Dopo il Casinò, niente: a Campione d'Italia sbancano solo i debiti

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Il tempio di roulette e slot machines è fallito, il comune commissariato. E il primo gennaio l'ex capitale del gioco d'azzardo smette di essere area doganale svizzera e torna italiana in tutto, tranne che per le tasse. Gli abitanti temono che sia la batosta finale

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In piazza Roma due tecnici stanno cambiando le luci dei lampioni. Alcuni abitanti seguono approvando: «Finalmente dei lavori, vorrà dire che il paese riparte?». Fra loro Enrico, cappotto grigio, basette bianche, croupier per una vita al Casinò che sovrasta la città in senso sia urbanistico che spirituale. «Mi ricordo quando mi chiesero di sedere accanto alla principessa Soraya perché parlavo inglese». La nostalgia non cede al naufragio. Campione d’Italia era l’exclave più ricca d’Europa; piccolo territorio italiano circondato dalla Svizzera e dal lago di Lugano, la collettività si è beata per decenni di un giacimento apparentemente inesauribile: il Casinò, appunto.

Dal 2005 al 2018 le fiches lasciate ai suoi tavoli hanno versato 577 milioni di euro nelle casse pubbliche del Comune e dei suoi 1.900 residenti. Un record da far concorrenza ai sauditi. Ma di questa sovrabbondanza non restano altro che debiti. Nell’arco di un anno Campione ha perso tutto: il Casinò è stato chiuso dalla procura di Como per fallimento; il Municipio commissariato per dissesto finanziario. E adesso al declino economico si aggiunge «la batosta definitiva», grida la comunità: ovvero la chiusura dei confini intorno alla mini-exclave. Dal primo gennaio 2020 infatti la cittadina, che si estende per meno di tre chilometri quadrati e ha un’unica strada, non potrà più essere considerata area doganale svizzera, come avvenuto finora.

All’inizio dell’anno, dopo mesi di trattative, Italia, Svizzera e Unione Europea hanno sancito infatti l’ingresso ufficiale nella Ue della piccola città, fino ad oggi dotata di uno statuto ibrido basato sulla consuetudine, con vita e servizi in franchi svizzeri e anagrafe italiana. Adesso invece la frontiera tornerà sovrana a tutti gli effetti. Nel parcheggio di fianco alla rotonda il commissario ha già prenotato tre posti auto per ospitare lo sbarramento di agenti. Erano l’unico spazio disponibile. Contro quella che chiamano «annessione» si mobilitano da mesi attivisti inconsueti: marketing manager, direttori di gioco e pensionati riuniti in un comitato civico che ha raccolto centinaia di firme.

«La Gran Bretagna esce, e noi chiediamo all’Europa di entrare. È assurdo», scuote la testa un gioielliere. Chiedono che prima «dell’annessione» vengano risolti almeno i problemi pratici che dovranno affrontare i residenti - rifiuti, telefoni, immatricolazioni, ospedali, perfino la posta qui era a gestione elvetica: dal primo gennaio invece ogni raccomandata dovrà fare il giro internazionale. La scadenza per chiedere una proroga è scivolata però fuori dalle priorità dell’ex governo; ora non resta che adeguarsi al prossimo confine. «E chi lo spiega a mia madre che ha sempre pensato di essere svizzera», dice Ivan, anche lui ex croupier. Ha appena chiesto la concessione per diventare il primo rivenditore di tabacchi di Stato del comune.

Il mese prossimo Campione tornerà d’Italia al cento per cento, fatta eccezione per le tasse: abitanti e attività potranno continuare a beneficiare di sconti su accise e imposte al consumo. Un privilegio prezioso, ma non sufficiente per alcuni imprenditori riuniti nella fronda “Ritornare Campione”. Per loro la dogana era un’occasione per rilanciare l’exclave portando «una fiscalità come alle Canarie, e un museo come a Bilbao». La loro mozione era sostenuta dall’eurodeputata Lara Comi. Dopo aver votato sì alla mozione europea sullo statuto della cittadina, la politica di Forza Italia (ora indagata per corruzione a Varese), dichiarò alle agenzie che il suo voto era «frutto di una lunga consultazione con gli operatori economici di Campione e con il presidente del consiglio regionale lombardo». I cittadini giurano di esser stati all’oscuro di ogni trattativa. Ma anche i maggiori sostenitori dell’isolamento doganale ammettono ora che l’idea di diventare un paradiso tax-free si è rivelata un boomerang. E non è l’unico.

Campione sembra esser riuscita a trasformare la sua ricchezza in un modello sugli effetti distorti delle politiche clientelari. Il paese da 1900 abitanti (oltre a 2000 iscritti all’estero) aveva 103 dipendenti pubblici. Un milione di euro in cedolini, al mese. La giunta pagava 20 vigili urbani, elargiva stipendi record ai dirigenti, riconosceva indennità corpose ai lavoratori che arrivavano dall’Italia, «per adeguare le retribuzioni al costo della vita svizzero». Quando l’ex sindaco Roberto Salmoiraghi annuncia il dissesto finanziario del municipio, il 7 giugno del 2018, il municipio aveva accumulato debiti per 22 milioni e mezzo di euro. Non pagava funzionari e fornitori da mesi. Il commissario Giorgio Zanzi, ex prefetto di Varese, ha dovuto ridurre i dipendenti da 103 a 15, portandoli alla proporzione standard stabilita per legge.

