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Qualche scugnizzo, adesso, è tornato a scorrazzare in piazzetta. Per due mesi i ragazzi sono rimasti chiusi in casa a smanettare sulla playstation per paura del contagio o forse delle “guardie”, che durante la pandemia fanno controlli a tappeto. Ma anche nella fase due la scena non cambia: a presidiare lo slargo nella Secondigliano vecchia, che prosegue in quella via cupa dell’Arco nota per aver dato origine al clan Di Lauro, sono rimasti i volontari del Larsec, il Laboratorio di riscossa secondiglianese. Da sei anni fanno servizio sociale con i ragazzini impegnati in attività extrascolastiche e organizzano eventi culturali nel quartiere a nord di Napoli, riorganizzando la speranza minata da una realtà faticosa che partorisce pochi orizzonti.
La mattina, nella loro piccola sede in piazza Di Nocera, segnano i nomi delle famiglie più bisognose. Mentre il pomeriggio, facendo rete con Caritas, parrocchie e commercianti generosi della zona, consegnano le spese solidali a domicilio. In tre settimane ne hanno distribuite circa 450, dal rione dei Fiori alla Vanella Grassi, fin dove serve. Il pacco è in base ai bisogni. «L’altro giorno ci ha chiesto aiuto una giovane donna con quattro figli e marito in carcere», racconta Vincenzo Strino, presidente dell’associazione, mentre sistema lo scatolame nelle buste: «Ovvio che le abbiamo procurato soprattutto cibi per bambini». E non è semplice smistare le richieste, perché c’è da selezionare, spiegare, arginare.
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«Secondigliano non è Scampia: ha spazi più stretti di convivenza, un tessuto architettonico e urbano diverso che influisce sulla vita di chi ci abita», dice Strino. Scampia è il quartiere-appendice nato dalla recente cementificazione selvaggia, dove non puoi passeggiare o fare shopping. «A Secondigliano invece ci sono vicoli e negozi, perciò l’insofferenza alla chiusura coatta è stata tanta, i commercianti temono il tracollo», spiega il presidente del Larsec: «Con il deficit di liquidità le proposte di finanziamenti illeciti arriveranno a pioggia, il fenomeno dell’usura ha già fatto il suo ingresso in grande stile nel quartiere, perché è sottotraccia, faticheresti ad individuare come strozzini chi ti appare come persona innocua che vuole darti solo una mano. I tassi di interesse all’inizio sono bassi, ma solo per conquistare la fiducia».
Insieme ad altre associazioni di diversi quartieri di Napoli a rischio, il Larsec ha lanciato un appello al governo affinché sospenda le bollette di acqua e luce a coloro che non possono pagarle, perché mentre lo Stato decide come muoversi, la camorra già ha agito. «Troppo è il tempo di attesa tra le dichiarazioni in diretta su Facebook delle istituzioni e gli aiuti concreti che arrivano nelle case delle persone». È un “fate presto” che porta alla mente il terremoto dell’Ottanta e le Spa del malaffare nate per la ricostruzione. La lotta all’illegalità va fatta nel mentre, non dopo.
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Sono da poco passate le 17 e padre Kiran Fernandes, indiano, da quasi un anno parroco della chiesa dei santi Cosma e Damiano, è all’ingresso dell’oratorio, sotto il campanile, dove i volontari si sono dati appuntamento per decidere su come continuare la raccolta e la distribuzione dei generi alimentari. Nel salone della cucina, mentre fuori una leggera pioggia bagna il campetto di calcio deserto, appoggiati al marmo dei tavoli, rispettando la distanza di sicurezza, ognuno esprime la propria opinione.
Per Peppe non basta più il passaparola, adesso bisogna compilare un elenco, fare una scelta ragionata sulle famiglie da assistere. «La distribuzione indiscriminata non può proseguire all’infinito, occorre operare una scrematura, mi sono giunte voci di famiglie che prendono la spesa da più parti, e quindi altri restano senza aiuti». dice. Per non parlare dei carrelli della “spesa sospesa” lasciata incustodita all’esterno dei supermercati. «C’è gente che ha caricato tutto sull’auto ed è andata via. Un vero furto», aggiunge.
Salvatore invece propone di continuare la colletta con queste modalità fino a fine maggio. «Si può mettere su un centro di ascolto per effettuare una sorta di censimento», suggerisce. Ma come? «Non abbiamo i mezzi per ottenere simili informazioni e soprattutto il nostro primo obiettivo in questo frangente critico è quello di evitare che chi è in difficoltà economica si rivolga ai sistemi illegali», ribatte il presidente del Larsec. E allora tutto è affidato all’intuito e all’esperienza del volontario? «Come prete non posso rifiutare un aiuto non posso decidere chi lo merita e chi no, soprattutto se non conosco. Posso però fare appello al buonsenso, alla coscienza di ognuno. Il messaggio che deve passare è: a chi non ha nulla dobbiamo dar da mangiare, ma sacrificio di tutti deve essere la condivisione, affinché con l’equa ripartizione nessuno resti senza cibo. La vera emergenza sta nella corsa contro il tempo», riflette padre Kiran.
