L'arsenale promesso dal governo Renzi ad agosto per bloccare l'avanzata dei fondamentalisti è stato trasferito a Erbil. E sul posto c'è già un primo contingente di istruttori, inquadrato in uno squadrone europeo che addestra i peshmerga a usare le nuovi armi. Per i lotti di kalashnikov e razzi russi – parte di un carico sequestrato dalle autorità italiane durante l'embargo alla ex Jugoslavia – non ci sono stati problemi: i curdi li conoscono perfettamente. Più difficile insegnare a maneggiare le mitragliatrici occidentali di grosso calibro: a novembre una squadra di militari curdi è stata ospitata a Roma, dove in un poligono della scuola di Cesano ha fatto pratica con le dotazioni italiane. Poi sono andati direttamente al fronte, portandosi dietro le armi.

La notizia che ha mandato alle stelle il morale curdo viene però attribuita al vertice delle nostre forze armate. Stando ai media locali, un mese fa l'ammiraglio Luigi Binelli Mantelli – durante il tour di saluto ai militari impegnati in missione prima di lasciare l'incarico di comandante in capo – ha annunciato la cessione di un elicottero pesante Ch-47 Chinook. Il velivolo sarebbe stato destinato “al supporto medico e logistico della prima linea”. Alcune fonti hanno addirittura parlato di ben quattro elicotteri italiani in dono. Il portavoce del ministro della Difesa Halgord Hikmat ha dichiarato all'agenzia Basnews: «Siamo totalmente pronti a ricevere questi elicotteri. Un team di esperti italiani è attualmente in Kurdistan per identificare una base per i velivoli e addestrare i peshmerga a usarli».

Di sicuro, nei prossimi mesi, ci sarà un'escalation italiana nel conflitto con lo Stato islamico. Il piano del governo Renzi prevede l'impegno di 525 militari, senza compiti di combattimento. In Kuwait l'Aeronautica ne ha schierati 220 con quattro cacciabombardieri Tornado e due droni Predator che compiono voli di ricognizione sul nord dell'Iraq. Altri trecento prenderanno posizione a Erbil, anche se ci sono pressioni americane per dislocare un reparto di forze speciali al fianco delle truppe di Baghdad, quelle che si sono dimostrate più deboli nella lotta ai fondamentalisti con la bandiera nera.
Nella cittadina di Atrush, a ottanta chilometri dalla capitale curda e in prossimità di importanti campi petroliferi, è stata costruita una base europea, gestita da italiani, tedeschi, olandesi e inglesi. Ogni mese centoventi peshmerga vengono preparati alle tattiche operative per trasformare questi guerriglieri in soldati. Spesso sono veterani, con un'esperienza di guerra superiore a quella dei loro addestratori: alcuni hanno affrontato l'avanzata dello Stato islamico opponendosi ai carri armati con pochi fucili. «Ascolti i loro racconti e ti rendi conto che se la sono vista veramente brutta», ha commentato un tenente olandese. Tra gli istruttori italiani c'è Emilio, un sergente dei parà che nel 1991 partecipò alla missione di soccorso alla popolazione curda, fuggita sulle montagne per sopravvivere ai bombardamenti di Saddam Hussein. «In queste reclute c'è la stessa passione che vidi allora. Sono passati tanti anni, ma una cosa non è cambiata: stanno ancora combattendo».