Francesca, che ha perso le nonne per il virus. Carlotta, troppo povera per segire le lezioni a distanza. Hassen, salvato da un tablet. Parlano i ragazzi che devono fare la maturità ma che il lockdown ha già fatto crescere (Foto di Alessio Romenzi)

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Ha il passo esitante, Francesca, mentre cammina lungo i viali del cimitero di Cazzago San Martino, in provincia di Brescia. Intorno, la luce delle prime ore del pomeriggio. Il paese sembra sgranchirsi le gambe dopo un lungo torpore, pochi i veicoli a rompere il silenzio del via vai che riprende alla fine del lockdown, gli anziani arrivano alla spicciolata a portare un fiore ai congiunti.

Si fermano di fronte alle nuove lapidi, «anche lui di Covid», «anche lei», e così via in una processione di passi lenti, fatta di facce e nomi a cui non è stato possibile porgere l’ultimo saluto.

Anche Francesca cammina lentamente e poi si ferma. Una volta, due. Sono le sue lapidi, nuove. Le date di morte sono entrambe di marzo, i volti quelli delle sue nonne portate via dal Covid a dieci giorni di distanza l’una dall’altra.

«Nonna Angela amava giocare a carte e si arrabbiava quando non vinceva», sorride Francesca mentre riannoda i ricordi della nonna tanto amata che passava a casa sua ogni sera. Che stesse arrivando lei lo capiva dal rumore del bastone lungo il marciapiede.

Francesca ha diciotto anni, frequenta l’ultimo anno dell’Istituto Tecnico Luigi Einaudi di Chiari, nel bresciano, ed è una dei cinquecentomila maturandi dell’anno della pandemia.

Stava preparando le interrogazioni del secondo quadrimestre quando il 26 febbraio la scuola è stata chiusa. Non sapeva, lei come i suoi compagni, che quella campanella sarebbe stata l’ultima del suo intero ciclo di studi.
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E poi uno scivolare lento dalla preoccupazione all’inquietudine, dalla paura al «non può succedere proprio a me».

Perché a me?: è questa la domanda che la sveglia al mattino e la incalza durante la notte, mentre pensa all’ultimo messaggio di incoraggiamento della nonna prima delle interrogazioni di febbraio, e poi il suo ictus, l’ospedale, la quarantena imposta a tutta la famiglia, il senso di colpa di sua madre che si rimprovera di non aver capito segni a cui era impossibile attribuire un nome, la morte in solitudine delle persone care. E quello che le resta: l’assenza di parole.

«A volte ho l’impressione di sentirle parlare, o bussare alla porta. Non riesco ad abituarmi».

Se le chiedi di descrivere i suoi diciotto anni ripete a occhi bassi «fa tanto male» e la sua voce ha il timbro delle inquietudini dell’adolescenza. Poi però si fa d’un tratto seria, l’espressione gentile diventa tesa, il volto adulto, «l’epidemia mi ha cambiata, è un processo irreversibile».

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Francesca ha imparato a essere forte per la sua famiglia, a mettere da parte la nostalgia per la scuola, per gli amici, le uscite, per i suoi diciotto anni sospesi, «ho imparato che è meglio parlare che trattenere. Era scontato amarle, oggi che le piango penso che avrei dovuto dire di più. Per questo ieri ho abbracciato i miei genitori e ho detto loro quanto li amo e che ci sono sempre, io, che sono la più piccola di casa».

Ora che il lockdown è finito, Francesca al mattino continua a studiare e ogni pomeriggio fa visita all’unico nonno che le resta. L’anno prossimo vorrebbe frequentare architettura, disegnare - dice - le corrisponde più della parola. Per questo per lei l’isolamento ha il volto di una donna che tratteggia a matita su un foglio bianco. La donna ha i capelli raccolti, lo sguardo diretto verso l’alto, poche parole a destra, pezzi di frasi spezzate: «Nessuna notte sotto le stelle, solo un pesante, duro, cielo di cemento bianco».
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Francesca in questi tre mesi non ha perso una lezione, ma la didattica a distanza è stata, per i ragazzi di qui, più un tentativo di restare aderenti alla vita di prima che la fretta, l’urgenza di terminare il programma scolastico in vista dell’esame.

