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Attualità
settembre, 2016

Vegani liberi. Ma con buon senso

Un adulto può scegliere la sua alimentazione in piena autonomia. Ma non può imporla ai figli. Michele Ainis interviene in quello che, spiega, è un dibattito che ci coinvolge. Perché riguarda il ruolo dello Stato di fronte a scelte che riguardano la salute, i diritti delle minoranze. E la voce dei bambini

Non c’è in gioco soltanto una bistecca. Sotto la cenere delle polemiche attorno all’alimentazione vegetariana o vegana degli alunni, brucia il fuoco dei diritti, delle garanzie costituzionali. Il diritto alla salute, degli adulti e soprattutto dei bambini. Il rispetto delle minoranze, delle loro scelte culturali. La dignità degli animali, che la Costituzione tedesca protegge espressamente. La libertà di religione, quando confligge con le leggi che proibiscono pratiche aggressive (è il caso della macellazione senza stordimento dell’animale, secondo il rito ebraico e islamico). Infine la sovranità sul corpo, sul nostro corpo fisico. A chi spetta? A noi stessi? Ai nostri genitori, finché nuotiamo in quel tempo della vita in cui loro decidono per noi? O invece il corpo dei cittadini è dello Stato?

Come insegnò Foucault, il corpo è sempre stato oggetto e bersaglio del potere. Nei secoli mutano le forme di questo controllo esterno, non il controllo in sé. Semmai la tecnologia lo ha reso più invasivo, come ben sanno i 300 mila abitanti dell’Islanda: nel 1998 il Parlamento islandese autorizzò la creazione d’una banca dati del loro patrimonio genetico, senza chiedergli se fossero d’accordo, e per giunta vendendo in esclusiva tali informazioni a una casa farmaceutica. Ma ne sappiamo qualcosa pure noi italiani: per dirne una, la legge n. 91 del 1999 permette di prelevare i nostri organi al momento della morte, anche se in vita non avevamo mai manifestato un consenso esplicito.

E c’è poi il salutismo di Stato, con tutti i suoi furori. La caccia agli obesi, per esempio attraverso la fat tax, la tassa sul grasso: nel 2011 la Danimarca fu il primo Paese al mondo ad introdurla. I controlli di qualità sugli alimenti, spesso figli di norme parossistiche; è il caso dei regolamenti europei (rispettivamente del 1998 e del 1994) sulla lunghezza delle banane e dei cetrioli. La scomunica delle droghe leggere, del tabacco, dell’alcol, anche se negli ultimi due casi lo Stato ci guadagna con le accise, mentre nel primo caso ci guadagnano le mafie.
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Diciamolo senza mezzi termini: si tratta di un abuso. Perché la Costituzione declina la salute come un diritto, non già come un dovere. E perché impernia la nostra convivenza sulla libertà reciproca, che significa autonomia dei singoli e dei gruppi, nelle proprie scelte esistenziali, nei propri stili di vita. Quand’anche fossero dannosi a chi li pratica: dopotutto, se mangio carne a colazione, se l’accompagno a un whisky e a uno spinello, sono fatti miei. Idem se non indosso il casco in motorino, o la cintura di sicurezza in automobile; in questi casi metto in pericolo me stesso, non il prossimo. E il tentato suicidio non è mica un reato. Dice: ma i traumatizzati costano, se aumenta la spesa sanitaria aumentano le tasse. E allora? Anche una pastasciutta ben condita fa crescere il colesterolo; dovremmo vietarla con tutti i crismi della legge?

Questo principio di autonomia protegge i costumi collettivi, oltre quelli individuali. Non a caso, negli Stati Uniti e in Canada vigono antiche esenzioni per alcune comunità (come gli Amish o i Mennoniti) che rifiutano l’istruzione obbligatoria per i loro figli, allo scopo d’impedirne l’omologazione culturale. Tuttavia l’autonomia presuppone una scelta consapevole, e quando sei bambino non hai ancora la capacità di scegliere. Un adulto può anche decidere di farsi del male, ma non può fare del male ai suoi bambini. Ecco perché i Testimoni di Geova hanno tutto il diritto di respingere le trasfusioni di sangue, però non possono impedirle ai minori in pericolo di vita. Al modo stesso, è quantomeno dubbio che una coppia di genitori vegani possa imporre questa dieta ai propri figli, quando molti neuropsichiatri infantili ne denunciano i pericoli nell’età dello sviluppo. Si chiama principio di precauzione (nel dubbio, evita rischi). Ma tutto sommato è un principio di buon senso.

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