Due mesi in carcere con l'accusa di essere uno scafista. Poi la libertà. Perché Buba Dumba in realtà non è un trafficante. Non lo è mai stato. Buba è semplicemente un migrante che aveva diritto a un permesso umanitario. Che ha subito botte e minacce prima di partire dalle coste libiche. E come gli altri ha attraversato il deserto a bordo di camion e, per alcuni tratti, a piedi. Un inferno conosciuto ancor prima di compiere 18 anni.
Ha una dote, però, Buba. Una qualità che i boss del traffico di essere umani hanno trasformato nella sua condanna. Il villaggio da cui è partito si trova su un'isola del Senegal. E qui faceva il pescatore. Se la cava perciò piuttosto bene nel manovrare piccole imbarcazioni. Per questo i criminali libici lo hanno selezionato e costretto a guidare il gommone. Figuri violenti e spietati, che non avrebbero mai accettato un rifiuto.
Sulla spiaggia dove Buba ha atteso la partenza con altri quasi mille migranti, l'hanno persino intimidito con un'arma: «Sono stato schiaffeggiato. Uno dei libici ha tirato fuori anche la pistola dicendomi che se non avessi condotto la barca sarebbero morti tutti e la responsabilità sarebbe stata mia», ha raccontato durante l'udienza di convalida del fermo.
Tuttavia le parole messe a verbale non l'hanno salvato dalla cella della galera italiana. L'ennesima del suo viaggio. Spera possa essere l'ultima, dopo i lager di Misurata e Tripoli. Buba, insomma, è una vittima tanto quanto gli altri. Ma invece di incarcerare le vere menti del traffico, hanno rinchiuso lui nel penitenziario. Eppure gli altri compagni di viaggio avevano sì indicato in Buba il timoniere, precisando però che «Era un passeggero come noi».
La storia di Buba non è un caso isolato. La repressione del fenomeno dell'immigrazione è spesso cieca. E I minori finiti in galera subito dopo lo sbarco sono numerosi. Secondo i dati letti da “l'Espresso” forniti dal dipartimento minorile del ministero della Giustizia, i ragazzini bloccati allo sbarco sono in costante aumento: si è passati dai 46 del 2013 a 68 contati fino a marzo 2016. Attualmente i detenuti per questo reato nelle carceri minorili sono 18. Gli altri sono ristretti in strutture diverse. La maggior parte di loro sono africani. Spiccano gli egiziani, 29, spesso collegati davvero con bande di trafficanti. In 34 provengono invece dall'Africa Subsahariani, in particolare da Senegal e Gambia.
Questi ultimi hanno viaggiato per tutto il deserto in condizioni disumane. Hanno rischiato di morire per raggiungere il Mediterraneo. Arrivati in Libia sono stati sfruttati nei cantieri per pagarsi il transito via mare e prima tenuti in lager a cielo aperto. Infine, alcuni di loro sono stati costretti a guidare fino alle coste italiane.
La crescita del numero dei minorenni fermati perché sospettati di essere scafisti lascerebbe ipotizzare una strategia dei clan del traffico di uomini. Piazzano al timone giovanissimi migranti che hanno pagato il viaggio come tutti gli altri. Risparmiano, così, risorse umane dell'organizzazione. Consapevoli che saranno altri a pagare penalmente per loro. Un ulteriore dramma per chi è partito convinto di arrivare in Italia e, qui, finalmente trovare un minimo di serentià.
Buba Demba, assistito dal tutore nominato dal tribunale di Catania, l'avvocato Filippo Finocchiaro, ha raccontato ai pm i fatti di quella notte prima di salpare. Le sue dichiarazioni sono confermate da altri migranti sbarcati con Buba e che hanno assistito alle drammatiche scene su quella spiaggia vicino a Tripoli.
«Durante l'attesa dell'imbarco ho notato 900 migranti pronti a partire ed eravamo vigilati da una decina di persone, libici, armate di pistole, bastoni e coltelli», ha spiegato uno dei migranti sbarcati a Pozzallo con Buba, che ha aggiunto: «All'inizio il gommone è stato condotto dall'uomo libico, il quale dopo circa 10 minuti di navigazione si è buttato in mare lasciando la guida al capitano che ha condotto la barca per il resto della traversata. Il capitano non parlava inglese pertanto mi ha passato il telefono satellitare che i trafficanti gli avevano affidato per chiamare i soccorsi. A bordo eravamo solo migranti, e ritengo che il capitano fosse un migrante come noi».
«Durante il viaggio a piedi c'erano sei uomini libici armati che ci controllavano. Qui venivamo raccolti in gruppi e durante l'attesa è successo che uno dei libici ha colpito con il calcio del fucile un migrante. Così ha fatto partire una serie di colpi che hanno ucciso uno di noi e ferito un altro. Poi siamo partiti e poco dopo il timone è stato affidato a uno del nostro gruppo», ha riferito agli investigatori Emmanuel, un altro passeggero.
Insomma, Buba ha guidato perché costretto. E per questo il gip lo ha scarcerato: «È evidente- scrive il giudice nell'ordinanza- che ha agito per necessità». Di fronte alla minccia di essere ucciso e di uccidere tutti quelli presenti sulla spiaggia, Buba non aveva avuto scelta. Ma non basta per la giustizia italiana. Buba è libero, certo. Ora vive in una struttura protetta. Vuole studiare, lavorare. Vorrebbe che l'Italia diventasse casa sua. E aspetta il processo. Un giudizio che non è scontato. Perché comunque rischia di essere condannato per violazione della legge sull'immigrazione clandestina. L'avvocato Finocchiaro è riuscito a inserirlo in una residenza per l'accoglienza e a fargli ottenere un permesso umanitario. Tutto questo non è sufficiente a cancellare l'etichetta di scafista dei criminali libici. Un marchio difficile da cancellare per Buba e gli altri «scafisti per necessità».