
Vasto programma, non c’è che dire. Affidato a un gruppo di ben 63 esperti, a sua volta suddiviso in quattro diverse sezioni. Il decreto di nomina risale al 21 novembre scorso, ma per il momento nessuno ha ben capito quando e come prenderanno il via i lavori di quello che sembra un parlamentino, più che una commissione.
Ci vorranno mesi, prevedono gli esperti del ramo, solo per fare un censimento della gigantesca produzione normativa che a vario titolo riguarda il mondo della scuola. Nel frattempo, però, è già partita la giostra degli incarichi. All’avvocato dello Stato Laura Paolucci è stato affidato il coordinamento delle sezione Istruzione, mentre la sua collega Paola Maria Zerman, già candidata alle ultime elezioni con gli ultrà cattolici del Popolo della famiglia, guiderà i lavori del gruppo “Alta formazione artistica, musicale e coreutica”. Il rettore dell’Università di Bergamo, il giurista Remo Morzenti Pellegrini, esperto di legislazione scolastica, è stato scelto per il settore “università” (18 componenti in tutto) e Nicola Lupo, cattedratico della Luiss, l’ateneo della Confindustria, si occuperà invece, insieme ad altri dieci esperti, della normativa che riguarda la ricerca.
A tirare le fila dell’intera commissione sarà Vito Tenore, consigliere della Corte dei conti a Milano. Tenore, 56 anni, magistrato dal curriculum sterminato, con decine di pubblicazioni e molteplici incarichi di docenza, è di casa al ministero. Oltre ad assegnargli la poltronissima di presidente della commissione per riordino della legislazione scolastica, Bussetti ha cooptato il giudice contabile nella sua segreteria come consulente giuridico con un compenso di 15 mila euro l’anno. Tenore è l’unico tra gli esperti chiamati dal ministro che verrà pagato per i suoi consigli. Tutti gli altri collaboratori si accontenteranno di un rimborso spese.
L’opera più conosciuta del giurista di origine napoletana è un ponderoso testo dal titolo “La nuova Corte dei Conti”, ripubblicato di recente in una nuova edizione aggiornata. Dev’essere un libro molto apprezzato da Bussetti, se è vero che per ben due volte nelle ultime settimane ha affiancato il suo consulente in occasione di una presentazione pubblica del volume. È successo il 17 ottobre scorso a Roma, presso la Sna, la Scuola nazionale dell’amministrazione, e poi ancora il 23 gennaio a Milano, meta delle frequenti trasferte del ministro, che prima di volare a Roma era un dirigente del ufficio scolastico della Lombardia.
Tenore ha ricevuto incarichi dal ministero dell’Istruzione anche come docente. Il 28 novembre è toccato a lui il ruolo di relatore unico in un seminario destinato ai dirigenti scolastici (i presidi) dal titolo “Etica e procedimento disciplinare nell’Amministrazione pubblica”. Una lezione introdotta dal sottosegretario all’Istruzione, in quota Cinque stelle, Salvatore Giuliano, il quale ha descritto Tenore come il giurista che è «impegnato- parole sue - in un’operazione titanica», cioè la revisione del testo unico sulla scuola.
A dire il vero non è la prima volta che il testo unico della scuola diventa, per lo meno a parole, una priorità dell’azione di governo. Già ai tempi di Matteo Renzi, un comma della legge sulla Buona Scuola delegava al governo il riordino della enorme mole di norme in materia di istruzione. Non se ne fece niente, all’epoca. Adesso l’esecutivo gialloverde torna alla carica nel nome del cambiamento e toccherà all’affollatissima commissione guidata da Tenore affrontare la materia.
Il ministero ha fatto tutto in casa. La sessantina di esperti che dovranno studiare la riforma è stata selezionata nelle stanze del dicastero di viale Trastevere, dove comandano il capo di gabinetto Giuseppe Chinè, uomo forte della burocrazia romana, e Giuseppe Valditara, il leghista, fedelissimo di Matteo Salvini, che è stato messo a capo del dipartimento università.
