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Via Tiburtina, simbolo dei fallimenti della politica

Un luogo di degrado frutto di scelte delle amministrazioni che si sono succedute nella Capitale. Tra abbandono e lavori infiniti

Percorrere il tratto di via Tiburtina che va dall’incrocio con via di Casal de’ Pazzi al Grande Raccordo Anulare è un viaggio istruttivo per riconoscere i fallimenti che stratificandosi uno sull’altro hanno fatto di Roma quella che è oggi: un rebus che tutti sembrano avere paura di tentare di risolvere perché hanno la certezza di perdere. Come in un carotaggio dove le ere geologiche si sovrappongono, qui si leggono i fallimenti della politica e della classe dirigente che ha governato la capitale, tradottasi infine in una guerra senza quartiere agli esclusi della città globale che – oltre il danno la beffa – vengono ora additati come i responsabili del degrado. Gli abitanti delle macerie vengono paradossalmente ritenuti responsabili del paesaggio desolato che altri hanno costruito per loro. Qui, dove il passaggio umano è minimo e attorno alla strada si susseguono parallelepipedi di cemento, metallo e lamiera, il paesaggio urbano se interrogato racconta più di mille voci. Il “degrado” non è frutto di riprovevoli comportamenti individuali di cittadini “zozzoni” o dei nuovi “folk devils” che agitano le pagine delle cronache, gli abitanti delle periferie, ma il risultato delle scelte più o meno grandi delle amministrazioni che si sono succedute.

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I lavori infiniti creano crateri da dove escono enormi tubi di plastica. Squarci nell’asfalto da cui emergono le budella del sottosuolo. Interi settori sono stati sbancati e la terra sotto l’asfalto messa a nudo come uno scalpo. Non c’è apparentemente nessuno che se ne occupa: solo le reti orsogrill recintano i lavori, nessun brulichio operoso tutto intorno. La strada si slarga e si restringe, le corsie vengono separate e unite e poi divise ancora per effetto dei lavori da jersey di cemento armato. L’effetto finale è quello di una strada corridoio verso l’aeroporto di una città in guerra. Da un momento all’altro ci si aspetta di veder comparire blindati carichi di uomini armati e checkpoint che controllano documenti e credenziali, invece se si rimane fermi è solo per il traffico. Nonostante gli annunci i lavori sono fermi e la ragione è di quelle kafkiane: non si sa dove portare i detriti, mentre i lavori andavano avanti a tempo di lumaca la discarica indicata ha chiuso e bisogna individuare un nuovo sito.
Il carcere di Rebibbia incombe. La sua presenza si percepisce ma non si svela del tutto. All’occhio di chi passa si mostra con barriere secondarie e con i campi di calcetto per le attività ricreative dei reclusi. Le vite dei detenuti celate secondo la più banale regola della più barbara e insensata delle istituzioni totali: la separazione con il mondo esterno, l’invisibilità di quello che si trova all’interno.

L’Altra Politica
Roma dimentica le periferie e noi ci autogoverniamo
29/3/2021

Compro oro. I negozi che comprano oro, argento e preziosi con le loro insegne che coprono ogni superficie possibile attorno alla porta d’ingresso sono il punto massimo di colore. Giallo ovviamente, con scritte nere. Sono il segno tangibile che qua non si viene a vivere, piuttosto a sopravvivere.


I casinò di macchinette e gli enormi bar ricoperti di luci al neon sono chiusi ora. Dentro si intravedono gli ingressi e i mobili coperti dalla polvere. Spuntati come funghi pochi anni fa, ora con la pandemia è come se qualcuno avesse staccato d’improvviso la spina a questa Las Vegas dei poveracci: Dubai Palace. Un’enorme operazione di riciclaggio di denaro delle mafie concentrata e operata alla luce del sole senza che nessuno facesse niente. Astronavi a luci intermittenti calate lungo la strada che sono in realtà enormi lavatrici. Un’economia tossica e predatoria. Ora qui non c’è neanche più questa, e forse qualcuno la rimpiange.

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L’ex fabbrica di Penicillina, sgomberata dagli uomini e dalle donne che l’abitavano, ora rimane inerte come una nave fantasma. L’edificio sventrato già non interessa più a nessuno: finché era abitato dalle vite inquiete di senza documenti, randagi e indesiderati c’erano presidi e striscioni, megafoni e urla contrapposte. Qui è venuta la sindaca, l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini in un blitz provocazione. Ora che le vite indesiderate sono state spostate un po’ più in là in altro luogo, disperse, tutto tace, e nessuno più si interessa della carcassa industriale che nelle sue viscere nasconde dolore e sostanze tossiche. Rimangono le tante proposte dei comitati: finora lettera morta.
Ci sono poi gli edifici abbandonati e ora abitati da nuovi abitanti. Un ex palazzo di uffici dove campeggia ancora la scritta del giornale di casa Fiat, La Stampa. Più avanti gli ex uffici di Finmeccanica sono diventati la casa di altre centinaia di persone. Ogni tanto dal muro di finestre di vetri e specchio si apre una feritoia da dove scendono i panni stesi. Le chiamano «occupazioni abitative». Spazi spesso inadeguati dove costruiscono una nuova casa gli sfruttati della città globale. Sono il fallimento delle politiche pubbliche sull’abitare, e la rinuncia della politica a disegnare la città. Tra i pochi segni di vita tangibili sullo stradone deserto di figure umane per centinaia di metri.


L’ex cineteatro dell’istituto Teresa Gerini giace anche questo muto. Il sipario è calato sul palco dopo l’arrivo delle camionette. I cittadini lo avevano occupato per salvarlo ma la proprietà aveva intenzione di valorizzare il terreno circostante, costruendo lo scatolone per un supermercato Lidl e altre insegne. Non è stato abbattuto solo per il vincolo che lo protegge, ma è rimasto un guscio vuoto, mentre su tutto questo lunghissimo asse viario non c’è un solo polo di interesse culturale.


In quello che è stato il principale asse di sviluppo della Roma industriale, a farla da padrone sono rimaste le aziende di Stato, a cominciare da Leonardo e Vitrociset che studiano sistemi di puntamento e vendono sistemi di tracciamento di droni. La Alenia (diventata intanto francese) fabbrica e studia satelliti e capsule per lo spazio, Rheinmetall fa armi come nel settore degli armamenti e dei sistemi missilistici erano attive altre aziende che qui avevano trovato una casa. Anche un’industria che non conosce crisi come quella della guerra qua negli ultimi vent’anni è uscita ridimensionata. È quello che rimane della Tiburtina Valley. Ci sono poi vecchie glorie dell’agroalimentare come lo stabilimento del marchio di sciroppi Pallini (sì quelli delle granite) e dei biscotti Gentilini che con il loro profumo invadono spesso la strada. Il sogno di un polo industriale, nonostante il tentativo di rilancio degli anni 2000 con il TecnoPolo non ha retto la sfida globale: altro che startup, qua rimangono i colossi tenuti in piedi dalle commesse pubbliche tra edifici abbandonati.

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