Cesare Tiveron è morto in seguito all’impatto con un’auto blu della Regione Veneto e non per una «causa naturale». Per affermare quello che a prima vista potrebbe sembrare ovvio, di fronte a un incidente stradale che il 13 settembre 2016 a Padova è costato la vita a un agente immobiliare di 71 anni, c’è voluta tutta l’autorevolezza di un collegio di periti nominati nel corso dell’udienza preliminare dal giudice Elena Lazzarin: i professori Carlo Vosa, Pietro Tarsitano, Pascale Basilicata e Maurizio Santomauro dell’Università Federico II di Napoli e l’anatomopatologo Antonio Perna.
Chiamati a fare chiarezza su un sinistro che è diventato uno dei casi più intricati della storia giudiziaria veneta, i superperiti hanno ribaltato le conclusioni cui era giunto il professor Massimo Montisci, consulente del pm Cristina Gava e direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Padova, per il quale l’incidente con l’auto blu che trasportava il massimo dirigente della sanità veneta, Domenico Mantoan, non era stato «causa o concausa» della morte dell’uomo.
Le conclusioni di Montisci erano state già contestate in modo autorevole dai consulenti della famiglia Tiveron, il medico legale Antonello Cirnelli e i professori Daniele Rodriguez e Gaetano Thiene, tanto da convincere il pm a non tenere conto del parere del suo stesso medico legale e a chiedere il rinvio a giudizio per omicidio stradale dell’autista della Regione Veneto, Giorgio Angelo Faccini, unico indagato in questa singolare vicenda.
Dalla superperizia disposta dal Gup di Padova emergono però altri rilievi pesanti sulla consulenza del professor Montisci, che risulta indagato in un’altra inchiesta della Procura di Padova per un presunto concorso in un falso ideologico nelle analisi antidroga per la commissione patenti: «Nessuna delle analisi chimico-tossicologiche descritte nella perizia - scrivono i consulenti del giudice - risulta essere stata realmente eseguita». E non ci sarebbe corrispondenza nemmeno tra i macchinari presenti nel laboratorio della Medicina Legale di Padova e quelli descritti nella consulenza consegnata al pm dal direttore dell’Istituto, tanto che secondo i periti del Gup le analisi indicate da Montisci non coincidono «in genere, numero e strumentazione impiegata» con quanto riscontrato durante la loro ispezione.
Circostanze gravi, che si uniscono al ritrovamento del pacemaker di Tiveron nello studio del professor Montisci nel corso di una perquisizione disposta nel luglio del 2018 dal pm Silvia Golin, che indaga sul caso patenti. Quel pacemaker, ritrovato conservato in una borsa di pelle a distanza di più di un anno dal deposito della consulenza, è «regolarmente funzionante» secondo i periti di Napoli ma le circostanze del suo rinvenimento avevano inquietato i famigliari di Tiveron, assistiti dagli avvocati Pietro Sartori, Vieri Tolomei e Francesca Tolomei.
Mentre la questione approda per la quarta volta in consiglio regionale: «Abbiamo depositato una interrogazione a risposta immediata rivolta direttamente al Presidente Zaia - rendono noto i consiglieri regionali Piero Ruzzante (Leu), Patrizia Bartelle (Italia in Comune) e Cristina Guarda (Civica per il Veneto) - per sapere se sia a conoscenza o meno di procedimenti cautelari o disciplinari, di verifica o ispettivi, avviati o richiesti dall’Azienda ospedaliera di Padova nei confronti dell’attuale direttore di Medicina legale e Tossicologia».