Fossero state un referendum, le elezioni che lo scorso fine settimana hanno confermato Enrico Rossi governatore della Toscana sarebbero state nulle: più della metà degli elettori è infatti rimasta a casa. Come del resto accaduto anche nelle Marche. Per non parlare dell'Emilia Romagna, dove lo scorso autunno è andato a votare poco più di un terzo degli aventi diritto.
Reggio Emilia, in questo senso, è diventata Reggio Calabria. Anzi, peggio. La provincia rossa per eccellenza, un tempo campionessa nazionale di partecipazione al voto, è scivolata in fondo alla classifica. Con Parma e Rimini, il capoluogo emiliano ha strappato così a quello calabrese il titolo di "capitale" dell'astensionismo nelle elezioni regionali, da cui dipendono sanità, trasporti e ambiente.
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È l'avanzata del primo partito nazionale, il partito dell'astensione, fotografata da “l'Espresso” raccogliendo i dati sul non-voto alle Regionali per ogni provincia italiana dal 1970 ad oggi. Una elaborazione che mostra come un tempo, neppure troppo lontano, l'astensionismo non fosse tanto scontato quanto lo è oggi. Perché a Napoli, ad esempio, dove domenica si è presentato al seggio solo un elettore su due, nel 2000 era ancora il 68 per cento della popolazione a votare per l'istituzione locale dal budget più ricco, quella della Regione.
Perché la provincia di Genova, che oggi incorona Giovanni Toti governatore, ha perso per strada 41 votanti su 100. Perché negli ultimi venti anni è scappato dalle urne pure un terzo degli elettori della Taranto avvelenata dall'Ilva.
UN LUNGO ADDIO
Il premier Matteo Renzi ha liquidato il problema dell'astensione, per ora, guardando solo allo specchio del Pd. «Non abbiamo dimostrato anche in periferia che il partito è cambiato sul serio», ha detto ai suoi. Ma come indicano le elaborazioni dell'Espresso, la motivazione portata dal presidente è valida fino a un certo punto. La crisi della partecipazione democratica infatti – riscontrata in tutta Italia senza inversioni di tendenza sul lungo periodo – mostra come la rinuncia al voto non sia una protesta temporanea, una tornata saltata per lanciare un segnale al partito di riferimento. Al contrario, l'assenza dalle urne sembra più il segno di una disillusione assodata, assoluta, che sfocia in alcune regioni nella repulsione verso la macchina dell'istituzione regionale.
Esistono esempi in controtendenza. L'Abruzzo ad esempio ha riconquistato schede all'ultimo voto rispetto al precedente, mentre nel Lazio e in Lombardia a risollevare la china ci ha pensato nel 2013 la concomitanza delle elezioni politiche. Ma anche chi tiene si trova a perdere un po'.
La provincia di Milano, che ha visto solo il quattro per cento degli elettori rinunciare alle urne rispetto alle elezioni regionali del 1995, conta comunque 600mila presenze in meno in confronto al 1970. Brescia, attualmente sul podio per volontà di rappresentanza, con una partecipazione all'80 per cento, trent'anni fa poteva contare sul 95 per cento.
PIANURE ROSSE, PIANURE VUOTE
La distanza fra l'80 per cento dei votanti bresciani e il 33 dei residenti a Rimini è abissale. Un tempo le medie dell'astensione oscillavano fra il 3 e il 20 per cento. Oggi passano da 20 a oltre 70. E ad essere colpite in misura maggiore sono le storiche regioni rosse.
Quelle stesse che nel 1970 fecero registrare tassi di partecipazione bulgara, con un'affluenza compresa fra il 94 e il 96 per cento, mentre oggi non esce di casa per votare più di un elettore su due. Erano il fiore all'occhiello della sinistra italiana: buona amministrazione, servizi sociali, prosperità economica. Un anticipo di futuro rispetto al giorno in cui si sarebbero spalancate le porte del governo.
Mezzo secolo scarso dopo, le regioni rosse sono il punto più dolente, quello dove si concentra in misura maggiore il distacco che separa il paese reale dalla politica. L'operaia Livorno ha perso per strada 49 elettori su 100 dal 1970 ad oggi. Nel 1995 votò l'85 per cento degli aventi diritto. Settimana scorsa il 46, quasi la metà.
L'astensionismo è esploso, forse non casualmente, proprio nel momento in cui la sinistra è arrivata per la prima volta al governo, peraltro con un esponente della tradizione comunista: alle regionali del 2000, quando a Palazzo Chigi c'era Massimo D'Alema (che si dimise dopo il voto per il risultato negativo). È in quell'elezione che venne fuori tutto il malessere del popolo progressista: rispetto a cinque anni prima, a votare si recò un decimo degli elettori in meno. Senza contare che già nel 1995 la flessione era stata di un altro 5 per cento.
SCUSE E SPIEGAZIONI
E adesso, ancora una volta, è da quelle terre che arriva il segnale più forte di scontento. Ed è infatti un loro figlio, l'ex sindaco di Reggio Emilia e attuale ministro dei Trasporti Graziano Delrio, ad ammettere: «Io sono personalmente preoccupato per il dato sull'astensionismo».
Eppure, se la preoccupazione sull'astensione (almeno a parole) è comune, le spiegazioni sui perché si dividono. E c'è addirittura chi, come il segretario Udc Lorenzo Cesa, attribuisce parte della responsabilità alla lista degli “impresentabili” comunicata dall'Antimafia di Rosy Bindi il venerdì prima delle urne: «L'iniziativa della presidente Bindi a due giorni dalle elezioni è stata del tutto inopportuna», ha detto al margine della direzione nazionale del suo partito: «Ha generato solo maggiore astensionismo e ha dato una mano ai populisti».