La Polisportiva San Precario a Padova ha un obiettivo ben preciso: l'inclusione

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Al centro della stanza il calcetto, all’angolo il bancone, in mezzo Federica impegnata a fissare su un telaio la bandiera del gruppo. Padova, quartiere popolare di Arcella, la polisportiva San Precario inaugura stasera la sua sede ufficiale. Federica è felice, sarà la prima attività sociale ad aprire nel quadrilatero di cemento dove è cresciuta. Stefano, imbianchino e pittore, non riesce a stare fermo. Alla “Polisportiva San Precario” dedica ogni sforzo. «Ormai gestiamo cinque discipline, fra calcio, pallavolo e basket per donne, uomini, e bambini», racconta: «Siamo un’associazione di sport popolare. Eppure solo per pagare tesseramenti, assicurazioni, affitto del campo durante le partite e trasferte dobbiamo riuscire a raccogliere almeno 50mila euro all’anno. Grazie a banchetti di autofinanziamento, donazioni e serate, riusciamo a farcela. Per noi è una missione: lo sport può essere una forza d’inclusione straordinaria».

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Stasera all’apertura parteciperà col cuore anche Alessandro, 27 anni, arrivato ieri a Banguy, nella Repubblica centroafricana, per un progetto di assistenza sanitaria finanziato dall’Unione Europea, gestito dal “Cuamm”. «Sono arrivato a Padova per studiare sociologia», racconta: «Sono cresciuto a Pordenone. La mia vita era il calcio. Andavo a scuola la mattina e tutti i pomeriggi mi allenavo, dalle due e mezza alle sei. Mi dicevano che ero forte, non pensavo ad altro che a giocare». Poi mi sono trasferito per l’università, «e mi hanno parlato di questa squadra antirazzista, San Precario, che coinvolgeva i richiedenti asilo nello sport. Per curiosità mi sono presentato. Non conoscevo nessuno. Quello che mi ha scioccato, alla prima partita, è stato il supporto: 50, 60 persone che tifavano in grande stile, con i fumogeni, i cori, gli striscioni. Per una partita di terza categoria! Non mi era mai successo. Sentire quella partecipazione incredibile mi ha legato per sempre alla squadra». San Precario celebra il tifo corretto: solo cori a favore dei propri giocatori, niente insulti o fischi agli avversari. E alla fine del match si gioca il terzo tempo: invitando l’altra squadra a mangiare qualcosa insieme.

«Non tutti accettano, ma va bene così», dice Stefano. L’obiettivo principale resta l’inclusione. «È faticoso, certo, dopo due ore di allenamenti pulire i bagni in modo visto che lo stadio ci ospita, oppure andare ogni volta a prendere i richiedenti asilo che abitano a Vigonza perché non c’è più il bus», racconta Alessandro: «Ma non puoi tirarti indietro, perché il giorno in cui quei quattro ragazzi non vengono a una partita è una sconfitta. Ci muoviamo in modo così, un po’ situazionista, senza cedere sulla missione però. Andavo tutti i giorni alla sede della Federazione del calcio, finché non abbiamo ottenuto che anche i migranti potessero tesserarsi». L’approccio pratico e idealista insieme della polisportiva San Precario è la chiave della sua forza. Un esempio da cui imparare.

«È fondamentale creare spazi di partecipazione, dare prospettive concrete a chi vuole dare una mano», riflette Niccolò Gennaro, direttore del Centro servizi per il volontariato di Padova. A queste forze bisogna garantire però anche il sostegno necessario. A 19 anni Gennaro aveva fondato con gli amici l’associazione Khorakané. Nel 2015 il loro sogno era diventato un laboratorio culturale, chiamato “I’M Lab”, spazio di coworking, presentazioni, musica dal vivo. Idee collaborative che aveva raggruppato nella piccola Abano Terme oltre 12mila soci. «Avevamo vinto premi come esempio di inclusione e progettualità culturale». Ma dopo decine di tentativi di avere un po’ di supporto dal Comune, andati a vuoto, nel 2018 il laboratorio ha dovuto chiudere. «Non riuscivamo più a pagare affitto e utenze». Questo non deve accadere.