Hanno portato la guerra nel cuore di Parigi. Al Qaeda è tornata, con un'azione senza precedenti, scatenando il terrore nel centro dell'Europa. Ha riempito di proiettili e morti le strade della capitale francese: almeno diciassette persone uccise, dieci ferite, sei in ostaggio. Prima la strage di “Charlie Hebdo”, poi la sparatoria contro i vigili, quindi l'assalto contro il supermercato kosher e l'assedio di Dammartin. E allarmi che hanno rimbalzato da più quartieri, con segnalazioni di altri scontri e altre minacce.
È una tattica nuova, che unisce bersagli altamente simbolici a vittime colpite per caso, trasformando la metropoli in un campo di battaglia. L'ha realizzata un commando affiatato e addestrato, capace di assaltare, disperdersi e tornare a colpire. Facendo piombare un'intera nazione nella paura e nel caos.
Soltanto al tramonto un doppio raid simultaneo delle forze speciali ha eliminato i protagonisti di questa incredibile aggressione. Dopo uno scontro a fuoco, con raffiche e granate, le teste di cuoio hanno ucciso i fratelli Said e Cherif Koauchi asserragliati nella fabbrica a nord della capitale. Pochi minuti dopo anche il terzo uomo che li ha fiancheggiati nell'attacco a Parigi, Amedy Coulibaly, è stato ammazzato dagli incursori. Portando con sé tre ostaggi, morti prima del blitz, durante il quale due agenti avrebbero riportato ferite.
Ma il manipolo qaedista ha raggiunto il suo obiettivo, un contrappasso feroce: fare precipitare una città occidentale nello stesso baratro vissuto da Falluja, Aleppo, Mosul, le città simbolo dei conflitti mediorientali che si sono aperti dopo l'invasione statunitense dell'Iraq. Non attentati con bombe nascoste, come era accaduto a Madrid nel 2003 e a Londra nel 2005: un'offensiva militare, sfidando apertamente le forze di polizia, tenendo in scacco decine di migliaia di agenti.
Adesso è importante cercare di decifrare cosa c'è dietro l'orrore. Come è stato possibile che Al Qaeda sia riuscita ad addestrare una squadra così potente, farla arrivare in Francia, armarla in modo massiccio e scatenare l'incubo. I protagonisti individuati finora erano tutti noti alle forze dell'ordine, più volte finiti negli elenchi creati per prevenire la minaccia fondamentalista. Eppure gli apparati di sicurezza non sono riusciti a prevedere un attacco di questa intensità.
Le informazioni disponibili per tentare un'analisi sono pochissime. Bisogna partire dal massacro di “Charlie Hebdo”. Le immagini offrono alcuni particolari che possono permettere alcune valutazioni. Dettagli forse, che sono illuminanti per gli esperti.
Ad esempio l'insolito colore del kalashnikov usato da uno dei fratelli assassini. Nel mondo ci sono milioni di kalashnikov, ma nessuno è uguale a quello. Perché il terrorista l'ha modificato da solo, rendendolo unico: nelle battaglie siriane ed irachene non ne sono mai state identificati di simili. I video mostrano l'affusto colore grigio chiaro, a dir poco raro: è stato realizzato con una vernice speciale, chiamata “gun kote”. Serve a ridurre la corrosione di sabbia e polvere, limitando il rischio che l'arma si inceppi. E abbassa la visibilità: il pericolo che un riflesso tradisca la posizione del tiratore. In più, il killer ha modificato l'impugnatura, per migliorare la possibilità di fare fuoco a raffica.
Terroristi, miliziani e soldati non ricorrono a trasformazioni del genere: le fanno quasi esclusivamente i professionisti della guerra, quelli che oggi vengono chiamati contractors.
Lo stesso attentatore indossava un giubbotto portacaricatori, per portarsi dietro una scorta di munizioni: un modello che permette di inserire piastre di protezione in ceramica. Un accessorio leggero, che non ostacola i movimenti. È un'altra abitudine dei contractors, che spesso si muovono in un veicoli non blindati e ricorrono a questi indumenti per difendersi da schegge o colpi di piccolo calibro.
Il destino dei fratelli Kouachi si è chiuso in mattinata in una tipografia di Dammartin. Hanno catturato uno dei dipendenti e si sono barricati, pronti a morire imbracciando i kalashnikov. Il Gign, il reparto speciale della Gendarmeria, ha lanciato il blitz alle 17. Ci sono state esplosioni e scambi di raffiche. I due terroristi sono stati uccisi e un gendarme ferito, ma l'ostaggio è stato salvato. Nonostante la conclusione, quella della coppia di cecchini non è stata un'operazione suicida. E la freddezza con cui si sono mossi durante le sparatorie indica che hanno vissuto al fronte: non si impara in un poligono a mantenere il controllo davanti a persone armate, come i tre poliziotti che hanno affrontato, uccidendone due nella strada della capitale francese. Solo chi è stato in guerra riesce a mantenere tanta lucidità.
