La Grecia chiude il suo principale centro per migranti, Amygdaleza, alle porte di Atene: un lager fatto di container dove botte, torture e condizioni disumane sono la normalità quotidiana.
Il vice ministro dell’ordine pubblico Yannis Panousis ha annunciato, commosso, dopo la visita al campo: «Abbiamo chiuso con i centri di detenzione per gli immigrati. Per quanto accaduto mi vergogno non come membro del governo, ma come essere umano. Tutto ciò deve cambiare, e deve cambiare immediatamente».
Dalle promesse elettorali del partito di sinistra-sinistra Syriza ai fatti, ecco un radicale cambiamento della politica ellenica sull’immigrazione: il rilascio di tutti i minori non accompagnati, le donne incinte, gli anziani, i malati, le vittime di tortura, le famiglie, i disabili e tutte le categorie più vulnerabili di persone finora detenute.
E ancora: liberazione immediata di tutti i richiedenti asilo e l’abolizione della decisione ministeriale che permetteva la detenzione nei centri per un periodo superiore ai 18 mesi, violando apertamente anche le direttive europee in materia.
Nel perimetro del lager di Amygdaleza a finire sono soprattutto l’esercito di sans papiers che provano la rotta ad Est: iraniani, afghani, curdi, bengalesi, pachistani. Più raramente somali ed eritrei.
Da soli, o inquadrati dagli schiavisti, puntano sulla rotta orientale, per evitare i deserti africani e la navigazione verso Lampedusa. Destinazione Turchia e poi verso Grecia e da lì provare ad arrivare sulle sponde adriatiche dell’Italia via traghetto.
Scoperti dalle autorità italiane, nonostante le raccomandazioni dell’Unione europea sulle espulsioni collettive, vengono rimpatriati verso i porti del mar Egeo. E da lì spediti direttamente nei centri di espulsione. Per mesi, a volte per anni.

IL CAMPO DELLA VERGOGNA
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'ennesimo suicidio di un uomo all’interno del campo e poi la rivolta divampata come un incendio. È successo domenica 15 febbraio, dopo la morte di un giovane pachistano. Aveva 28 anni, ha usato un asciugamano per impiccarsi dal suo letto a castello.
Era stato arrestato il 12 dicembre sull’isola Creta e trasferito qui. Due anni fuori e dentro il carcere e strutture precarie di accoglienza. È il quarto “ospite” a perdere la vita dalla scorsa estate e il secondo in appena sette giorni a Amygdaleza.
Nel campo a Nord di Atene si vive in meno di due chilometri quadrati: una distesa di duecentocinquanta container, alte recinzioni e filo spinato, più di milleseicento persone rinchiuse, condizioni di vita degradanti con cibo scarso, senza medici nè assistenza e nella più totale sporcizia. Anche gli spazi sono angusti: si convive in sette in nove metri quadri, con il caldo d’estate e le temperature sotto zero d’inverno, quando arriva anche la neve.
Tirato su in pochi mesi con i container usati dalla Protezione civile per gli sfollati dei terremoti.
Teatro di scioperi della fame, suicidi e proteste dei detenuti con incendi, botte e dura repressione delle guardie.
Anche le Nazioni Unite hanno più volte accusato il governo greco di detenere i migranti in condizioni scioccanti senza riscaldamento o acqua calda.
«Fa schifo qui, io sono stato malato per 15 giorni, senza medicine né dottori» racconta un detenuto nel filmato Amygdaleza detention center (visibile qui sotto).
«Sono qui da due anni e mezzo, terribile nessuno pulisce» si lamentano tutti: «Oggi hanno finalmente lavato ma sono passati quattordici mesi dall’ultima volta».
«Io ho i documenti da richiedente asilo ma sono qua dentro» spiega un uomo iraniano. Recluso nonostante le norme comunitarie prevedano il diritto all’accoglienza e non la reclusione.
LA STORIA
Amygdaleza è stato il primo centro, aperto nel 2012, per “trattenere” i migranti entrati senza documenti in Grecia.
Il precedente governo conservatore guidato da Antonis Samaras ha lanciato in quell'anno un’operazione di scansione chiamata “Xenios Zeus” con migliaia di arresti di immigrati privi di documenti. Inoltre, grazie ad norma approvata all’inizio dello scorso anno, il periodo di detenzione nei centri si può prolungare in maniera indefinita oltre i diciotto mesi fissati dalla Ue.
LA DENUNCIA DI MEDICI SENZA FRONTIERE
La prolungata e sistematica detenzione dei migranti e richiedenti asilo in Grecia sta avendo conseguenze sulla loro salute e sulla loro dignità: questo l’allarme lanciato dalla ong Medici senza frontiere che fornisce cure mediche e psicologiche nei centri di detenzione dal 2008. Nel rapporto Invisible Suffering (Sofferenza invisibile) si sottolinea il grave impatto della detenzione sulla salute fisica e mentale dei migranti già un anno fa.
«In sei anni, abbiamo effettuato più di novemila visite mediche all’interno dei centri di detenzione e delle stazioni di polizia dove migranti e richiedenti asilo vengono trattenuti» spiega Apostolos Veizis, capo missione di Medici senza frontiere in Grecia:«Ma nonostante i nostri ripetuti appelli per il miglioramento delle condizioni di detenzione e l’accesso all’assistenza sanitaria, abbiamo visto solo piccoli cambiamenti mentre la situazione generale continua a peggiorare».
Da quando la polizia greca ha lanciato l’operazione “Xenios Zeus” il numero di migranti irregolari e richiedenti asilo trattenuti in detenzione amministrativa è salito in maniera esponenziale. Senza però fornire assistenza legale nè medica.
Allo stesso tempo, la capacità delle strutture di detenzione è cresciuta di 4.500 posti con l’aggiunta di cinque centri temporanei, ma le condizioni sanitarie e la fornitura di servizi di base restano ampiamente inaccettabili secondo l’organizzazione internazionale.
Anche gruppi particolarmente vulnerabili – come minori e persone affette da malattie croniche e disabilità – sono vittime di detenzione prolungata per quasi tre anni.
Una sistematica violazione delle norme: i sans papier vengono trattenuti anche nelle stazioni di polizia, dove le condizioni sono ancora più deplorevoli e dove i detenuti non possono uscire all’aria aperta per lungo tempo, in alcuni casi fino a diciasette mesi.
«Nei luoghi di detenzione, il sovraffollamento, il riscaldamento inadeguato, l’acqua calda insufficiente, la scarsa aerazione, la mancanza di accesso all’aria aperta e un’alimentazione povera contribuiscono alla diffusione di malattie respiratorie, gastrointestinali, dermatologiche e muscolo-scheletriche tra i detenuti» viene messo in risalto nel report di Msf.
La detenzione è anche dannosa per la salute mentale: molti manifestano sintomi di ansia, depressione e manifestazioni psicosomatiche e non è raro che migranti disperati facciano lo sciopero della fame o arrivino a compiere atti di autolesionismo.
Parole rimaste inascoltate fino all’ennesima morte di un ragazzo di appena ventotto anni. Arrivato dal Pakistan e arenatosi alle porte dell’Europa.