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A rimetterci sarebbero probabilmente le ragazzine e i ragazzini più giovani, quelli a cui possiamo ancora dire «non esci da solo con i tuoi amici», e noi potremmo sentirci meno portati a uscire di casa per fare qualcosa di voluttuario. Ma poi? Non possiamo (non vogliamo) non andare per strada, sulla metro, nei negozi, ai ristoranti, al lavoro. Se questo terrorismo esplicitamente teorizzato dall’Isis e dai suoi epigoni ci è entrato sottopelle, è proprio perché vorrebbe fare irruzione nelle necessità e nelle abitudini quotidiane. Non è oscuro e occasionale come Piazza Fontana, la stazione di Bologna, Piazza della Loggia a Brescia, ma è programmaticamente annunciato, è dichiaratamente mirato a colpire ciascuno di noi dove ciascuno di noi non può non essere.
Questo - che è il punto di forza dell’Isis e degli imam fondamentalisti - è anche il loro punto debole, la ragione per cui non potranno mai prevalere. Per cui lo sconfiggeremo. Attenzione, a me irrita profondamente la retorica del «non abbiamo paura, i nostri “valori” vinceranno»: mi sembra un inutile sfoggio di consolatorie frasi fatte. Ma è vero che se c’è una cosa che non può non continuare è proprio la nostra vita quotidiana: e se la vita di alcuni - comunque troppi - può essere colpita e anche terminata, la vita nel suo complesso - le umane relazioni, il lavoro, la scuola, i sentimenti personali, la comunicazione, i progetti, le mille cose di cui abbiamo voglia e bisogno - non può e non vuole in alcun modo essere fermata. Non si è fermata la vita delle città bombardate nella seconda guerra mondiale («siamo sopravvissuti a Coventry distrutta da Hitler, figuriamoci se ci fermiamo davanti a questi» dicono con sprezzante pragmatismo gli inglesi), tanto meno si può fermare la vita di decine di milioni di persone per quanto molto più insicure e spaventate.
Perché la paura c’è, accidenti se c’è. C’è disorientamento, c’è doloroso senso di impotenza. Non è cambiato niente nelle nostre esistenze quotidiane, ma la nostra percezione, la nostra condizione psicologica, sono profondamente scosse. Tanto più che piove sul bagnato, considerato che gli attentati terroristici si innestano su un senso di insicurezza che riguarda più o meno l’intero scenario economico, sociale, politico, un po’ tutta la nostra esistenza in un’epoca di vertiginosi mutamenti. Il vero teatro di guerra non sta nei nostri comportamenti, sta nelle nostre menti. E qui devo ammettere che la mia certezza di vincere vacilla quel tanto. Vedo troppi aggrapparsi alla illusoria sicurezza di idee semplicistiche - in un desolante spettro che va da “cacciamo via tutti gli islamici” a “non c’entra la religione, è colpa dell’occidente” - per non fare i conti con la dura complessità delle cose. Temo davvero che mentalmente, psicologicamente noi - tanti di noi - non si sia attrezzati per questa inedita modalità di terrore.
Mesi fa, in occasione di non ricordo quale attentato, chiesi ai miei contatti su Facebook fino a dove erano disposti a spingersi per proteggere le persone che amano davanti a qualcuno armato non soltanto di orrende intenzioni: bene, tanti risposero che mai per nessun motivo avrebbero risposto con la forza. Restai profondamente sconcertato non certo perché preferissi le patetiche sparate verbali dei leoni da tastiera e da happy hour, ma perché constatavo che tanti non sono mentalmente preparati a una qualche forma di difesa e di protezione. È chiaro che anche quanti fra noi vorrebbero e potrebbero fare qualcosa per opporsi agli attentati non possono in realtà fare nulla di nulla: ma mi fa personalmente paura che tanti non abbozzassero neanche idealmente una reazione nemmeno di fronte alla possibilità che una persona che amano si trovi in mortale pericolo.
Si dice spesso che - mentre continuano a massacrare negli stessi paesi musulmani decine di migliaia di islamici “infedeli” - i propugnatori della guerra santa stanno esportando in Europa una tattica di terrore già ampiamente messa in atto in Israele. Ecco, credo che proprio mentalmente noi - qualunque sia la nostra idea a proposito della situazione in quell’area del mondo - dovremmo “israelizzarci”: nel senso che la stragrande maggioranza degli israeliani non partecipa attivamente a nessuna azione nemmeno difensiva e neanche va in giro armata, ma è attrezzata mentalmente a convivere con quell’inevitabile paura che tu o peggio ancora chi ami possa essere colpito ogni volta che esce di casa. E continua la sua quotidiana esistenza con un pragmatismo e un senso di volontà ancora più potenti.
Del resto anche l’esistenza di chi abita nelle città colpite dagli attentati non è veramente cambiata, dopo. Se le nostre abitudini restano più o meno invariate non è soltanto perché proverbialmente le abitudini sono dure a morire, ma perché non è evitando un ristorante o i negozi delle strade alla moda che possiamo realisticamente pensare di essere al sicuro. Quello che davvero possiamo fare è esercitarci a un duro lavoro mentale. Perché un conto è avere paura, un altro cedere alla paura, alla sua forza dissuasiva.
Se nelle cose che facciamo, nell’intera nostra esistenza, noi mettiamo più convinzione, più consapevolezza del loro valore, allora dire che il nostro amore per la vita è più grande del loro amore per la morte sarà molto più che non soltanto una bella frase.