Per i ragazzi africani giocare a calcio è un sogno. Ma i trafficanti lo rendono un incubo

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Partono da Senegal, Ghana, Nigeria e Camerun. Pagano due o tremila euro per l’illusione di diventare professionisti in Europa. Pochissimi ce la fanno, quasi tutti finiscono soli e sfruttati. Ma ora c’è chi si occupa di loro

«Prendono soldi, molti soldi. Alcuni pagano tremila dollari a testa per il visto e il biglietto aereo, e poi ancora per l’alloggio. È una sorta di pacchetto tutto incluso. Questi ragazzi partono dall’Africa convinti di diventare calciatori professionisti e si ritrovano soli, in un Paese straniero di cui non conoscono la lingua, senza più denaro e senza un permesso legale per restare. È come essere in trappola». Mentre a pochi metri il Camerun assedia la metà campo della Sierra Leone, Julius Kugor parla con lo sguardo amaro di quelli che chiama “i suoi figli”. Ex giocatore cresciuto con Michael Essien nelle giovanili del Ghana, un metro e ottantacinque di muscoli che prima usava per presidiare la difesa come stopper e ora per dedicarsi anima e corpo alla comunità africana in Turchia, di cui è presidente, Julius è l’uomo che nei roventi pomeriggi dell’estate di Istanbul porta a sfidarsi decine di giovani - età compresa tra 18 e 25 anni, ma i fuori quota non mancano - in cerca di un’occasione e di un futuro.

 

Nata nel 2005, questa “Coppa d’Africa” che mette in palio l’uscita dalla miseria è cresciuta anno dopo anno in modo informale, parallelamente all’ondata di ragazzi con più o meno talento che da Nigeria, Senegal, Ghana, Camerun e tanti altri Paesi sbarcano alle porte dell’Europa con una promessa di gloria che quasi sempre è un inganno. «Anche mentre parliamo ne stanno arrivando, è impossibile dire quanti sono. Ogni giorno ne incontro di nuovi», racconta dalle tribunette dello stadio Hasbahçe di Kagithane, all’estremità del Corno d’Oro, mentre controlla un’ultima volta le figurine dei giocatori iscritti alla partita successiva. Tra poco scenderà in campo il Senegal, tra le favorite per la vittoria finale di una coppa simbolica: chi vince davvero è chi riesce a trovare un ingaggio.

Nella prima fase del torneo si giocano anche tre match al giorno, con orari piuttosto flessibili: quello delle due del pomeriggio, con la temperatura che sfiora i 35 gradi, slitta di più di un’ora. E così gli altri, a catena. Fare bella figura è troppo importante. In ballo c’è il futuro di tanti aspiranti calciatori e di quelli che si sono lasciati alle spalle, che per loro hanno investito tutto, credendo di comprare una via d’uscita. «Il mio sogno è poter giocare ad alto livello, avere un contratto da professionista e tirare fuori la mia famiglia e i miei amici dalla miseria», racconta il congolese Yves Kibendo, di ruolo ala destra, arrivato a Istanbul con una sola certezza: indietro non ci torna. In Africa era già un immigrato del pallone. A casa sua di calcio non riusciva a vivere, e nemmeno di altro, a dire il vero. Così se n’è andato, con una promessa: «Ce la farò».

Ha firmato un contratto biennale nella serie A angolana, ma dopo otto mesi hanno smesso di pagarlo. Allora alcuni amici gli hanno parlato di Istanbul. «Mi dicevano che era facile arrivare qui con un visto turistico, e che poi non avrei avuto difficoltà a trovare una squadra». Sul Bosforo è sbarcato senza problemi, ma le cose non sono andate come si aspettava. Nessuno gli ha offerto un provino. E per sopravvivere è stato costretto a lavorare per mesi dodici ore al giorno in una fabbrica tessile, in nero e sottopagato. «Alcuni giorni non mi pagavano proprio. Qui non fanno contratti di lavoro legali ai migranti come me. È così che funziona. Poi un giorno - ricorda - ho capito che non poteva continuare. Se sono in Turchia, mi sono detto, è per diventare un giocatore professionista. La mia famiglia e i miei amici in Congo contano su di me. E se non ci riuscirò qui, c’è sempre il piano B». Interrompe il racconto per dare un’occhiata in giro. Poi dice: «Sai qual è il piano B, no? Cercare uno scafista che mi porti in Grecia. È rischioso, lo so, ma in qualche modo devo farcela: ho fatto una promessa».

