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Attualità
luglio, 2017

Marco Tarchi: «L'estrema destra è sempre più forte per colpa dei partiti»

«Il neofascismo è un frutto avvelenato della globalizzazione ed è sempre più forte in Italia e in Europa» dice il politologo, che avverte: «L'estremismo non è il populismo, hanno programmi completamente differenti»

«La società è attraversata da un profondo senso di disagio. I partiti tradizionali e i nuovi populismi non danno risposte convincenti. Per questo le persone decidono di affidarsi a portatori di ipotesi più radicali». E così l'estrema destra torna alla ribalta. A parlare è Marco Tarchi, uno che la destra ce l'ha nel sangue: lo zio Angelo è stato ministro della Repubblica di Salò, lui sin da giovanissimo ha militato nel Msi. Ne è stato cacciato nel 1981 per le sue posizioni in contrasto con la linea di Almirante. Poi si dedica alla ricerca: professore di scienza politica a Firenze e studioso del fenomeno del populismo. Dal 1994 non si considera più di destra.

Professore, l'estrema destra ha una proposta politica nuova? O adotta nostalgicamente ricette del passato?
Ognuno di questi movimenti rivendica una serie di caratteri di novità e si difende dall’accusa di replicare sistematicamente i modelli del passato. Gli sforzi per distinguersi sono notevoli e continui. Basti pensare al “mutuo sociale” o alla prassi delle occupazioni di palazzi sfitti per darli in uso a canoni molto bassi a famiglie autoctone. Per questo non possiamo parlare di “fascismo del terzo millennio”: è una contraddizione in termini.

Alcune posizioni sembrano simili a quelle dei movimenti populisti...
Credo sia opportuno dire che l'estrema destra ha ben poco da spartire con il populismo. Sebbene molti insistano nel confonderli, i due soggetti sono strutturalmente ben distinti: non interpretano nello stesso modo i concetti-base a cui si richiamano, non hanno la stessa visione del mondo e della società, non hanno la stessa considerazione degli strumenti che impiegano in politica. Tanto per dirne una: se per i populisti la democrazia è il regime ideale, che andrebbe realizzato integralmente tramite il ricorso a canali di espressione diretta, senza mediazioni istituzionali, per gli estremisti di destra, invece, è un regime criticabile, perché rovescia il principio di autorità ed è soggetto alla volubilità delle masse. E ancora: i partiti populisti credono che le elezioni svolgano una funzione essenziale non solo per raggiungere il potere ma anche per mantenerlo ed esercitarlo, mentre per l’estrema destra le urne sono solo un’obbligata scorciatoia per raggiungere lo scopo, se non se ne possono trovare altre.

Perché questo estremismo sta tornando prepotentemente alla ribalta?
Perché esistono problemi gravi la cui influenza sulla mentalità e sulle condizioni di vita dei cittadini sta crescendo e a cui le altre componenti della classe politica non sanno o non vogliono dare risposte convincenti. Il caso dei fenomeni migratori di massa è il più evidente, anche se non il solo. Oggi ampie fasce della popolazione sentono minacciati due aspetti cruciali del loro patrimonio socioculturale: il loro livello e modo di vita, per le ricadute negative della globalizzazione e per il contatto forzato con estranei, sempre più numerosi. I partiti maggiori pensano di arginare queste pulsioni insistendo a divulgare una sorta di catechismo del politicamente corretto da recitare quotidianamente, secondo cui gli immigrati sono una risorsa, la loro presenza arricchisce la società sotto ogni punto di vista, non si può far niente per farne cessare l’arrivo, e così via. Questa ricetta non funziona, o quantomeno funziona solo sui già convinti. E crea spazi potenziali per la crescita dei movimenti di estrema destra.

Questo nuovo protagonismo non è un fenomeno solamente italiano, bensì europeo.
Esattamente, e corrisponde a problemi di portata continentale, se non mondiale. È uno dei “frutti avvelenati” della globalizzazione. Chi pensava che dalle trasformazioni indotte da questo sconvolgimento si sarebbero potute trarre solo conseguente positive, è stato pienamente smentito. E poiché l’estrema sinistra non è riuscita a dare risposte adeguate, il campo è stato lasciato libero all’estrema destra.
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Quali responsabilità hanno i partiti tradizionali?
I partiti maggiori pensano di arginare queste pulsioni divulgando un catechismo del politicamente corretto da recitare quotidianamente: “gli immigrati sono una risorsa”, “la loro presenza arricchisce la società”, “non si può far niente per farne cessare l’arrivo”, e così via. Questa ricetta non funziona, o quantomeno funziona solo sui già convinti. E crea spazi potenziali per la crescita dei movimenti di estrema destra.

