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Attualità
luglio, 2019

Così i padroni di Internet ci hanno reso sudditi del nuovo capitale

internet, web
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Dal sogno libertario alla privatizzazione spietata, siamo ostaggio dei signori del silicio. Ma Evgeny Morozov, uno dei massimi studiosi, scommette su una Rete al servizio dei cittadini 

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Quello di Evgeny Morozov è uno dei cervelli più attenti e lucidi nell’indicare le trappole di quell’ex eldorado che è la rete. È da almeno un decennio che ammonisce i grulli e i fanatici dello scientismo informatico, ormai in preoccupante crisi demografica anche nell’universo neoliberale. Lungi dal rappresentare la panacea a tutti i malanni del presente, Internet si è ben presto trasformata in un colossale panopticon, una macchina (privata) per la sorveglianza dei consumi e per i consumi, che usa i big data come carburante, mentre noi utenti assistevamo con espressione tra l’ebete e il rapito alla metamorfosi, stringendo nelle mani sudate la biografia di Steve Jobs.

Una sterminata prateria spartita tra i cosiddetti Big Tech (Google, Facebook, Microsoft, Apple, Amazon, ecc), dove i vertici totalizzano utili esentasse da capogiro, mentre i loro algoritmi si infilano nelle tasche, nella psiche e nella biancheria - letteralmente - intima degli utenti, finendo per modificarne i comportamenti economici e, ovviamente, quelli sociali. La social society da utopia a distopia, insomma. Nei suoi libri, (l’ultimo, “Silicon Valley: i signori del silicio”, Codice edizioni) Morozov ha illustrato il passaggio dalla sbornia liberal-libertaria incarnata dalla prima Internet - quella della condivisione, dell’open source, ecc. - al mal di testa della mattina dopo: privatizzazione spietata dello spazio virtuale e, soprattutto, trasformazione dei liberi consumatori in liberi prodotti.

Una parabola non tanto diversa dalla privatizzazione dello spazio fisico, civico, civile e sociale seguito dall’economia reale, ma che approfitta della crisi sistemica di quest’ultima per radicalizzarsi. Come puntualmente conferma Libra, la moneta battuta da Facebook, appena presentata in pompa magna. Abbiamo incontrato Morozov a Londra in occasione di un suo talk al Barbican organizzato dalla New Left Review (con Brian Eno, nientemeno). La rivista ha appena pubblicato un suo lungo intervento dal titolo Digital Socialism?, dove la forma interrogativa serve a sottolineare la schiacciante ambizione dell’impresa.

Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha dato un cauto benvenuto a Libra. Ma la nuova valuta di Facebook non è forse un altro passo verso una “privatizzazione del risparmio” che finirà per minare le banche centrali?
«Libra non è che un altro passo verso la delega di quelle che erano importanti funzioni dello Stato ad aziende tecnologiche. Il neoliberalismo ne è stato il preludio, aveva come obiettivo sottrarre capacità decisionale al settore pubblico per consegnarla ad esperti. Ora che gli esperti e i tecnocrati sono nel mirino, la prossima più probabile mossa è una ulteriore delega alle Tech Firm. In una certa misura una funzione come la creazione di denaro è già stata affidata alle banche, dunque che un’impresa tecnologica entri nella mischia è tutto sommato in linea con questa tendenza».

Chris Hughes, ex socio di Zuckerberg e co-fondatore di Facebook, ha ammonito che una simile divisa digitale diminuirebbe il potere degli Stati nazionali. Come?
«Lui sostiene che Libra sarebbe ancorata a un gruppo di valute probabilmente quelle degli Stati sviluppati come il dollaro, la sterlina e l’euro. Se Libra cominciasse a occupare una più ampia quota di transazioni nei paesi in via di sviluppo, svolgerebbe il ruolo che ha il dollaro in paesi come l’Ecuador: è una divisa parallela su cui gli ecuadoregni non possono decidere nulla. Con Libra avremo un sistema in cui ancora più Stati perderebbero la capacità di regolare la valuta utilizzata dai loro cittadini».

