Vive da sempre nel rione Sanità. E lo racconta nelle sue canzoni. Che conquistano i ragazzi del quartiere ma anche TikTok. Un modello per chi fugge dagli stereotipi

Canta l’altra Napoli, Napoli transgender. È sempre il rione Sanità e sembra di sentire le parole di Pino Daniele in “Chillo è nu buono guaglione” con la gente per strada che si gira a guardare. Oggi però non si vuole far chiamare “Teresa”, perché all’anagrafe ha già un nome femminile. Naomi si sente ragazzo, senza se e senza ma: per tutti comincia ad essere Tony King, che si conquista l’emancipazione della nuova vita grazie alla musica.

Nulla a che vedere con il blues di “Je so’ pazzo”, lui è un trapper, sempre più ammirato e quindi rispettato, soprattutto nei vicoli. «La mia trap è diretta, racconta la strada senza filtri e pregiudizi. Quando canto posso dire la mia». Dovreste sentirlo e vederlo, mentre trasforma la Macarena in una sciarada dissacrante, dove Napoli si tinge di ritmi arabi e sudamericani in un video girato tra le grotte dove Roberto Rossellini filmò Paisà e più recentemente Claudio Giovannesi è ritornato per "La paranza dei bambini".

La scritta “I am the King” tatuata sulle dita, ventuno anni vissuti tutti d’un fiato, Tony abita al secondo piano di un palazzo sgarrupato che ostenta segni di antica nobiltà e recente miseria. All’ingresso la Madonna dell’Arco con il volto sanguinante e la statua di Padre Pio, il santo del Sud doppiamente protettore perché amato dagli umili e temuto dai boss. Vive con la sua famiglia e quella della sorella del padre, in otto, chiusi tra la cucina ricavata nella veranda intrisa di aromi e fumi che invadono le camere da letto da condividere. Siamo in una periferia che è al centro di Napoli tra ragazzini in guerra per un futuro da camorristi e chi lotta per ribellarsi a un destino annunciato.

«Nun so’ divers’, Prov e’ stess’ cos’ ca pruov tu», canta Tony, usando frasi in napoletano «perché per me è la lingua che meglio racconta la passione e la voglia di sentirsi liberi; di vivere l’amore senza il marchio del pregiudizio». La libertà per lui è riscatto, potere essere diversi senza paura e così guardare avanti con uno slancio di speranza. «Sono libero quando non sono oggetto di discriminazione e di scherno. Sono libero quando so di poter essere diverso, dissimile dagli altri e persino fuori dal comune, senza però dover soffrire ed essere “punito” per questo in alcun modo», scrive David Grossman nel suo ultimo libro “Sparare a una colomba”. Potrebbe essere il manifesto di Tony, il mantra di un cuore pensante che a tredici anni si è tatuato “Credi in te stesso” sull’avambraccio e che ha il 17 come numero preferito «perché è il numero della sfortuna. La sfortuna serve: perché senza non sei in grado di capire qual è il tuo destino».

Nascere in un corpo sbagliato è una sfortuna, ma questo non gli impedisce di lavorare ogni giorno sulle sue sicurezze e incertezze. Per andare al mare e potersi spogliare un giorno. Perché quest’estate i pochi tuffi li ha fatti «al buio quando non c’era più nessuno per evitare di essere guardato e giudicato».

Tony King canta “L’ammore è ammore”. Perché «l’ammore nun tene limit’». Un inno alla libertà che racconta la sua storia di trasformazione: la rincorsa a un’identità difficile, trafitta dai pregiudizi altrui. Che qui sanno farsi violenza. Il brano è dedicato a Maria Paola Gaglione, morta a settembre mentre tentava di sfuggire all’ira del fratello. Uccisa - perché per i magistrati di un omicidio s’è trattato - per impedirle di amare Ciro Migliore, “un masculillo”, proprio come Tony.

Una vertigine di intolleranza, intrisa di un’idea violenta dell’onore: dentro c’è quel senso di sgomento che suscita il reale, come nei racconti de “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese. «È una storia tragica che è capitata anche a me. La fine è stata diversa, fortunatamente, ma ho vissuto sulla mia pelle le minacce e il sopruso. Doversi lasciare solo perché i genitori non volevano, è stato qualcosa di terribile», ricorda Tony.