Valeria Lotta insegna lettere all’Istituto Einaudi, oggi bussa alla porta di casa di Francesca, può finalmente guardarla negli occhi e ricordare con lei le lezioni di marzo. «L’epidemia è entrata nelle nostre case prepotentemente. Ho capito dopo pochi giorni che i ragazzi avevano bisogno di condividere i loro timori e la sola cosa che potevo fare, da insegnante, era mettere da parte il programma, chiedere loro: come state? E ascoltare».
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Così per la professoressa Lotta e i suoi alunni lo schermo del computer è diventata la condivisione di lutti e angosce inedite e le parole di poeti e scrittori il mezzo per elaborarli. È così che Francesca ha imparato Montale e l’ha fatto suo, immaginando di scendere insieme alle sue nonne, dando loro un braccio, almeno un milione di scale.

«Non hanno perso una lezione perché avevano bisogno di esserci gli uni per gli altri, sebbene online e anche senza sapere cosa dire». La voce della professoressa si intreccia con quella di Francesca: «La didattica a distanza, la continuazione della scuola in assenza, è diventata la mia seconda famiglia perché volevo tutelare i miei genitori dalle mie paure. Non avevamo il calore degli abbracci in classe ma era uno spazio e un tempo dove poter dire: sto male».

Francesca sfoglia il diario, dall’ultima settimana di febbraio le pagine sono vuote. Scorre ogni mese fino ad arrivare a giugno, aveva segnato la data dei “cento giorni” e della festa di fine anno, e quelle delle prove scritte, che però non ci saranno, sostituite da un’unica prova, orale, in presenza di sei commissari interni e un presidente esterno: «È stato tutto molto confuso e contraddittorio. Da studentessa mi sono sentita abbandonata, da cittadina mi sono sentita più che trascurata, rimossa. La scuola e noi studenti non siamo stati considerati».
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La preside dell’Istituto Einaudi, Vittorina Ferrari, dalle prime ore del mattino è a scuola per organizzare i piani di entrata e uscita, la sorveglianza, i termoscanner e le sanificazioni per le aule che ospiteranno gli esami. La scuola conta 1.936 studenti, 350 sosterranno la maturità, significa organizzare 16 commissioni, prevedere regole, informatizzare ogni passaggio, eliminare ogni documento cartaceo per garantire la sicurezza di docenti e studenti.

L’Istituto Einaudi di Chiari ha indirizzi amministrativi e informatici, socio sanitari e agrari. C’è chi studia le tecnologie del legno, chi il marketing e chi si prende cura della serra, le piante e i fiori. I ragazzi dell’Einaudi producono miele, coltivano verdure, lavorano il legno e si preparano così al mondo del lavoro. Qui le attività laboratoriali sono indispensabili perché dopo il diploma molti studenti iniziano a lavorare nelle fabbriche e nelle aziende agricole del territorio.

Sulla scrivania della preside c’è un cesto di fragole «prodotto delle attività colturali dell’indirizzo agrario», spiega. È orgogliosa perché «la natura non si ferma», se ne accorge ogni mattina quando viene a scuola e continua a raccogliere da sé quello che non possono più raccogliere gli studenti: «Mi sembra innaturale far spegnere il lavoro dei ragazzi, hanno faticato per ottenere questi risultati. Nella frutta, e nelle piante delle nostre serre vedo le loro facce, una a una».
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E li ricorda nome per nome, caso per caso, vulnerabilità per vulnerabilità.

La preside si è sentita sola, chiamata a farsi carico di problemi senza risorse a sufficienza per risolverli. Da quando la scuola è chiusa ha consegnato decine di tablet che aveva già in dotazione per l’indirizzo informatico. Con i fondi stanziati negli ultimi mesi ne ha aggiunti venti, e si sente fortunata ad aver potuto fare almeno questo.