Quali sono le implicazioni di un controllo privato sempre più esteso sullo sviluppo delle tecnologie di verifica dell’identità e sulla privacy?
«Sorprendentemente non buone. Se un’azienda come Facebook può gestire sistemi di riconoscimento identitario e monetari, se Google può gestire sanità e trasporti, se Microsoft può gestire l’istruzione e la sicurezza digitale, a cosa serve il settore pubblico? E, per esteso, la democrazia?»

Quali sono le possibili contromisure che l’Unione europea dovrebbe adottare?
«Non penso che l’Ue possa fare la predica a Facebook sull’importanza di avere un processo decisionale democratico sulle monete, giacché l’eurozona ne ha assai poco a sua volta. La Commissione europea in fin dei conti si è fatta veicolo per la trasformazione neoliberale dell’Europa, ha ridotto le capacità di arrivare a simili sviluppi a due soli tipi di intervento: reclami/multe sulla privacy e reclami e multe sulla competizione. Il primo serve a proteggere l’idea del consumatore sovrano che dovrebbe essere in grado di raggiungere la felicità nel mercato senza timore che gli clonino la carta di credito. Il secondo serve a proteggere piccole imprese e startup considerate il vero mezzo del cambiamento e del progresso. Una concezione della storia e della politica così ristretta lascia poco spazio di manovra, giacché le domande geopolitiche ed economiche più importanti - ad esempio come competere senza avere una strategia industriale con la Cina che stanzia centinaia di miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale – probabilmente non saranno poste. Se davvero l’Europa non vuole esser comandata a bacchetta dalle aziende tecnologiche, deve riscoprire un linguaggio che non finisca per forza solo a preoccuparsi di consumatori e startup. Sarebbe un buon inizio».

Il suo saggio nel numero corrente della Nlr ipotizza il difficile antidoto di un socialismo digitale all’ormai dilagante neoliberismo digitale. Come?
«La sinistra è in massima parte rimasta senza idee. Resta aggrappata a qualche ideale - non idea - generico di uguaglianza, egalitarismo, giustizia e solidarietà, ma solo a parole. È la dura realtà e molti partiti e movimenti politici associati con cause cosiddette di sinistra non possono cambiarla. Restano gli imperativi del mercato: in molti hanno smesso di sfidare anche quelli, perché considerano l’esperienza della pianificazione centralizzata così miseramente fallita da non osare difenderla. Nessuno sfida più la potenza dei mercati per via dell’assenza di un modello alternativo che ipotizzi un’economia non di mercato. La pianificazione è stata eliminata ma non rimpiazzata, e con il progetto della Silicon Valley che accelera sarà ancora più arduo sostituirla. Io oso dire che un’alternativa c’è. Ci si limita a dire che queste aziende devono pagare più tasse e trattare bene i propri dipendenti. Nulla da ridire, ma sono posizioni piatte e noiose e dobbiamo pensare più creativamente a come rinnovare un progetto di sinistra nella sua interezza».