La tratta dei sogni funziona così: i giovani calciatori pagano migliaia di dollari per ottenere un provino da presunti intermediari. Gli assicurano che i video delle loro partite sono stati apprezzati da dirigenti turchi, promettendo ingaggi nelle giovanili dei grandi club conosciuti in Africa: Galatasaray, Besiktas, Fenerbahçe. Quasi mai va bene al primo colpo, quando un provino c’è veramente: o i giocatori non sono abbastanza bravi, o metterli sotto contratto costa troppo tra tasse e burocrazia per i permessi di lavoro, o magari è stato solo un inganno, hanno detto che avrebbero avuto la loro occasione, ma ad attenderli a Istanbul non trovano nessuno.

Tutto è già scritto, anche quello che succede dopo. Il visto turistico legale scade nel giro di poche settimane e questi ragazzi, giunti con l’idea di segnare gol a raffica e diventare idoli delle folle locali - e poi d’Europa e poi chissà -, vanno a ingrossare le fila degli “irregolari”, finendo a vendere orologi falsi e profumi contraffatti ai turisti ai piedi della torre di Galata o a cucire scarpe e magliette nei sottoscala di Tarlabasi e Aksaray, cuore dell’immigrazione di Istanbul. Condividono abitazioni fatiscenti e sovraffollate di pochi metri quadrati, contando spesso solo sulla solidarietà delle loro comunità. E i sogni di gloria finiscono nel cassetto.

«Una volta arrivati si trovano senza via d’uscita. Lavorano nel settore informale, senza assicurazione sanitaria né diritti, a volte non gli affittano neppure le case legalmente. E nel frattempo le loro famiglie continuano a mandare soldi, indebitandosi per mantenerli», spiega Yasir Bodur, ricercatore dell’Università della Città di Istanbul che è tra i pochi a essersi occupato a fondo della questione. In Turchia i migranti africani sono circa un milione e mezzo, molti di più se si considerano i tanti non registrati.

Almeno uno su quattro vive a Istanbul. Ma di fronte all’esodo biblico dei rifugiati siriani - più di tre milioni e mezzo quelli ancora oggi in Turchia - e alle decine di migliaia di afghani e pachistani che arrivano ogni anno, il fenomeno è uscito dall’agenda politica. E nel silenzio, le reti di sfruttatori e trafficanti proliferano. «Per i turchi e gli africani il calcio è una passione comune, un terreno su cui incontrarsi e dialogare oltre le barriere del razzismo e dell’indifferenza. Ma nella vita quotidiana, per questi ragazzi è davvero dura», dice Bodur, che da mesi li segue dentro e fuori dal campo, facendo spesso anche da mediatore culturale.

La Coppa d’Africa di Istanbul diventa così la grande occasione per mettersi in mostra. Probabilmente l’unica. Arrivano talent scout dalle serie minori e dai Paesi vicini, dove il livello tecnico dei campionati professionistici è più basso: Georgia, Armenia, Bulgaria, Azerbaigian, la parte nord di Cipro sotto il controllo turco. Non sono contratti che cambiano la vita, ma quando va bene una decina di ragazzi - sui quasi 300 che scendono in campo in tutto il torneo - trova un ingaggio che apre spiragli di speranza.

