Il dossier della Ong Elandeem: 75 morti, di cui 8 nei luogi di detenzione. Commissariati e centrali di polizia sono tutt'altro che posti sicuri: da qui si perdono le tracce delle persone fermate

Sono i Regeni di cui non parla nessuno. Sono quelli che spariscono, da casa o dal luogo del lavoro, e non vengono più ritrovati. I più fortunati riemergono in qualche carcere segreto nei dintorni del Cairo. I loro parenti non li possono andare a trovare. Vengono torturati e non curati. Solo nel mese di febbraio ne sono spariti 155. I morti invece sono stati 75. Uccisi dalla polizia perché erano armati o, in molti casi, semplicemente per un diverbio con chi indossa la divisa. Nel bollettino di guerra è incluso anche il nome del ricercatore italiano. Otto i decessi nei luoghi di detenzione. Ben 77 casi confermati di torture; 44 di mancate cure e 43 aggressioni da parte delle autorità. Tutto questo nel mese più corto dell’anno.

I numeri, confermati uno a uno dalle notizie apparse sui mezzi d’informazione e sui social, sono forniti dal centro di assistenza e riabilitazione per le vittime di violenze e torture, Elnadeem. Fanno parte di quello che gli attivisti chiamano “l’archivio dell’oppressione”. Solo una settimana fa il ministero della Sanità ha deciso di chiudere il centro dell’ong, fondata nel 1993, perché non avrebbe “le autorizzazioni necessarie per le attività svolte”. In realtà è un altro passo per cercare di chiudere la bocca della verità.

Venendo ai drammatici dati, tra le 75 uccisioni segnalate otto sono riconducibili a discussioni con uomini delle forze dell’ordine. Non sempre legate alla sicurezza. Un giovane lavoratore è stato giustiziato da un poliziotto durante una banale contrattazione. Regeni è nell’elenco dei morti a seguito delle torture. Un altro giovane ha perso la vita invece volando dal tetto di un commissariato. Tra gli altri deceduti mentre erano sotto custodia provvisoria, due a causa delle torture, due perché non sono stati curati, uno per intossicazione da gas e tre per motivi sconosciuti. Commissariati e centrali di polizia sono tutt’altro che posti sicuri. E’ qui che avviene la maggior parte delle sevizie segnalate. Non va meglio nemmeno per chi finisce in ospedale. Spesso sono stati aggrediti dai militari anche i medici.

Commissariati e centrali di polizia sono anche i punti di sparizione più segnalati. Molti vengono arrestati, alla presenza di testimoni, accompagnati ai comandi delle forze dell’ordine e da qui si perdono le loro tracce. “E’ stato rilasciato e non è tornato a casa”, questa la risposta che ricevono i familiari. Tanti altri invece sono stati prelevati dai posti di blocco. E poi: davanti a casa, sul posto di lavoro, persino dalla sede della procura. Tra i 155 ci sono giovani e anziani. Nessuna distinzione. Sono 44 quelli ricomparsi in varie prigioni dopo essere spariti per diversi giorni. Alcuni anche dopo mesi.

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