali  che, tra Siria e Iraq, avrebbero già causato almeno 584 vittime civili: una stima che potrebbe però essere tre volte più grande.

Un'alternativa potrebbe essere quella di concentrare gli interventi italiani sul quadrante curdo, dove da mesi sono i nostri parà stanno addestrando i peshmerga e ci sono commandos occidentali in prima linea che accompagnano i soldati locali, coordinando gli interventi aerei.

Nelle prossime settimane il contingente tricolore nel Kurdistan iracheno dovrebbe venire potenziato, con l'arrivo di elicotteri pesanti Ch47 Chinook: mezzi utili per trasferire i feriti, ma anche per sbarcare nuclei di forze speciali. Quelli che poi possono dirigere il tiro delle bombe laser dei Tornado, limitando il pericolo di seminare ordigni tra i civili.

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