La necessità era evitare ad ogni costo la dispersione scolastica. Ma non è bastato, spiega: il trenta per cento degli allievi è sparito dai radar, famiglie che vivevano già un disagio sociale, genitori e studenti che hanno fatto fatica a innestarsi nella la didattica a distanza, si sono scoraggiati e hanno mollato. «Questo non è un liceo. Gli istituti tecnici e industriali sono frequentati da studenti che hanno bisogno del fare prima della teoria. È stato il grande limite della didattica a distanza. Certe cose le puoi fare solo in presenza». Lo dice mentre continua a sistemare le fragole una sull’altra, in un movimento ripetuto e costante, come a riempire un vuoto. «Saper coltivare, per esempio. Un adulto può spiegarti come si fa, ma un ragazzo deve apprendere l’artigianalità in presenza».

Da anni la preside cerca accordi con la Confartigianato di zona per l’inserimento dei ragazzi nel mondo del lavoro e stringe convenzioni affinché sia la scuola a pagare loro la patente per il trattore: «L’anno scorso siamo riusciti a sovvenzionare il progetto e garantire le esercitazioni nelle cascine. Gli studenti di quest’anno dovranno pagarsi la patente del trattore da soli. È un danno, perché in un territorio come questo è il requisito minimo richiesto nelle aziende agricole».
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La preside Ferrari si chiede che ne sarà in futuro dei maturandi 2020, con la loro formazione pratica, laboratoriale e agraria, azzoppata.

Per questo quelli lasciati indietro, i maturandi degli anni prossimi, sono la sua prima preoccupazione per la ripartenza di settembre. L’imperativo è riagganciare chi non ha avuto le stesse possibilità degli altri: «Se non li riporto alla base, a scuola, li perdo. Significa consegnarli alla società senza un diploma, esposti al lavoro nero, allo sfruttamento o al divano. Che, si sa, non dà da mangiare. O peggio esporli all’illegalità. E poi diventeranno un problema sociale di cui qualcuno dovrà farsi carico, e quel qualcuno è lo Stato».

Carlotta, 18 anni, maturanda, è una degli studenti spariti dai radar, dalle chat e dalle lezioni online. È scomparsa per vergogna, indigenza da lavoro sommerso. Sua madre lavora in nero come parrucchiera, suo padre - sempre in nero - come muratore. Con l’isolamento non ci sono stati né lavoro né sussidi statali, quindi niente soldi e niente giga per la didattica a distanza. Solo un messaggio vocale a una professoressa: «Gli altri non mi credono, prof, io mi vergogno ma non posso connettermi a internet fino al mese prossimo». Gli altri pensano che sia pigra, ma Carlotta è solo povera.

Così per Murad, figlio di una famiglia di origine marocchina. Sparito per un mese. La preside lo cerca al telefono senza successo e poi lo trova bussando direttamente alla porta di casa: «Ho portato soldi alla sua famiglia di tasca mia perché non ne avevano per far seguire le lezioni al ragazzo. Ho bussato, mi ha aperto una donna senza denti perché non possono pagare nemmeno il dentista. Il bagno non funzionava, il frigorifero vuoto. Abbiamo seguito Murad per quattro anni e mezzo, non mi sarei perdonata di vedere il suo percorso vanificato durante l’isolamento».

