I parenti del ricercatore torturato e ucciso in Egitto parlano in una conferenza stampa al Senato. E chiedono un intervento forte del governo se nel prossimo incontro del 5 aprile non ci saranno passi avanti. "Abbiamo una foto che mostra le torture su di lui. Speriamo non serva usarla per richiamare l'attenzione"

Se il 5 aprile prossimo gli investigatori egiziani non arriveranno in Italia con delle notizie veritiere sulla sorta di Giulio Regeni, allora sarà il momento in cui il nostro governo dovrà avere una reazione forte: richiamare in Italia il nostro ambasciatore al Cairo.

A dirlo, in Senato di fronte ai cronisti, sono i genitori del ricercatore italiano torturato e assassinato al Cairo lo scorso gennaio. «Dal nostro governo ci aspettiamo una risposta forte a sottolineare che non dimentichiamo», ha detto Paola Regeni, la madre di Giulio, avvolta in uno scialle giallo, gli occhi lucidi ma vivaci, incorniciati da una sottile montatura nera. 
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«L'Italia dovrebbe richiamare il nostro ambasciatore al Cairo per consultazioni», ha esplicitato il senatore Luigi Manconi, che li accompagnava: «Il che non vuol dire interrompere i rapporti col governo egiziano ma soltanto rivederli perché la tutela della persona è una parte integrante di quelle relazioni». Dopo due mesi di menzogne dovrebbe essere l'ora della verità. Se non arriva allora che il passo cruciale lo facciano le istituzioni. «Anche la Farnesina dovrebbe dichiarare l'Egitto Paese non sicuro, cosa che avrebbe degli effetti importanti sul flusso turistico dall'Italia».

Ad accompagnare i genitori di Regeni c'erano anche la loro avvocatessa, Alessandra Ballerini, e il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury che ha spiegato come l'omicidio di Regeni non sia affatto un caso isolato. «Non avevamo in Italia un caso così dai tempi del nazismo e mio figlio non era nemmeno in guerra», ha sottolineato la madre Paola: «Ma in Egitto non è stato l'unico». Secondo le associazioni dei diritti umani egiziane l'anno scorso sarebbero state torturate oltre 1.500 persone, di cui un terzo è perito a causa delle atrocità. E nei soli primi tre mesi di quest'anno sono stati oltre 80 gli egiziani torturati, di cui 8 deceduti.
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«Ci mancherà Giulio perché avrebbe potuto dare una mano al mondo», ha detto la madre, sottolineando come non riesca ancora a piangere, «forse quando saprò la verità mi sbloccherò». Poi ha aggiunto: «Però con la sua morte adesso in Italia si parla finalmente anche di Egitto e tortura».

Paola e Roberto Regeni hanno affermato di essere in possesso di una foto tremenda che mostra le torture a cui il viso del figlio è stato sottoposto. «Mai avrei pensato di potere identificare mio figlio solo dalla punta del naso», ha detto Paola Regeni. Ma per il momento non hanno intenzione di mostrarla in pubblico, sperando ancora che non sarà necessario e che opinione pubblica e governo lavoreranno per trovare la verità, la scomoda verità, sui carnefici del figlio. «Aveva un viso aperto, aperto al mondo. E invece nell'obitorio di Roma l'ho visto così piccolo, piccolo, con sopra tutto il male del mondo».
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Genitori e avvocatessa hanno ribadito la loro convinzione che il figlio non collaborasse con i servizi segreti («non avrebbe avuto tempo», ha ribadito l'avvocatessa Ballerini) e che non ci fosse nessun intento di estorsione monetaria nei suoi confronti. Il conto corrente infatto non è stato movimentato durante i giorni della sua scomparsa e comunque conteneva soltanto 850 euro. «Il nostro era un ragazzo sobrio che indossava i vestiti del padre pur di non spendere», ha ricordato la madre che si è commossa quando ha menzionato come tutti gli amici abbiano offerto i propri cellularie e computer in visione agli investigatori pur di far luce sulle cause della sua morte.

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