Il copione è già scritto, quindi. Il lavoro, affidato a consulenti di fiducia, non potrà che andare nella direzione più gradita ai gialloverdi. Bussetti si è mosso in perfetta sintonia con gli altri ministri. L’obiettivo comune è quello di tenere il più possibile tra le mura del governo l’elaborazione degli interventi di riforma in molte materie sensibili, relegando così il Parlamento a un ruolo marginale.
Le regole del gioco sono state messe nero su bianco a dicembre in uno schema di disegno di legge partito direttamente da Palazzo Chigi. In pratica, il governo intende attribuirsi il compito di varare appositi decreti per la “semplificazione, il riassetto normativo e la codificazione” nel campo dell’energia, dell’edilizia, dell’urbanistica. E poi ancora infrastrutture, lavoro, sistema tributario, tutela della salute. Nel lungo elenco è compresa anche l’istruzione.
Come è stato notato da più parti, se questo progetto diventasse legge, la maggioranza avrebbe mano libera per rivoluzionare l’organizzazione e il funzionamento di settori strategici per il sistema Paese, limitando al minimo indispensabile l’intervento del Parlamento. Sarebbe un altro passo in direzione del progressivo svuotamento delle prerogative del potere legislativo. Uno stravolgimento delle regole della democrazia rappresentativa che, peraltro, non è iniziato in questi giorni, ma che la maggioranza pentaleghista ha di molto accelerato spostando sull’esecutivo buona parte della produzione normativa, con le due Camere nel ruolo di notaio delegato alla semplice approvazione di leggi elaborate altrove.
Anche il disegno di legge governativo prevede la creazione di una commissione composta da magistrati, avvocati e professori. Il compito di questo organismo, che dipenderà direttamente dalla presidenza del Consiglio, sarà quello di studiare la tabella di marcia e il contenuto degli interventi di semplificazione e riordino normativo. È lo stesso schema che, come detto, è stato applicato anche al ministero dell’Istruzione con la creazione del parlamentino coordinato dall’attivissimo Tenore.
In attesa che la macchina dell’annunciata riforma si metta effettivamente in moto, Bussetti sembra avere un programma a breve termine con un obiettivo molto più concreto. Nel mirino del ministro c’è l’Anvur, l’agenzia indipendente incaricata di valutare la qualità del lavoro delle università e dei professori, con il potere di dare via libera all’istituzione, per esempio, di nuovi corsi di laurea. Nelle settimane scorse dal ministero è partita una lettera indirizzata a tutti rettori in cui si critica il funzionamento dell’Anvur, che - si legge - “si è troppo spesso sostituita al decisore politico e al legislatore”. L’attività di valutazione si sarebbe risolta nel premiare il “pedissequo assolvimento di tutti gli adempimenti burocratici necessari”.
La soluzione? Il ministero punta a una “revisione della valutazione della ricerca” per ottenere una “decisa semplificazione e razionalizzazione”, come recita il testo della missiva inviata ai rettori. In sostanza, l’Anvur dovrebbe diventare una semplice sezione di una nuova agenzia nazionale di valutazione. E quest’ultima dovrebbe essere direttamente controllata dal ministero.
L’attacco era in qualche modo atteso. Nell’ambiente accademico non è un mistero che il capo dipartimento Valditara è da tempo su posizioni a dir poco critiche nei confronti dell’Anvur. L’esponente leghista, che allora militava in Parlamento tra i berlusconiani, nel 2010 aveva partecipato alla riforma universitaria varata dal ministro Mariastella Gelmini occupandosi, tra l’altro, anche di mettere a punto le regole di funzionamento del sistema di valutazione che ancora oggi è in vigore.
Adesso però l’aria è cambiata. Il governo gialloverde non perde occasione per affermare il primato della politica sulle agenzie e le istituzioni indipendenti. Si è visto con l’Istat, la Consob e ora Banca d’Italia. Adesso tocca all’Anvur, con l’obiettivo di riportarla sotto il controllo assoluto del ministero dell’Istruzione. Nel nome dell’efficienza. E del sovranismo.