Si è sentita responsabile per i suoi maturandi, la preside Ferrari, e per i loro genitori non attrezzati per la didattica a distanza dei figli. Ha fatto quello che ha potuto per ridare alla scuola, almeno alla sua, il valore sociale che le spetta. Che a Brescia ha significato anche la collaborazione tra chi può dare e la grande umiltà di chi chiede aiuto. «I genitori che guardano per terra e ti dicono “grazie” non li dimenticherò mai. L’isolamento è stato anche questo: se tuo figlio ha la maturità e non hai soldi per internet e lui non può studiare, la vergogna ti passa. Chiedi una mano, accetti e ringrazi».
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Hassen, maturando, è uno degli studenti che ha ricevuto il tablet. Ma non ha soldi per i giga. La sua famiglia è di origine tunisina. Orfano di padre, divide la casa - piccola - con la madre, un fratellino e due sorelle molto giovani entrambe incinte. Cammina nel parco di Rozzano con la sua prof di italiano, Silvia Peroni. Quando gli chiedi cosa sia stata per lui la scuola, la guarda complice e dice «salvezza». Poi spiega: «L’Hassen che è entrato in quella scuola e quello che ne sta uscendo sono due ragazzi diversi. Ma ora ho paura».

La paura di chi ha avuto una vita piena di inciampi e perdite ingiuste, chiamato troppo in fretta a essere l’uomo di casa. Un diciottenne che si sente fragile e deve dimostrare di essere forte, «i casini mi inseguono e la scuola mi ha rimesso sulla retta via quando stavo per smarrirmi».

Vorrebbe studiare e diventare mediatore culturale o educatore, qualsiasi cosa gli consenta di stare vicino a chi ha bisogno. La professoressa Peroni ricorda di quella volta, durante la corsa campestre, in cui Hassen ha camminato accanto alla sua compagna di classe non vedente. È stato le sue gambe, e i suoi occhi. Forse è stato il suo modo di imparare Montale, dandole il braccio, perché ne aveva bisogno.

Hassen vuole essere utile, «fare qualcosa che dica al mio cervello che ho fatto la differenza nonostante i miei problemi» e mentre lo dice si immalinconisce, «non so se sono in grado, e se potrò permettermi di non cercare un lavoro, uno qualsiasi, per portare soldi a casa». Si rattrista, la professoressa Peroni lo osserva e piange.

A marzo Hassen ha pensato: senza scuola io mi perdo. E continua a pensarlo ogni mattina: «Cosa faccio? Tabula rasa. Questo è per me il futuro».

La didattica a distanza per Hassen è stata un inferno, tra soldi che non bastavano e liti familiari. «Il mio cervello è come un cane, togli il guinzaglio e si libera. Io ho bisogno di aiuto, dello sguardo della prof che mi sorride e mi dà forza, delle cose essenziali, piccole, che mi hanno cambiato. A scuola non ero una pecora nera in mezzo a un gregge, ma una pecora nera in mezzo a altre pecore gialle e bianche e rosse, che hanno tutte problemi come te».
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Come sarà la tua maturità, Hassen? Come un tuffo in mezzo al niente, gettarsi in mare aperto senza salvagente.

I diciottenni del 2020, anno della pandemia, della maturità semplificata. Della grande solitudine rimossa dal discorso pubblico.

Mara ha scritto una lettera, si intitola «Mi sentite?». Parla per sé e parla per tutti.

Il lockdown è finito, e ora, dopo aver passato nove ore al giorno davanti al computer per tre mesi, Mara non ha voglia di uscire di casa, perché - dice - uscire le ricorda quello che ha perso, quello che non può ancora fare, quello che non potrà fare più.

«Siamo stati esclusi perché considerati il problema minore. Hanno chiuso le scuole e ci hanno chiuso in casa, questa è stata l’unica soluzione per noi adolescenti. Ci hanno chiesto responsabilità e abbiamo dimostrato di avere senso civico. Ma ora?».

La sua camera è i suoi diciotto anni. Biglietti dei concerti appesi alla bacheca al lato del letto, il braccialetto da animatrice della scorsa estate, il braccialetto regalo di un’amica e il cd della sua cantante preferita che le ha dato forza tutte le sere prima di addormentarsi.

Cosa butti e cosa tieni, Mara, di questo isolamento? «Tengo la cura dei dettagli. Butto la paura, e la solitudine». E cos’è Mara, diciottenne dell’anno della pandemia, la solitudine? «È come se fossi in una stanza piena di luce, enorme e colorata e io fossi nell’unico angolino dove la luce non arriva e entra solo umidità».

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