La deriva a destra dell’Occidente ex-liberaldemocratico dopo la crisi del 2008 è una risposta ottocentesca (nazionalismi, confini ecc.) alla criticità del capitalismo postindustriale del XXI secolo, che sembrava ormai avviato a trascenderli e cancellarli. Lei suggerisce un uso dei big data in funzione di coordinamento sociale non a fini di mercato. Cosa significa esattamente?
«Ci sono nei campus americani molte discussioni su un’idea di coordinamento sociale che trascenda l’alternativa cruda fra pianificazione sociale e concorrenza oltre la quale un miope pensiero neoliberale non riesce ad andare. Qualunque progetto davvero di sinistra capace di lasciarsi alle spalle il neoliberalismo dovrebbe riaprire la questione del coordinamento sociale che era fondamentale nei dibattiti fra socialisti e neoliberali tra gli anni Venti e Quaranta. Dibattiti vinti da questi ultimi non per la mera forza degli argomenti, ma per il clima della guerra fredda. Ora che quel periodo è passato, e che soprattutto abbiamo queste tecnologie che ci spiegano e permettono di realizzare un coordinamento sociale, non dobbiamo per forza scegliere fra l’una o l’altra. Se la sinistra vuole passare dalla difesa di una “socialdemocrazia neoliberale” reazionaria all’attacco deve veramente pensare ai big data, agli algoritmi e alla Internet of things non solo come a dei semplici strumenti di produzione, ma come a strumenti di coordinamento sociale capaci di dare una risposta forte alla riserva neoliberale sull’efficienza del socialismo, con i quali mostrare come un coordinamento sociale efficacemente applicato e non radicato nella competizione potrebbe portare alla scoperta di cose nuove. Potrebbe rivelarsi ancor più capace di innovare e scoprire nuove tecniche di produzione senza costringere l’autonomia dei cittadini, e in maniera ecosostenibile».

La parabola di Internet fa pensare a una riorganizzazione capitalistica di fronte al declino e alla contrazione dell’economia reale, dove la società accetta la propria sussunzione da parte del mercato come proprio inevitabile destino. Lei critica efficacemente Hayek e la sua paranoia nei confronti dello Stato. Ma una critica reale di sinistra non dovrebbe spingersi fino a mettere in discussione la proprietà privata?
«L’architettura neoliberale rifiuta qualunque modello di coordinamento sociale che non sia quello del mercato, perché non vi vede altro che il Leviatano dello Stato che invade la libera concorrenza inquinandola con valori come solidarietà e collaborazione. Il suo vero bersaglio è lo Stato perché l’unico sovrano che può controllare o distruggere i mercati. Da qui l’alleanza con la cosiddetta “società civile” - siano gang criminali o Ong - pur di sottrarle al “totalitario” controllo statale. Quanto alla proprietà privata, l’ironia è che è proprio la corrente neoliberale a metterla in discussione nel suo tentativo di mitigare in senso distributivo le iniquità aberranti del sistema attraverso il market design, la progettazione digitale di nuovi mercati. Ad esempio con libri come “Radical Markets”, il recente saggio di Glen Weyl ed Eric Posner, che considera la proprietà privata come l’anticamera del monopolio, a sua volta dannoso per il capitalismo. Da qui la proposta di “disegnare” un mercato di aste permanenti in cui chiunque può comprare un tuo bene a un prezzo da te fissato in precedenza, così ogni anno dovrai valutare questa tua proprietà e pagare una tassa su di essa. E se qualcuno trova un uso più profittevole per detta proprietà può farsi avanti e comprarla da te. Weyl sta ora facendo da consulente alla Commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager per corroborarne gli attacchi a Google e alle altre aziende Big Tech. Iniziative del genere sono scambiate come di sinistra quando ovviamente non lo sono per nulla, mosse come sono da un intento redistributivo di stampo cattolico, oserei dire quasi alla Don Sturzo (che in Italia lo adottava ovviamente in chiave anticomunista). Obbligare i giganti del Tech a ridistribuire un po’ dei loro dati agli utenti o pagarglieli non basta certo a riequilibrare una situazione dove Jeff Bezos fa i miliardi mentre i suoi dipendenti la fame».

Si intitola “Silicon Valley: i signori del silicio” (Codice edizioni) l’ultimo libro tradotto in Italia di Evgeny Morozov. Come gli altri lavori dello studioso statunitense di origine bielorussa, si tratta di una critica severa e profonda al capitalismo digitale. Morozov ne ha parlato recentemente a Londra in un talk organizzato dalla New Left Review. In quella occasione è nata l’intervista che pubblichiamo in queste pagine.

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