Alla propaganda 2.0 attraverso i social network questi gruppi coniugano un forte radicamento sul territorio: è questa la loro forza?
Non c’è dubbio che internet abbia offerto a questi movimenti di nicchia un canale di espressione in grado di moltiplicare il pubblico di riferimento. Tuttavia tra il raccogliere “mi piace” e il riuscire a mobilitare fisicamente i propri sostenitori, il fossato è ampio. Quindi il lavoro sul territorio rimane cruciale per ottenere visibilità e raggiungere nuovi consensi. Che in qualche caso – molto pochi, per la verità, almeno per il momento – possono tradursi in voti per liste presentate alle elezioni in sede locale, là dove le situazioni di disagio sono più sentite. Ma è improbabile che questi gruppi possano trovare alleati per le elezioni politiche: finirebbero col rovinarsi la fama di “duri e puri”, a cui tengono molto, con il rischio di nuove scissioni.

Alle ultime elezioni amministrative le liste di estrema destra hanno ottenuto moltissimi voti. Ritiene che nelle prossime elezioni politiche usi possano ripetere i risultati ottenuti a livello locale? Quali potrebbero essere le possibili alleanze?
Moltissimi, non direi: sono cifre sotto il (o attorno) 10%, che fanno impressione per l’immagine di estremismo delle liste. Condensano gli umori di cui dicevo prima. Che questi gruppi possano trovare alleati mi pare molto improbabile; e se ne avessero, finirebbero col rovinarsi la fama di “duri e puri”, a cui tengono molto, con il rischio di nuove scissioni. Comunque, i loro eventuali successi locali dipenderanno dalla (in)capacità dei concorrenti di dare risposte ai problemi che li alimentano.

La Lega Nord di Salvini sembra stia flirtando con politici e gruppi di estrema destra. Da attento studioso del partito sin dai suoi albori, come se lo spiega?
Nella strategia di allargamento ad altre zone del paese, la Lega aveva bisogno di militanti in grado di preparare e non far fallire alcune manifestazioni tenute nel centro-sud, a partire da Roma. Per questo, e non per altro, ha accettato di fare da punto di riferimento a CasaPound. Ma l’idillio è durato lo spazio di un mattino. Certo, a Salvini non dispiacerebbe intercettare i consensi di quella fetta di elettorato che vede nell’opposizione radicale all’immigrazione il motivo essenziale per decidere per chi votare, e che potrebbe altrimenti confluire su liste gruppuscolari o preferirle Fratelli d’Italia. Si spiega così la solidarietà al bagnino nostalgico di Chioggia.

Il numero di azioni violente da parte di militanti di estrema destra è fortemente cresciuto negli ultimi anni. Perché questo ricorso alla violenza fisica?
Molte di queste azioni vanno ricondotte allo scontro con gruppi di estrema sinistra, e rimandano al problema dei comportamenti legati alla psicologia dell’estremismo. Estrema destra ed estrema sinistra hanno un fisiologico bisogno di costruirsi e coltivare un nemico principale contro il quale dirigere la propria ostilità. A volte danno l’impressione di non riuscire a sentirsi vive se non si motivano tramite questo procedimento di identificazione in negativo. Certo, entrambe hanno altri obiettivi polemici, ed anzi spesso, per cercare di rimediare alla sensazione di inferiorità psicologica in cui vive, l’estrema destra proclama di non riconoscersi più nella dialettica oppositiva sinistra/destra, ma sul piano della violenza questo resta il terreno principale di scontro. Poi ci sono altri bersagli contro cui l’estrema destra si scaglia, ed è ben noto che gli immigrati – e non i grandi capitalisti, i finanzieri o gli “eurocrati” di Bruxelles, che pure a parole sono oggetto di critiche non meno feroci – sono i più frequenti. In questo influisce senz’altro quel complesso bellicistico che si ricollega all’esaltazione del “guerriero” come figura esemplare, di cui ho già fatto cenno. Questo tratto è uno dei tanti che fa da spartiacque nei confronti dei populisti, che esaltano invece il pacifico uomo qualunque, vessato dai potenti e minacciato dagli estranei, e che non mostrano mai un particolare fervore per militari e guerre, di cui anzi in genere diffidano.

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