Per quelli bravi, con un po’ di fortuna, è l’inizio di un percorso. A ricordarlo a tutti è un uomo di 29 anni dallo sguardo calmo e la barba folta che siede sulla panchina della Nigeria, ad allenare e motivare i suoi connazionali più giovani. Sani Gideon, che è arrivato a giocare nella Süperlig, la serie A turca, è un fascio di muscoli e determinazione. Anche lui è partito da qui, dai sobborghi di Istanbul e da un provino fallito. «Prima giocavo in Nigeria. Sono arrivato in Turchia nel 2009. Un falso agente ha organizzato tutto, il visto, il biglietto, portando quattro calciatori. Uno ero io. Mi sono allenato per un po’ con il Kocaelispor, una squadra a sud di Istanbul, ma poi la società ha detto che non poteva farmi un contratto perché aveva problemi con la Federcalcio, che le impediva di comprare stranieri. Nel frattempo l’agente è sparito, ha smesso si rispondere alle nostre telefonate, ai messaggi. Ci ha totalmente abbandonati», racconta nel residence con piscina dove oggi vive in una tranquilla periferia della città.

Dal baratro, Sani è riemerso col talento e la fiducia in se stesso. Che spirasse il Poyraz, il vento che sferza il Bosforo da nord-est, o battesse il sole d’agosto, la mattina presto si ritrovava con gli altri rimasti incastrati in questo limbo nel campo di Feriköy, vicino allo storico cimitero cattolico di Istanbul. «A volte non avevo i soldi per comprare da mangiare. Guadagnavo 10 o 20 lire turche al giorno facendo le pulizie negli internet cafè. Ma non ho mai smesso di allenarmi, e alla fine ce l’ho fatta», ricorda ora orgoglioso. La sua occasione è arrivata con l’Izmirspor: 3 partite, 3 gol. Subito dopo l’ha adocchiato l’Akhisarspor, allora in serie B. La svolta che sognava. Quell’anno gioca spesso da titolare in un campionato trionfale e con le sue discese sulla fascia sinistra contribuisce alla promozione del club.

Così è arrivato in serie A: il suo sogno, quello che migliaia di altri non realizzeranno mai. Ma lui che c’è riuscito è per tutti la prova vivente che si può. Da dieci anni ormai gioca da professionista, ma non ha mai dimenticato come ci è arrivato. E prima di cominciare un’altra stagione, passa una parte delle vacanze ad allenare i connazionali e convincerli che anche loro possono sfondare. «Non dovete sperare di essere come me, perché potete essere migliori», dice a fine partita, guardandoli negli occhi.

Di rado però basta il talento. Julius Kugor, l’organizzatore del torneo, lo sa bene. «Sento una grande responsabilità verso di loro, molti mi vedono come un padre. Noi che viviamo qui da tempo e abbiamo esperienza non possiamo girarci dall’altra parte. Li accompagno in ospedale quando ne hanno bisogno, perché sono senza assicurazione. Li aiuto a trovare una casa. Ma molti purtroppo finiscono lo stesso per strada».

A tutti prova a dare l’opportunità che cercano. «Abbiamo iniziato questa competizione con 6 Paesi, ora ne abbiamo 16. Perché i ragazzi sono sempre di più. I falsi procuratori li illudono, si fanno pagare, ma quando arrivano qui non c’è nulla di quello che gli hanno promesso, e vengono abbandonati. Io faccio del mio meglio per fermare questo sfruttamento. Abbiamo mandato decine di messaggi all’ambasciata turca in Ghana. Ma intanto continuano a venire».

Cappello a tesa larga e piana, gessato impeccabile e fazzoletto bianco che si affaccia elegante dal taschino della giacca, Jean Claude Effa’Aessi sembra il personaggio di un film gangster degli anni Trenta. In mezzo ai giocatori sudati in calzoncini e ai tamburi dei tifosi avvolti negli abiti tradizionali africani, si fa notare. A bordo campo, osserva le partite e fa insieme da ‘garante’ del torneo, forte di quella che chiama “esperienza” come delegato della Federazione del Camerun e procuratore sportivo. «Cerco solo di dare consigli e aiutarli a trovare un ingaggio. Ci sono tanti bravi calciatori, ma non è facile. Io li mette in contatto con gli osservatori delle squadre», spiega. Poi prende in mano il pallone e lo porta all’arbitro per il calcio d’inizio. Ora tocca al Senegal, “uno squadrone”. Compare anche qualche striscione di incitamento. Almeno per 90 minuti, sarà come essere in serie A.

 

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