Ma il loro modo d'agire non è solo frutto dell'esperienza di guerra: non sono autodidatti che hanno appreso in battaglia i metodi d'azione. Qualcuno gli ha impartito un addestramento bellico di alto livello: una formazione qualificata, non quella elementare dei campi qaedisti scoperti in Afghanistan o Iraq, dove si insegnano solo i rudimenti dell'uso di armi ed esplosivi. Un istruttore molto esperto gli ha insegnato a muoversi in coppia, sfruttando al massimo l'affiatamento tra i fratelli.
Nella sequenza dell'esecuzione dell'agente a terra si coprono sempre l'un l'altro. Si alternano nell'azione: uno avanza, l'altro è pronto a sparare, e viceversa. Non solo: quando hanno fatto fuoco contro la volante accorsa a sirene spiegate, hanno sincronizzato il tiro. Uno ha mirato sull'autista, con tre colpi singoli; l'altro sul poliziotto che gli sedeva affianco, con una raffica di nove pallottole. Questa preparazione è una novità assoluta. Finora i protagonisti degli attentati in Occidente non avevano mai dimostrato capacità operative del genere.
La prima ricostruzione dell'attacco al giornale satirico aveva una sola anomalia. I due fratelli non si preoccupavano mai di quello che poteva arrivare dall'altro lato della strada. Una sicurezza che non giustificabile con le direzioni obbligate dei sensi unici: si sono fermati aspettando i poliziotti, senza mai voltarsi indietro. Il sospetto che ci fosse qualcuno a coprirgli le spalle adesso sembra drammaticamente confermato.
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I Kuachi potevano contare su almeno un altro complice, altrettanto agguerrito. Mentre le ricerche si concentravano sui fratelli in fuga, il terzo uomo ha continuato la missione nelle strade di Parigi. Ieri ha colpito una pattuglia di vigili, uccidendone uno e ferendone un altro. Poi questa mattina ha fatto irruzione in un supermercato ebraico, barricandosi. Kalashnikov alla mano, ha chiuso in una stanza cinque persone, inclusa una bambina di sei mesi.
Il terzo uomo è Amedy Coulibaly. Si è mostrato altrettanto crudele, altrettanto abile e altrettanto armato dei fratelli Kuachi. Ed è sicuramente legato a loro: fa parte della stessa cellula, una delle prime attive in Europa che nel 2005 aiutava i volontari qaedisti a raggiungere l'Iraq per combattere gli americani e poi ha progettato l'assalto contro un carcere francese dove erano detenuti terroristi islamici. La sua azione aveva un unico scopo: aprire una via di fuga per la coppia assassina, circondata nella tipografia. Ha urlato le sue condizioni agli agenti: “Solo se li lasciate andare libererò gli ostaggi”. Al tramonto l'irruzione del Raid, gli incursori della polizia, ha stroncato il suo piano: è stato ucciso, mentre anche tre dei suoi prigionieri stando alle prime notizie sarebbero morti durante il blitz e diversi agenti feriti.
Incerta la sorte e il ruolo di una donna, Hayat Boumedienne, che avrebbe accompagnato Coulibaly nell'ultimo attacco. Il suo nome e la sua foto sono state diffuse dal ministero dell'Interno, a ulteriore testimonianza di come il commando fondamentalista potesse contare su numerose complicità: il terzo uomo, tra l'altro, ha potuto rifornirsi di mitragliatori e munizioni prima di entrare nel market kosher.
Quale è stata la regia che ha organizzato l'offensiva contro Parigi? Chi li ha addestrati a colpire? Chi li ha dotati di così tante armi? La prima pista porta allo Yemen, un paese dimenticato dai bollettini delle guerre mediorientali. Lì solo nell'ultimo anno le tribù alleate con la rete quaedista hanno lanciato un'offensiva con migliaia di vittime. Cherif Kouachi nel 2011 è stato nello Yemen. Lì probabilmente è stato addestrato. Forse lì, partecipando ai combattimenti ha acquisito la sua esperienza al fuoco.
La branca locale di Al Qaeda fa direttamente capo all'Arabia Saudita, la patria di Osama Bin Laden. Pubblica persino un giornale “Inspire”, che nel 2013 ha diffuso un poster con undici persone “ricercate vive o morte per crimini contro l'Islam”: uno di loro era Stephane Charbonnier, il direttore di “Charlie Hebdo” assassinato mercoledì.
Ma la facilità e la potenza con cui il commando ha terrorizzato Parigi è un segnale che allarma tutto l'Occidente. Mentre tutti guardavano all'Isis, il colpo è arrivato da Al Qaeda. Altre squadre possono avere ricevuto lo stesso addestramento ed essere già pronte ad agire con la stessa tattica.