Archivio che vai, volontario che trovi, anche se a Roma s'incontrano spesso gli stessi. Tra corridoi e scaffali degli uffici centrali dei Beni Culturali passano infatti le ombre di una prassi assodata. Servono custodi, segretari, persone che organizzino i documenti sui computer? Ecco volontari a cui è garantito un salario minimo giornaliero e a cui il compito è affidato in via diretta, senza gara o controlli o verifiche.
Roberto Ciccarelli, su Il Manifesto, raccontava di come 29 volontari della biblioteca Nazionale per racimolare 400 euro al mese su 24 ore di lavoro settimanali raccogliessero tutti gli scontrini possibili per ottenere rimborsi spese minimali. I volontari di cui parlava Ciccarelli sono gli stessi che si incontrano frequentemente a controllare i contratti firmati dall'Archivio Generale di Stato e dalle direzioni generali del ministero dei Beni Culturali di Roma attraverso gli affidamenti diretti.
Uno di questi nomi ricorrenti è quello di "A.v.a.c.a - associazione volontari attività culturali ed ambientali", il cui responsabile risulta essere Gaetano Rastelli, un sindacalista che siede nel Coordinamento Generale della Federazione dei Lavoratori Pubblici - Beni Culturali. Nel 2014, ad esempio, Avaca ha preso piccole e medie commesse dall'Archivio Centrale per 44mila euro. Che servivano a coprire gli spazi lasciati vuoti dai dipendenti pubblici.
Ma la prassi è consolidata anche in altri uffici. La Direzione generale per l'archeologia ha appena pubblicato un bando per la ricerca di un'associazione senza scopo di lucro che si occupi della «sistemazione del patrimonio documentale» dal primo settembre al 31 dicembre 2015. Bisogna avere sede a Roma e cinque volontari di età non superiore ai 50 anni disposti a lavorare al massimo 4 ore al giorno per un rimborso spese (lordo) di 25 euro giornalieri a persona. C'è tempo fino al dieci giugno.
Con 69 dipendenti (erano 72 un anno esatto fa) e un tasso d'assenza fra i più alti all'interno delle soprintendenze (ora è il 32,78 per cento, a gennaio del 2014 era il 42,05) non potrebbere essere resa più efficente la stessa macchina burocratica senza ricorrere all'aiuto esterno? «Purtroppo no, non siamo abbastanza», risponde il nuovo direttore generale per l'Archeologia Gino Famiglietti: «Oggi ho soltanto 2 o 3 archeologi e un architetto. Gli altri sono geometri o personale amministrativo. E le funzioni del nostro ufficio sono cambiate con l'ultima riforma: prima qui passavano solo carte delle periferie. Ma adesso la direzione centrale entra invece nel merito dei progetti territoriali, e abbiamo piani nazionali da applicare come quello per l'archeologia preventiva».
Servono più competenze insomma, sostiene, e così restano scoperti compiti necessari come quello "banale" di tenere in ordine e digitalizzare l'immane mole di documentazione degli uffici archeologici romani. Ma se l'aiuto dall'esterno è necessario, non sarebbe meglio dare spazio a quella massa di giovani laureati in materie artistiche che non trovano speranze fra i beni culturali martoriati dalla spending review? «Sì, ed è mia volontà farlo», sostiene Famiglietti: «Ho trovato questa prassi al mio arrivo e piuttosto che una proroga ho preferito indire un bando. Ma dall'anno prossimo vorrei ribaltare la situazione e ingaggiare una squadra di operatori specializzati, anche per la documentazione e l'archivistica».
Il richiamo all'esterno non sarà solo per le scartoffie, dice, ma pure per le funzioni più operative. Nonostante la verve riformistica del governo, che ha fatto della mobilità interna dei dipendenti pubblici uno dei refrain del dibattito sul tema, coprire i buchi operativi con personale di altre dipendenze è infatti più arduo del previsto: «Ho provato a fare degli interpelli interni mirati, per costruire una squadra di lavoro per i nuovi progetti», racconta Famiglietti: «Ma ho ottenuto una risposta quasi a vuoto. Un solo archeologo potrà trasferirsi qui da un'altro ufficio. Gli altri non hanno risposto, oppure non hanno ottenuto il via libera dei loro capi o ancora non erano idonei alla posizione».
Soluzione? Ales, la società pubblica dalle mani private, che assume custodi e operatori per il resto del sistema. La stessa che il ministro Dario Franceschini vedrebbe bene in futuro a competere con i privati nella gestione dei servizi aggiuntivi all'interno dei musei.