
Una minaccia simile - cioè che l’errore di calcolo può portare alla guerra - pende oggi sopra la penisola coreana. I due leader-chiave, Kim Jong-un per la Corea del Nord e Donald Trump per gli Stati Uniti, sono imprevedibili. Il pericolo che ciascuno dei due sbagli a valutare le mosse dell’altro, con conseguenze catastrofiche, è reale. La Corea del Nord è una società così chiusa che anche gli specialisti faticano a interpretare la sua strategia. La valutazione che va per la maggiore vede la voglia di arrivare all’arma nucleare da parte di Kim come motivata dalla ricerca di sicurezza. Il leader nordcoreano ha visto cosa è accaduto ad altri dittatori che non riuscirono a dotarsi di armi di quel tipo - Saddam Hussein in Iraq e Muammar Gheddafi in Libia - e ha concluso che solo l’atomica può garantire la sua sicurezza.
Questa analisi è relativamente rassicurante, perché suggerisce che Kim non userà l’arma nucleare per primo. Ma ci sono aspetti del suo comportamento che non rientrano in questo quadro piuttosto confortante. Se la sua unica preoccupazione è la deterrenza, perché Kim deraglia così spesso per provocare Usa, Giappone e anche Cina?
Nei giorni scorsi la Corea del Nord ha messo in scena il suo test nucleare più importante di sempre. Prima, aveva lanciato un missile balistico sopra i cieli giapponesi. Può essere che queste azioni siano passi necessari sulla strada per ottenere la forma ultima di deterrenza: un missile nucleare in grado di colpire gli Stati Uniti. Ma la rapida successione delle provocazioni rende anche molto più probabile che gli americani giudichino Kim un attore irrazionale, il proverbiale “matto con la bomba”. E questo, a sua volta, rende più facile sostenere, nelle riunioni alla Casa Bianca, l’idea di un attacco preventivo.
Il rischio trascurato da Kim, quando provoca potenzialmente un attacco americano, è accresciuto dall’imprevedibilità di Trump. Ha giurato che alla Corea del Nord non sarà concesso di sviluppare armamenti nucleari che possano minacciare gli Usa. Ha anche più volte ripetuto di essere pronto a operare un attacco militare preventivo, minacciando a un certo punto Kim di «fuoco e furia». Ma gli sforzi del presidente americano di usare la tattica del rischio calcolato per forzare la Corea del Nord a fare marcia indietro sono minati dai dubbi sulla credibilità delle sue minacce. Steve Bannon, ex capo stratega del presidente, ha dichiarato che gli Usa non possono attaccare la Corea del Nord perché una ritorsione contro la Corea del Sud ucciderebbe milioni di persone.
La reazione di Trump all’ultimo e più potente test nucleare nordcoreano ha aumentato la pericolosa confusione nella politica americana. Piuttosto che sottolineare la vicinanza tra Usa e Corea del Sud, il presidente ha scelto di criticare Seul per il suo “appeasement” con Pyongyang. E questo, abbinato alla notizia che Trump sta attivamente lavorando per cancellare il trattato di libero commercio Usa-Corea del Sud, può incoraggiare la Corea del Nord a credere che le sue provocazioni nucleari funzionino, rompendo l’alleanza tra Washington e Seul.
Il presidente ha anche danneggiato la credibilità americana in un momento cruciale, twittando di voler «mettere fine agli scambi commerciali con qualunque paese faccia affari con la Corea del Nord». Se preso alla lettera, significherebbe chiudere il commercio tra Stati Uniti e Cina, le due economie più grandi del mondo: decisione che getterebbe nel caos l’economia globale. La minaccia di Trump mostra la sua visione ingenua di affari e relazioni internazionali. Suggerisce anche che il presidente rimane preda dei suoi istinti competitivi, e che il suo naturale protezionismo ha la meglio anche sul desiderio di combattere la minaccia nucleare nordcoreana.
I segnali confusi della Casa Bianca accrescono i rischi di valutazioni sbagliate non solo a Pyongyang, ma anche a Seul, Pechino e Tokyo. Sotto la crescente minaccia del Nord, la reazione normale del Sud sarebbe stringersi al suo protettore americano. Se però il governo di Moon Jae-in conclude che il pericolo maggiore non è l’attacco di Kim, ma il colpo preventivo di Trump, allora potrebbe diventare razionale rompere pubblicamente con Washington.
Il governo cinese ha di fronte un insieme di decisioni altrettanto complesso. Trump ha ripetutamente tentato di convincere Pechino a esercitare una maggiore pressione economica sulla Corea del Nord, minacciando un’azione militare americana unilaterale se la Cina dovesse fallire nel tentativo di rimettere Kim in linea. La Cina ha cercato di rabbonire Trump indurendo le sanzioni contro Pyongyang. Ma i cinesi devono anche considerare la possibile reazione di Kim qualora fosse messo spalle al muro. Il pericolo che il leader nordcoreano usi per primo armi nucleari sarebbe certamente maggiore di fronte alla prospettiva del crollo del proprio regime - e della sua morte certa.
Questi rischi sarebbero difficili da gestire anche se al comando ci fossero leader razionali ed esperti. Ma i due uomini chiamati a decidere sono un uomo d’affari settantunenne con un temperamento vulcanico e nessuna esperienza, e un dittatore di trentatré anni circondato da sicofanti terrorizzati.