Tutto era in grande, a Campione. Roma ha stanziato 10 milioni di euro per la gestione dell’emergenza, l’anno scorso, visto che le casse del municipio sono vuote. Ma la maggior parte dei fondi deve essere girata immediatamente alle banche, per coprire il maxi-mutuo sottoscritto per il nuovo Casinò firmato dall’architetto Mario Botta. Il mastodonte, inaugurato nel 2007, è arrivato a costare il doppio del previsto. Fra costruzione e interessi la cifra è salita a quasi 190 milioni di euro. «Paghiamo rate da 500 mila euro al mese, ma solo per la nuda proprietà. Perché l’usufrutto è stato concesso alla società dei giochi fino al 2041», racconta il commissario: «In più c’erano gli anticipi di tesoreria. Un altro buco da 10 milioni da coprire».

Solo da poco è riuscito a saldare alcuni fornitori, ad avviare manutenzioni (come i lampioni lungo il lago), a dare degli arretrati ai lavoratori. Salvatore, ufficio tasse e tributi, sbriga pratiche fra scrivanie vuote e polvere. Non riceve lo stipendio da 14 mesi. Marina, ex insegnante delle medie, non compra più il giornale perché 2 franchi e 90 al giorno sono una spesa che oggettivamente non si può permettere. Andrea con la Naspi non riesce nemmeno a pagare l’affitto. La signora Boni, casalinga, ha due figli disoccupati. La comunità è a pezzi. La capitolazione della città, iniziata dal Casinò, ha trascinato a domino la società. Le agenzie immobiliari hanno le insegne in cirillico, negli ultimi anni sono aumentati solo i cittadini russi, già 250.
Salvatore, impiegato del Comune, senza stipendio da 14 mesi

«L’ultimo panettiere ha chiuso a ottobre», racconta Sandra: «Non c’è un alimentari, un’attività. Solo bar». Non servivano altre aziende, prima, bastavano le fiches. Una fabbrica che non stava mai ferma. I tavoli da gioco vennero portati di notte dalla vecchia struttura alla nuova, prima dell’inaugurazione, per non perdere un’ora di puntate. Prima dell’indagine che ha svelato il crack, il Casinò era stato bloccato soltanto due volte. La prima durante la guerra, la seconda dopo l’operazione “San Martino”, l’11 novembre 1983, quando vennero arrestati i gestori di Sanremo e Campione. Gli all-in erano usati per riciclare denaro sporco. Il vertice del business, sul lago, era Ilario Legnaro. Un uomo vicino a Nitto Santapaola, boss di Cosa Nostra a Catania, 18 ergastoli. Il sanguinario pentito di mafia Giovanni Brusca racconta che Santapaola diede a Legnaro, condannato per associazione a delinquere, «una mano d’aiuto nell’aggiustamento dei problemi che erano sorti in questo Casinò».

Dopo il processo, il management tornò pubblico e i soldi fluivano. Oltre 100 milioni di ricavi, gli spazi per l’azzardo più grandi d’Europa, 500 dipendenti con un «tasso di assenteismo molto alto», segnala l’ultimo bilancio, 50 milioni di euro di stipendi. Poi c’erano gli assegni da versare al Comune per sostenere le spese municipali e i fondi che venivano mandati, negli anni d’oro, alle province di Como, Lecco. E al ministero dell’Interno, dove erano messi a disposizione delle amministrazioni del Sud, ma non solo: «Tutte le case da gioco - come voi ben sapete - versano fondi sottobanco al ministro dell’Interno, che servono per i servizi segreti. È inutile nascondersi dietro ad un dito», notava l’ex deputato Cesare Rizzi durante un’interrogazione parlamentare su Campione.

Nell’ultimo bilancio, la sala da gioco dichiarava 92,8 milioni di ricavi. La maggior parte dalle 780 slot machines in leasing su cui si riversavano 700 mila persone l’anno. Le macchinette tenevano, ma roulette e blackjack erano in crollo, la concorrenza dei video-lottery e del gioco online schiacciava il fatturato. E le spese non accennavano a diminuire. Il procuratore di Como Pasquale Addesso ha scoperchiato un buco da 176 milioni di euro, accumulato in silenzio per anni. Fra gli indagati per bancarotta preferenziale è stato iscritto anche l’ex sindaco Roberto Salmoiraghi. L’indagine partiva da un esposto che aveva presentato lui stesso mentre era consigliere comunale di minoranza.

Da giugno dell’anno scorso l’ingresso insostenibile per le limousine è chiuso, le stanze vip sbarrate, i cinesi, speranza dell’exclave, vanno a giocare a Lugano. In piazza Roma c’è un presidio fisso con gli striscioni e le panche per le assemblee. Il comitato civico per tenere unita la comunità almeno contro lo shock della dogana e le sue conseguenze. Alcuni dei partecipanti alle manifestazioni sono stati segnalati per blocco stradale, sull’unica strada che fra poco sarà isolata da una barriera.

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