La foto d'apertura, scattata da Maki Galimberti per l'Espresso, ritrae una donna velata integralmente di fianco a un nudo botticelliano. Il crimine, è noto, per la società di Mark Zuckerberg, sarebbe quel capezzolo del seno sinistro mostrato con naturalezza dalla modella. Un capezzolo di donna che è un totem, un tabù da togliere d'ufficio per l'algoritmo pornofobico di Palo Alto, come d'altronde il primo piano di un dipinto di Courbet. È successo così che il post con cui l'Espresso presentava la copertina del settimanale in edicola è stato estromesso dalla comunità globale di Facebook con i suoi 389 commenti in 4 ore. Finiti tutti nel cestino, a parte i primi sei salvati dalla copia cache.

A Facebook questa decisione non è piaciuta. E ha rimosso la copertina incriminata, senza neppure segnalarlo agli amministratori della pagina come fatto in passato, perché “non rispondeva agli standard della comunità”. Ora niente, nemmeno una notifica. Questa la spiegazione ufficiale che ci ha fornito il social network: "Il contenuto è stato rimosso perché in violazione degli standard della community di Facebook riguardanti i contenuti di nudo e in particolare per la presenza di un capezzolo all’interno dell’immagine. Il fatto di non essere stati avvertiti non è stato voluto, ci scusiamo per quanto avvenuto".
Chi li decida quegli standard non è tuttavia la comunità. Perché lo stesso problema ha colpito anche chi la copertina l'aveva ripresa per dibatterne, in positivo e negativo, e non dalle batterie della testata, ma dal basso spontaneo di una parola condivisa. È successo a Monica, ad esempio, che aveva ri-pubblicato l'apertura de l'Espresso aggiungendo delle sue riflessioni personali sulla pagina, “Cynical Thoughts”: «Volevo dire la mia, ovvero che quella foto secondo me raccontava in modo radicale due forme di schiavitù; quella del velo e quella del corpo perfetto, subìto, su cui si impongono stereotipi, pressioni, standard di bellezza, di forme», racconta: «Anche sul mio piccolo spazio ho avuto centinaia di commenti, dalle critiche a chi si sentiva offeso, alle donne che argomentavano scrivendo: “Io sono libera perché me ne frego di quegli stereotipi”».
Poi, la mannaia della censura: «Dopo quattro giorni apro, e non c'è più niente», dice: «Ero infuriata. Se mi avessero almeno avvisato avrei salvato i commenti, la discussione che era scaturita, avevo risposto a decine di persone». Tutto nel cestino. Ora è online, censurata, con gli ultimi scampoli di conversazione. Sui tabù. Anche quelli di chi detiene e stabilisce le regole dell'autostrada più frequentata nell'informazione globale.