Su un treno diretto da Milano verso Nizza, a tre giorni dagli attentati di Parigi e dalla chiusura delle frontiere francesi, gli unici ad accorgersi che abbiamo passato il confine sono i telefoni cellulari: per qualche secondo smettono di funzionare, poi, dopo qualche altro secondo, ricevono un messaggio che recita, più o meno, ‘Benvenuti in Francia, adesso per telefonare funziona così’.
Per il resto, niente. Non c’è traccia di nulla che somigli a un confine, a una frontiera, a un posto di blocco. Con buona pace dell’ordine dato da François Hollande di chiudere le frontiere e di intensificare i controlli, con buona pace della psicosi collettiva, con buona pace del piano Alfa-rosso, con buona pace del fatto che oggi forse la Francia è, o dice di essere, il paese più blindato d’occidente.
Eppure, in Francia si entra senza che nessuno batta ciglio. Come Shengen vuole, del resto, ma come Hollande dice di non volere più.
In treno, arrivati al confine tra l’Italia e la Francia, tra Ventimiglia e Mentone, non c’è nessun controllo: non dei documenti, non delle valigie, neppure, a dirla tutta, dei biglietti ferroviari.
Si passa Ventimiglia, si fa una breve sosta senza possibilità di scendere a Menton-Garavan e poi, dopo che due poliziotti sono saliti sui vagoni, e li hanno attraversati senza fare domande, senza chiedere i documenti, senza battere ciglio, si riparte. Altri pochi minuti e si arriva a Mentone, cioè in Francia. Se poi ci si gira sui tacchi e si torna indietro e si rifà il tragitto all’inverso, con un trenino locale, quelli della linea Ter, la musica non cambia. Anzi, visto che l’Italia le sue frontiere non le ha chiuse non c’è nemmeno la visita di prammatica dei poliziotti, niente. Si va dritti.
?“Predo questo treno tutti i giorni - dice una donna Italiana che incontriamo sul Mentone-Ventimiglia delle 13 - perché vivo a Ventimiglia ma lavoro Montecarlo, faccio le pulizie. Sabato e Domenica non ho lavorato, quindi non so se hanno fatto i controlli, ma stamattina presto quando sono andata a lavorare non ci sono stati controlli. Sono saliti i poliziotti ma non mi hanno chiesto niente”.
Marco, ragazzino di forse quindici anni, di colore ma italianissimo che da Ventimiglia va verso Monaco per comprare un ‘regalo alla sua tipa’, viaggia senza biglietto e a dirla tutta è più preoccupato dall’arrivo dei controllori che da quello dei poliziotti.
Che pure, anche se non intervengono ci sono e sono tanti. Fanno crocicchio sui binari, sia a Ventimiglia sia a Menton-Garavan, e soprattutto a Milano dove, per salire sul treno diretto in Francia occorre superare un piccolo plotone blu.
Eppure i poliziotti nonostante la tensione delle ultime ore non sembrano in fibrillazione. Sono presenti, sì, ma non sembrano tesi.
Molto più nervosi sono i commessi di un piccolo bar a pochi passi fuori dalla stazione di Ventimiglia che nemmeno provano a non farsi sentire dagli avventori mentre discutono di quello che è successo a Parigi e di come, dipendesse da loro, risolverebbero tutto “con una bella bomba”. Chiedo, mentre bevo un caffè, se da quel che sanno loro ci sono problemi per attraversare il confine. Loro alzano le spalle: “Non abbiamo sentito di nessun particolare problema - dicono- Magari in macchina controllano un po’ di più, ma anche lì dipende dall’ora e da chi trovi. Sabato io ci ho messo 25 minuti a passare; un mio amico stamattina è andato via dritto. Ma con il treno non ci dovrebbero essere tanti problemi, non hanno il tempo di controllare tutti. Anche se basterebbe controllare questi qui”.
E per "questi qui" il giovane barista intende una famiglia mussulmana diretta verso i binari. Sono una madre, molto giovane e quattro bambini. Sono tutti scuri, e lei porta l'hijab, il velo che copre solo il capo e lascia scoperto il viso.
Non hanno molta voglia di parlare, tanto meno con una giornalista ma alla fine la giovane madre si lascia scappare una mezza frase “Io sono nata in Francia. Se vogliono chiedermi i documenti facciano pure”.