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15 marzo, 2026Il presidente Usa ha progetti immobiliari nel Golfo Arabico per centinaia di milioni. E il suo entourage può fare tesoro dei continui shock del mercato finanziario. Ue e Gran Bretagna stanno reagendo in ordine sparso al nuovo scenario. Come si è visto con il Board of peace
Psicopatologia e geopolitica sono le principali chiavi usate da chi interpreta l’ultima guerra di Donald J. Trump. Nessuna delle due funziona fino in fondo. Il gioco d’azzardo, in inglese il gambling, spiega meglio il perché dell’operazione Epic fury lanciata sull’Iran sabato 28 febbraio e arrivata alla seconda settimana, delle quattro previste dal presidente per la vittoria finale. Forse, ha detto l’autocandidato al Nobel per la pace, basterà qualche giorno in meno visto l’eccezionale risultato ottenuto. Che è, a oggi, il caos globale. Mentre l’alleato israeliano combatte, o ritiene di combattere, per la sopravvivenza contro le minacce del regime degli ayatollah, risulta oscuro anche a molti sostenitori dello stesso Trump il movente di un’ennesima guerra mediorientale e di un ennesimo probabile fiasco.
Nell’oceano di interventi e dichiarazioni seguiti all’attacco sull’Iran il commento più illuminante è quello di John Bolton, superfalco della destra Usa con incarichi nelle amministrazioni di Ronald Reagan e George W. Bush, nominato consulente della sicurezza nazionale dallo stesso Trump durante il suo primo mandato. «Quando mi ha chiamato alla Casa Bianca nel 2018», ha detto Bolton dell’ormai ex amico in un podcast di Fifth column, «mi ha riferito che un suo amico di affari di New York gli aveva consigliato di comprare la Groenlandia. Ogni conversazione con Trump riguardava un affare immobiliare. Le sue preoccupazioni per la sicurezza nazionale erano minime. Non ha una filosofia, non ha una strategia. Osserva tutto attraverso il prisma delle sue relazioni e agisce in base al vantaggio politico o economico».
Quale migliore occasione del caos per guadagnare in un mondo dove la conoscenza di quanto sta per accadere è il vantaggio competitivo supremo. Al polo opposto delle notizie che garantiscono scommesse sicure c’è l’Europa, alleato spesso redarguito per mezzo di dazi o annunci di licenziamento nello stile di The apprentice, il reality show condotto da Trump che ha rilanciato il re del real estate dai fallimenti dei suoi hotel e casinò fino alla Casa Bianca.
Alla fine di questa guerra, la più destabilizzata non sarà l’Iran, dove morto un Khamenei se n’è fatto un altro, ma l’Europa di Ursula von der Leyen, che ha di nuovo reagito in ordine sparso. È già successo nell’aprile 2025, quando il presidente-tycoon ha dichiarato il Liberation Day delle tariffe, con effetti devastanti sui mercati e guadagni fantastici per chi ha potuto giocarsi la carta dei futures al ribasso come l’amico finanziere Charles Schwab.
L’Italia, beata lei, rimane sulla lista dei buoni dell’amministrazione Usa. Dopo avere affermato con vari leader continentali che l’attacco all’Iran andava contro il diritto internazionale, Giorgia Meloni ha rivisto la posizione. «Non condanno né condivido la guerra». La frase da Nobel per il cerchiobottismo equivale ad ammettere: non abbiamo la più vaga di che cosa stia succedendo e perché. Si era capito dall’inizio, con il ministro della Difesa Guido Crosetto lost in Dubai all’inizio dei bombardamenti su Teheran e della reazione iraniana contro le spiagge dorate e gli hotel a cinque stelle dei paesi del Golfo.
Alla seconda settimana di guerra, la proposta della presidente del consiglio italiano di creare un gruppo ristretto di big europei, chiamato E4 sembra essersi persa per strada. Francia, Germania e Gran Bretagna già facevano parte dell’E3 e si è parlato anche di un E5, con la Polonia in più. Queste sigle a imitazione del G7, o della segnaletica autostradale, dimostrano che non solo l’Italia ma tutti i governi dei principali paesi europei avrebbero fatto volentieri a meno del fronte iraniano. Ci sono appuntamenti elettorali e problemi economici che potrebbero essere decisivi per la sopravvivenza di carriere e coalizioni. In Italia si vota il 22 e 23 marzo per il referendum sulla giustizia che è diventato un test sull’indice di gradimento della maggioranza, come è accaduto con la consultazione popolare sulle riforme costituzionali del 4 dicembre 2016, persa da Matteo Renzi presidente del consiglio. Alla rimonta del no nei sondaggi si aggiungono le preoccupazioni generali per un possibile shock petrolifero dovuto al blocco dello stretto di Hormuz, con uno scenario di stagflazione (inflazione+recessione) che sarebbe devastante. Inoltre, l’Italia dovrà presto fare i conti con la fine dei benefici del Pnrr (194,4 miliardi di euro totali di cui 122,6 di prestiti), che chiuderà i battenti con l’erogazione della decima e ultima rata alla fine del 2026.
