Terrorista dell’Isis? No, una brava persona di religione musulmana, onesta e diffamata. In questi tempi cupi di vera emergenza terrorismo, le nostre forze di polizia sono investite da un’alluvione di denunce, chiamate, soffiate, richieste di indagini e controlli di ogni tipo. Il fatto è che di fronte alle ondate di attentati che stanno colpendo tutta l’Europa, i nostri magistrati, carabinieri e poliziotti non possono permettersi di sottovalutare nessun indizio: quindi devono indagare anche su una massa crescente di segnalazioni che, alla fine, risultano infondate.
Molti falsi allarmi sono alimentati da cittadini in buona fede, preoccupati e impauriti, che cercano solo di aiutare le forze di sicurezza. Ma fra le tante segnalazioni si nasconde anche una schiera di denuncianti in malafede. Inventori di finte piste. E sciacalli dell’emergenza jihadista. Che sfruttano la psicosi del terrorismo per organizzare vendette personali o lucrare su interessi privati.
Nelle caserme e nelle procure più impegnate, gli inquirenti cominciano a non poterne più. Per dimostrare che una denuncia è infondata, infatti, bisogna comunque dare il via a un’inchiesta. Quindi: controllare e pedinare i soggetti segnalati, intercettare telefoni e comunicazioni su Internet, ricostruire contatti, viaggi, incontri. E indagare su piste che poi si rivelano false significa distogliere le forze, che non sono infinite, dai pericoli reali.
Se i poliziotti sono costretti a inseguire fantasmi, i veri terroristi rischiano di restare sconosciuti e liberi di uccidere. Così, nelle nostre centrali antiterrorismo, iniziano a scattare le contromisure: chi segnala jihadisti inesistenti, nei casi di malafede comprovata, finisce sotto inchiesta. E la falsa denuncia si ritorce come un boomerang contro il denunciante.
L’Espresso ha raccolto una collezione di questi casi, scoprendo che esistono variegate categorie di utilizzatori dell’emergenza terrorismo. Una vicenda che gli inquirenti considerano emblematica, anche perché non è isolata, ha per protagonista una cittadina italiana che diversi anni fa ha sposato un immigrato di fede musulmana. La coppia vive in provincia di Milano. Qualche mese fa, all’improvviso, lei denuncia lui: sostiene che è diventato integralista e fa discorsi esagitati sull’Isis. Aggiunge che un giorno, insospettita, ha frugato di nascosto tra le sue carte dove avrebbe trovato foto di uomini armati. Di fronte a una moglie italiana che accusa il marito immigrato di jihadismo, i carabinieri del Ros sono naturalmente obbligati a muoversi.
icché la vita del musulmano viene passata al setaccio. Ma con zero risultati. Anzi: tutto conferma che è un gran lavoratore, non è integralista, e quando viene intercettato parla dei terroristi come pazzi criminali che distorcono la religione islamica. Inoltre non nasconde nessuna foto segreta di uomini armati. I carabinieri sentono puzza di bruciato e allora allargano l’indagine alla vita di coppia. Scoprendo che l’italiana non sopporta più il marito. Lo detesta. Progetta la separazione, vuole liberarsene. Quindi l’accusa di terrorismo viene cestinata per totale assenza di indizi, mentre negli atti dell’inchiesta resta un unico dubbio, che riguarda proprio la moglie: è solo una visionaria o qualcuno le ha suggerito una falsa denuncia per spillare più soldi al marito (con il cosiddetto addebito per colpa) nella causa di divorzio?
Lo stesso interrogativo riguarda un’altra moglie italiana, che ha denunciato il marito tunisino. Invece delle foto, questa volta, il preteso riscontro era un viaggio: partito per la Tunisia, lui sarebbe tornato cambiato, radicalizzato, jihadista insomma. In questo caso l’antiterrorismo ha perso meno tempo: l’accusa è franata in fretta.