Un tempo che può dimostrarsi maledettamente lungo, troppo lungo. «La municipalità in quattro anni di vita non ha mai istituito le consulte per le pari opportunità, le associazioni e i commercianti, comunque obbligatorie», ricorda Pasquale Esposito, consigliere della settima municipalità di Napoli, di cui fa parte Secondigliano: «Nell’emergenza sarebbero state utili, sia in fase di contenimento sia di ripartenza. Consulte che oggi potevano proporre, organizzare la rete di volontariato. Non c’è stato un coordinamento istituzionale dall’alto, in modo da evitare protagonismi e tornaconti personali. C’è stata, però, una straordinaria solidarietà dal basso, persone anche senza grande possibilità economiche hanno messo in sinergia soccorso e competenza».
La camorra qui ha sempre usato il “pacco” alimentare per comprare voti e consenso, panem et circenses, ma mettersi a fare distribuzioni adesso significherebbe attirare di più l’attenzione delle forze dell’ordine che marcano il territorio palmo a palmo. Già prima del coronavirus alcune famiglie malavitose avevano tagliato il tradizionale sostegno alle famiglie dei carcerati. La cattura del superlatitante Marco Di Lauro, circa un anno fa, aveva acceso su Secondigliano e dintorni i riflettori di mezzo mondo. Ora la nuova parola d’ordine è: sobrietà, non dare nell’occhio, non essere rintracciabili, alla stregua dei vecchi padrini.
Ora il grande business dietro l’angolo è quello dell’usura, mentre il racket ricomparirà maggiorato nella tassa di Ferragosto, poiché quella di Pasqua è saltata. Tuttavia, la camorra non è andata in quarantena. Di crisi neppure l’ombra. Le piazze di spaccio della droga, nonostante il blocco anticontagio, a Secondigliano sono regolarmente aperte. Il clan si adatta, è come un’azienda che si riconverte, cambia business plan, adottando maggiore flessibilità e delocalizzazione. Si affida al metodo già in voga dello smercio di stupefacenti in casa o a chiamata. Scambi veloci, di certo meno frequenti, in posti mai uguali. Da quando c’è il lockdown gli acquisti sono più sostanziosi, i tossicodipendenti fanno la scorta. A confermarlo sono i fermi degli acquirenti a cui viene trovata in tasca più moneta e più “roba”.
Ma lo Stato c’è. Il locale commissariato ha fatto da apripista per la colletta alimentare. All’ingresso degli uffici di corso Secondigliano un cesto pieno di beni di prima necessità diventa motivo di sosta per i più indigenti. Ogni mattina, da diverse settimane ormai, arriva anche il fornaio che lo carica di pane caldo. “Prendi se vuoi, dona se puoi” avvisa il foglio attaccato sopra. Nessuna elemosina, ma «un modo per essere con il quartiere, noi che lo viviamo tutti in giorni in prima linea e ne conosciamo pregi e difetti», fanno sapere dalla squadra investigativa che ha promosso l’iniziativa.
Su un muro di Secondigliano, durante l’ultima faida, la terza, quella della “scissione della scissione” che parcellizzò i gruppi criminali già divisi, comparve la scritta «la camorra è una montagna di merda». Nessuno mai si era permesso una simile libertà contro il “sistema”. Dopo qualche giorno venne cancellata e una mano anonima aggiunse sotto «con la camorra ci mangiate, merde». Tutto è rimasto così. Nessuna passata di vernice, nessuna risposta.
C’è un’anziana signora affacciata al balconcino di fronte. Sta lì da sempre, anche da prima della quarantena. Osserva il mondo, barricata nella veranda in alluminio aprendo ogni tanto la finestrella, come fosse l’oblò di una nave. Se le chiedi chi ha scritto, ti risponde «non lo so, guaglioni che giocano», ragazzi che giocano. E se le chiedi perché nessuno ha continuato a scrivere, se è omertà, ti risponde «perché è finito il muro», perché non c’è più spazio per aggiungere altro. Spiazzando ogni dietrologia, ogni pregiudizio.
«È finito il muro» è l’arte di trovare alibi al futuro. E capita che anche un libro possa essere scusa di salvezza, anche in un posto marchiato a fuoco come ritrovo di analfabeti. Del resto a Secondigliano non esiste un cinema, un luogo di aggregazione, nemmeno un teatro, ma c’è un magazzino con circa 60mila libri. Il Larsec mesi fa, insieme ad Antonio, proprietario del deposito, ha deciso di realizzare uno scambio: un libro al costo simbolico di un euro, per dare vita a un teatro aperto al quartiere, agli adulti, ai ragazzi e ai bambini.
Qualche giorno fa, in piena emergenza Covid-19, il presidente dell’associazione si è sistemato nella piazzetta Di Nocera per promuovere l’iniziativa. «Pensavo che, oltre ai soldi, stesse finendo pure l’entusiasmo, dopo tutto questo tempo incollati alla tv e ai social. E allora ho chiesto ad Antonio se potevo donare gli ultimi libri rimasti in sede dal progetto del teatro. Appena li ho sistemati sul banchetto, i clienti in fila al supermercato si sono fiondati, in cinque minuti non è rimasto nemmeno un libro. Fame di cultura ne abbiamo pure qua».