La Germania, reduce da due anni di recessione (2023-2024) e da un 2025 con crescita allo 0,2 per cento, ha appena archiviato le elezioni nel Baden-Württemberg con la conferma dei Verdi, un forte aumento dell’ultradestra di Afd e un buon risultato del Cdu del cancelliere Friedrich Merz. Fra dieci giorni voterà la Renania-Palatinato seguita da altri tre Länder nel corso dell’anno.
Nel Regno Unito alle prese con l’arresto dell’ex principe Andrea e dell’ex ministro lord Mandelson per gli Epstein files, il premier Keir Starmer è stato criticato duramente da Trump («non ci servi, la guerra è già vinta»). Starmer è in difficoltà sul fronte interno, non da ultimo per le conseguenze di Brexit in termini di riduzione del pil e dei redditi. Il tasso di disoccupazione è in salita al 5,2 per cento nell’ultimo trimestre del 2025, ai massimi dall’inizio del 2021 nonostante Londra continui a essere una piazza di riferimento per gli oligarchi del Golfo Arabico.
Alle regionali spagnole il partito socialista di Pedro Sánchez, uno dei pochi leader europei a vantare buoni risultati economici, è andato male in Estremadura a dicembre e in Aragona a febbraio, con una grande crescita all’estrema destra di Vox, la formazione di Santiago Abascal, buon amico della «chica valiente» Meloni. Il test continua fra pochi giorni in Castiglia-Leon e poi in Andalusia.
Anche la Francia di Emmanuel Macron è alle prese con il doppio appuntamento elettorale delle municipali (15-22 marzo) e delle presidenziali del 2027 che potrebbero portare a un ballottaggio fra la destra lepenista, che tenta di rinnegare le sue radici antisemite con il leader provvisorio Jordan Bardella spedito in visita a Gerusalemme un anno fa, e una sinistra melenchoniana che raccoglie molti consensi fra gli oltre 6 milioni di cittadini di religione musulmana. Anche le elezioni generali spagnole, come quelle italiane, sono previste per il 2027.
Oltre Atlantico l’appuntamento decisivo è il voto di mid-term negli Stati Uniti il 3 novembre prossimo. Con lo scenario attuale e la fantasia distruttrice del guru dei Maga è impossibile fare previsioni da qui a otto mesi. Qui e là riemerge la graticola degli Epstein files, che Epic fury ha relegato in secondo piano. Ma la vera minaccia per l’amministrazione repubblicana è economica.
Il keynesismo applicato all’aumento delle spese militari in Usa e in Europa comporterà di sicuro un aumento del debito e l’esigenza di utilizzare le nuove armi prodotte. Come e dove è da vedere ma, una volta sdoganata la prospettiva di un’aggressione dell’Iran al territorio Usa diecimila chilometri a ovest di Teheran, ogni paranoia vale.
Il benessere del settore militare, che ha bruciato 6 miliardi di dollari nella prima settimana di guerra, non compensa il rallentamento di altri settori. Il 6 marzo hanno deluso i dati del lavoro con 92 mila posti persi a febbraio 2026 rispetto a gennaio e un indice di disoccupazione al 4,4 per cento molto vicino al massimo del quadriennio raggiunto a novembre (4,5 per cento). Il pil è in forte discesa all’1,4 per cento nell’ultimo trimestre 2025 con un 2,2 per cento annuale inferiore al 2,8 del 2024, l’ultimo anno di Joe Biden alla Casa Bianca.
Chi sta molto bene è la famiglia Trump. Il New York Times, querelato dal presidente con una richiesta di 15 miliardi di dollari di danni respinta dal tribunale federale e riformulata lo scorso ottobre, calcola che Trump e i suoi abbiano incassato almeno 1,4 miliardi di dollari al gennaio 2026 da progetti immobiliari, criptovalute, cause per diffamazione e i 28 milioni che Jeff Bezos, proprietario di Amazon e del Washington Post, ha dato alla first lady Melania per un documentario autobiografico costato 75 milioni con incassi flop per 17 milioni di dollari.
I figli Eric e Donald junior, gestori della Trump organization, hanno accordi per centinaia di milioni con fondi sovrani arabi e membri di famiglie aristocratiche del Golfo. I principali progetti di real estate sono localizzati in Arabia Saudita, Oman e Qatar, cioè sull’altra sponda del mare rispetto ai lanciamissili iraniani. Poi c’è la striscia di Gaza, rivista secondo gli schemi del real estate newyorkese: si demolisce il vecchio per ricostruire nel lusso.
Della crisi palestinese e di altre guerre si dovrebbe occupare il Board of peace, che si è riunito per la prima volta il 19 febbraio a Washington con il patrocinio del Donald J. Trump institute of peace. Officiava il candidato al Nobel con il genero Jared Kushner, salvato dai soldi del Qatar. In area Ue, Bulgaria e Ungheria hanno partecipato come membri a pieno titolo. L’Italia, dopo molte esitazioni, non ha aderito ma era presente come osservatrice con il ministro Antonio Tajani. Osservavano anche la Germania, altri dieci paesi dell’Unione e il Regno Unito. Assenti la Francia e la Spagna. Sull’incontro, il Financial times del giorno dopo titolava in prima pagina: «Trump fissa una finestra di dieci giorni per decidere se attaccare l’Iran». Se n’è fatti bastare nove.
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