Due procure lombarde hanno dovuto lavorare per mesi, invece, per smontare una fantomatica cellula dell’Isis con base in Brianza. L’accusa in questo caso arriva da un piccolo imprenditore di origine maghrebina che vive da decenni in Lombardia, dove ha casa e lavoro. Una fonte credibile, in apparenza, che denuncia le presunte confidenze di un gruppo di connazionali: sono almeno cinque, sostengono l’Isis, vogliono reclutare jihadisti, partire per la Siria e unirsi ai tagliagole del Califfato. A Milano parte un’inchiesta approfondita. Che faticosamente ricostruisce la verità dei fatti: quei cinque musulmani non hanno niente a che fare col terrorismo. Sono tutti ex dipendenti o fornitori della ditta del denunciante. Che non li ha pagati e deve loro un sacco di soldi. Di qui l’idea: farli arrestare o espellere tutti. E azzerare i suoi debiti. Escluso il terrorismo, l’inchiesta emigra a Monza, dove ora l’ex denunciante è inquisito per calunnia, il più grave dei reati ipotizzabili in questo caso.
Altrettanto dannoso, per gli inquirenti, è stato l’effetto di una segnalazione ben congegnata da un cittadino lombardo di buona cultura, molto esperto di terrorismo, soprannominato “il professore”. La sua denuncia manda in tilt l’antiterrorismo nei giorni della visita di Papa Francesco a Milano, quando l’allarme attentati era altissimo.
Mentre le forze di polizia sono in piena mobilitazione, “il professore”, che vanta conoscenze negli apparati di sicurezza, la spara grossa. Racconta di aver saputo, tramite i suoi canali, che due maghrebine devono arrivare in macchina dalla Val d’Aosta, con altre presunte integraliste, per incontrare uomini arabi che nasconderebbero esplosivi. Una segnalazione precisa: “il professore” fornisce anche la targa. L’auto arriva davvero a Milano con due maghrebine, accompagnate da due connazionali totalmente velate. La pista sembra reale. Nelle caserme è allarme rosso. Degli uomini arabi però non si trova nessuna traccia. E tantomeno di esplosivi. Mentre le maghrebine non hanno alcun aggancio terroristico: sono musulmane normali, portano il velo per pudore, volevano solo vedere Milano. L’inchiesta (condotta dagli stessi inquirenti che in questi mesi hanno arrestato veri jihadisti dell’Isis, intercettati mentre cercavano armi e ordigni per progetti stragisti tra Milano e Brescia) a quel punto si capovolge. “Il professore” viene interrogato da magistrati esperti. Messo alle strette, confessa di essersi inventato tutto. Il movente? Voleva accreditarsi come informatore dei servizi. E magari incassare ricompense. Ora l’unico indagato è lui: rischia una condanna per simulazione di reato.
Nessuna accusa è stata invece contestata a un giovane giornalista del Sud Italia che, suo malgrado, ha fatto impazzire Digos e servizi segreti. Nei mesi degli attentati a catena tra Parigi e Bruxelles, su Internet compaiono diversi profili di donne dell’Isis, armate di mitra, con nomi di battaglia che terminano con “Al Italiya”: jihadiste italiane, insomma, che parlano francese e rilanciano foto di guerra, messaggi stragisti e discussioni con terroristi della famigerata cellula di Molenbeek. Poliziotti e 007 ci arrivano per vie diverse. E scoprono che dietro le jihadiste virtuali c’è un unico utente. Ma è solo un giornalista, che non ha mai voluto ingannare l’antiterrorismo: al contrario, i suoi profili erano trappole per attirare e smascherare i terroristi ancora ricercati. Solo che invece dei jihadisti hanno abboccato i servizi.
Pur creando frustrazione tra gli inquirenti, queste indagini non sono del tutto inutili: se conosciute, possono mostrare ai giovani accecati dalla propaganda jihadista come funziona una giustizia giusta. Nei regimi sanguinari gli inquisitori lavorano per incastrare i sospettati a ogni costo, con torture e false prove. In una democrazia, le inchieste servono anche a salvare gli innocenti. Di qualunque fede.