Ci sono fiabe che possono avere un lieto fine. Per Tony la fata buona si chiama Daniela Lourdes Falanga: nato Raffaele, figlio di un boss oggi all’ergastolo e oggi donna trans presidente dell’Arcigay Napoli e figura di spicco del movimento Lgbtqi+. È stata lei a fare incontrare Tony e Ciro. Un colpo di fulmine. Le prime parole sono state: «Rivedo me stesso nei tuoi occhi». La sofferenza di corpi e le libertà calpestate.

E provare a uscirne con un canto di liberazione: «Il mio è stato un percorso difficile. Qualche mese fa hanno creato una chat Whatsapp pubblicando le mie foto di anni fa con i capelli lunghi. Lo hanno fatto solo per insultarmi. Ci sono rimasto di merda, alle 4 del mattino ho chiamato mia mamma piangendo, poi mi sono fatto forza. Loro scendono di livello, io salgo. Non possono stare nei miei pensieri. Io so di aver fatto un percorso di coraggio e non mi toccano. Sono chi voglio essere e loro non mi colpiscono».

Sull’autobus 604 che dalla Sanità scende verso via Toledo due ragazzi si tengono per mano. Un signore guarda Tony King, convinto sia un maschio, e dice «che schifo». Pensa di trovare complicità. Tony invece reagisce: «Ma lo sai che io sono femmina. Chi sei tu per giudicare?». Il signore si ammutolisce. I due ragazzi si avvicinano e lo ringraziano. «L’avrebbero fatto tutti», replica lui. Ma poi sussurra: «L’ho detto solo per farli sentire sicuri. Purtroppo non è così...».

Sono tanti i fan che gli scrivono. E molti raccontano di subire abusi, discriminazioni. Chiedono come farsi accettare. «Io ti ammiro, ma non ho avuto la forza. Non sono riuscita ad andare avanti perché i miei non volevano e ora sono prigioniera in una gabbia», si sfoga una ragazza calabrese. Oltre 28mila follower su TikTok, mezzo milione di contatti unici. Video della sua musica, ma anche di consigli pratici in cui mostra come far risaltare la peluria della barba con il mascara. Li filma nella cameretta che divide con il fratello più grande Sasa. Sasa fa l’attore al teatro Sanità e sul comodino conserva una copia di “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll: quel pagliaccio che critica le ipocrisie della borghesia tedesca si troverebbe a suo agio anche nelle strade di Napoli.

«La mia famiglia è il più grande sostegno nel mio percorso. Mio padre all’inizio diceva: “Truccati, non metterti abiti larghi”. A tredici anni però gli ho scritto una lettera. Ci ho messo dentro tutte le mie emozioni e mi ha accettato». Papà Maurizio raccoglie i cartoni la notte, ha studiato poco ma crede in un comandamento semplice e potente: «I figli si amano e si rispettano».

Tony che ogni mattina indossa una fascia per stringersi il seno e che sorride aprendo “la stanza del casino”. È zeppa di giochi e ricordi e dietro la porta è appiccicata una foto. Ritrae una bambina, indossa un vestitino di tulle: «La riconosci? Quella sono io!». Quell’io che vuole «portare in alto il rione con la musica. Perché la Sanità è cultura, teatro, le catacombe di San Gaudioso e San Gennaro, qui è nato Totò e le cose belle fanno crescere le persone», ragiona. Per lui musica e bellezza non sono desideri, ma necessità: il bisogno di alzare gli occhi più in alto dei muri e delle sbarre. Perché proprio qui, dove spesso tuonano le pistole della camorra, è possibile costruire altro.

L’ha fatto don Antonio Loffredo che è riuscito a restituire al quartiere i suoi tesori e allo stesso tempo a inventare lavoro. Eppure gli ostacoli non sono mancati, in cielo e in terra, perché qui non si è messa di mezzo solo la burocrazia laica ma pure quella ecclesiastica. Le Opere della Misericordia, che Caravaggio ha dipinto a pochi metri da qui, sono riuscite a imporsi sui veti del Comune e su quelli del Vaticano e così la sacrestia è diventata una palestra di boxe, perché anche i pugni sono regole che servono ad educare.

Ed è arrivata un’orchestra giovanile, la Sanitansamble, che offre un’occasione per fare il salto di qualità a chi come Tony mai si sarebbe potuto permettere lezioni di violino. «Ho iniziato così e per 8 anni mi hanno insegnato che la musica parla al cuore», spiega. Con l’orchestra ha suonato per papa Francesco in Vaticano e allo spettacolo per Maradona al San Carlo. «Emozioni pazzesche, e devo dire grazie al mio rione. Quando lo racconto tutti mi dicono: “Ue’ per il Papa, ‘o vero?” Ma a Napoli quando dico che ho suonato per Maradona la gente impazzisce».

Due adolescenti tirano calci al pallone proprio davanti al murales che inneggia al Pibe de oro. Vedono Tony e si avvicinano, emozionati. «Guarda chi c’è! Posso fare la foto?». Hanno dieci e dodici anni. «Per strada a fermare Tony per i selfie sono soprattutto giovanissimi, liberi di ascoltare la sua musica senza schemi e imposizioni sull’identità di genere», chiarisce Davide Marotta, il suo manager. Davide ha mollato la scuola a 16 anni seguendo la legge del quartiere: «Finisci per credere che conti solo avere i soldi in tasca ed essere il più duro».

Poi però è riuscito a vedere le cose in modo diverso, si è diplomato ed è tornato nei vicoli come educatore: «La criminalità nasce dalla mancanza di qualcosa. Nessuno si sveglia la mattina e decide di essere un criminale», spiega. E per abbattere il degrado, cosa c’è di più forte della musica? È lui ad accompagnare Tony a incidere il primo singolo. È lui a metterlo in guardia dalla camorra, pronta a impadronirsi di qualsiasi business: «Volevano fargli fare alcuni concerti, hanno parlato di tanti soldi, gli ho spiegato che è meglio andare avanti piano ma con la dignità».

Per Tony «Davide è un porto sicuro». È stato lui a presentargli Massimo Iovine, il bassista della storica band partenopea 99 Posse, e suo fratello Valerio. Hanno deciso di produrre la musica del suo ultimo brano: “Blitz”, ancora inedito. Lo sguardo sul rione, tra lacrime, proiettili vaganti e morti innocenti con le giornate perse a fare i pali sotto i ponti della Sanità, «guaglion’ giran’ ca’ 38 rint’ ‘a mutand’ s’ fann’ o’ gir’ sott’’o pont’ si nun ce stann’ e guard’» (ragazzini che girano con la 38 dentro alle mutande e fanno i giri sotto al ponte se non ci sono le guardie). C’è una frase che Tony canta con più forza: «Mo dicev’ semp’ a nonn’: chill’ nun è buon’» (me lo diceva sempre la nonna: quello non è buono). «Perché una nonna capisce sempre quando un amico è falso o vero, ti aiuta a trovare la strada giusta», spiega.

La musica è urlo, stemperato dai bassi della trap, che grida necessità e sogni. Da Secondigliano arrivano giovanissimi di successo come Nicola Siciliano, Geolier, Vale Lambo e Enzo Dong acronimo di Dove Ognuno Nasce Giudicato. Lui che canta “Secondigliano regna” ha dimostrato «che si può nascere in questi quartieri e non fare lo spacciatore». Una scrittura che mette a nudo, che gioca con il neomelodico, che mantiene l’identità e si apre al mondo. Con i versi che vengono fuori da soli. Tony mentre passeggia li registra sulle note del telefonino.

«Lei, anzi lui, l’ho conosciuto un anno fa. Scriveva poesie dappertutto, anche sui tavolini», ricorda Martina, 16 anni, padre marocchino, mamma napoletana, il rimpianto di non aver imparato l’arabo da piccola e la speranza di «un mondo senza etichette, né di religione né di sesso».

All’imbrunire ai baretti dei Quartieri Spagnoli si beve Spritz a un euro anche se è già scattato il coprifuoco per il Covid-19. Tony è astemio, ma qui incontra i suoi amici. Stasera sfoggia una felpa con un teschio e un giubbotto nuovo, «50 euro tutto, di più non posso spendere», precisa. Una comitiva di ragazzi ai tempi del coronavirus, con la mascherina da calare per farsi vedere da quella/o che non ti fila e le risate con Simona, la sua migliore amica, «la mia confidente, siamo in telepatia», dice Tony.

Simona, con gli occhi chiari incorniciati da un ciuffo di capelli neri, ogni tanto parla di sé al maschile e ogni tanto al femminile. Una generazione libera di vivere e amare. Anche se Tony, proprio come cantava Pino Daniele, «‘s’astipa ‘e sorde pe’ l’operazione, non ha alternativa, la sola azione decisiva»: prima o poi, riuscirà a pagarsi l’intervento ed essere accettato come completamente uomo. «Chillo è ’nu buono guaglione, crede ancora all’amore». Sì, e lo urla a tutti: «So’ stato chiamato diverso, so’ stato forte e ce l’agg’ fat’».

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