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Roma dimentica le periferie e noi ci autogoverniamo

Associazioni, comitati, assemblee. Ignorati dai partiti, non rappresentati dai media. Radicali e pragmatici, vogliono contare. Dal Quadraro a San Basilio, da Garbatela al Tufello i volontari attivisti e residenti sono già riconosciuti come classe dirigente (Foto di Francesco Pistilli per L’Espresso)

Una capitale stremata che si prepara alle elezioni ripiegata nell’ombelico dei palazzi, dentro la zona a traffico limitato abitata da pochi e svuotata dai turisti, incapace di guardare a quelle che chiama periferie se non considerandole disagio e degrado, con un misto di indignazione e compassione. E invece quelle borgate si sono già fatte centro, cuore pulsante e motore di iniziative. Giovani, donne, migranti, chi più patisce i costi della mancanza, stanno già portando avanti la rinascita. Api operaie che contaminano di polline fiori sparsi tra il cemento, saperi che cambiano i luoghi in cui vivono. E mentre la politica li ignora, il loro riconoscimento sui territori ne fa già una classe dirigente.

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Centri sociali, associazioni, comitati, assemblee: una vitalità che è l’esito di sforzi collettivi e spontanei, fondata sull’economia della conoscenza. Come i “Piccoli maestri” di Luigi Meneghello sperimentano un apprendistato umano e hanno una lezione da dare che nasce dall’esperienza concreta. Realtà fuori dai presidi della sinistra istituzionale che promuovono istanze di giustizia sociale e uguaglianza perché non sono scomparse con chi non riesce più a rappresentarli. E così in molte borgate i servizi sono pezzi di felicità condivisa, beni comuni gestiti dalla partecipazione delle persone. Esprimono un radicale pragmatismo, quella sfida che finora la sinistra dei partiti non ha voluto affrontare, cercando la politica del compromesso a tutti i costi fino a perdere identità.
«Il problema è che sono viste o come cattive quando bisogna criminalizzarle o come stampelle della politica perché realizzano quello che le istituzioni non fanno. In realtà sono già un sistema di autogoverno dei territori», ragiona Zerocalcare.

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«La radicalità non per forza fa rima con marginalità». Luca Blasi, per tutti Lucone, ne è convinto: il rischio di fare politica a Roma, soprattutto nelle borgate, è quello di rimanere schiacciati, «di costruire oasi in cui rintanarsi coi propri simili, restando puri in un mondo guasto». Quando ha occupato il primo palazzo abbandonato, Lucone era appena uscito dal liceo, oggi è consapevole di come vent’anni di lotta abbiano cambiato il volto del suo Tufello, lì dove De Sica e Zavattini hanno ambientato “Ladri di biciclette”. Ha capito che «o la gente si muove o è spacciata». Il centro sociale Astra ha costruito una rete che lega anziani e studenti, lasciando fuori il rancore. L’estrema destra che soffia sul fuoco delle assenze, aizzando una guerra tra poveri, non ha trovato spazio. I muri dei lotti popolari dove vivono 14mila persone raccontano generazioni e sofferenze condivise. Il Che, le falci e martello sbiadite e il ritratto di Angela Davis perché «non voglio accettare cose che non si possono cambiare, voglio cambiare ciò che non si può accettare». Lucone crede in quelle parole: «Ho vissuto occupando ed è una vita dura, con la paura della polizia, degli sfratti. È un’ingiustizia, ti calpestano la dignità e non vorrei che i miei figli dovessero violare la legge per ottenere un diritto».

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La casa come tema ricorrente, in una metropoli che ha inondato di cemento luoghi alieni. L’estetica del fallimento palazzinaro che ha disegnato un territorio totalmente diverso dalle esigenze di chi lo abita. Nella Capitale ci sono tra i 200 e i 250mila alloggi vuoti e altrettante famiglie che non hanno un tetto. «So’ nato al Tufello, è lì che vivo; … Se vuoi te lo descrivo, per me non è un bel posto; Ma questo è il suo costo e non voglio esserne privo», scandisce il rapper Rancore. Due traverse più in là abita il chitarrista dei Maneskin che hanno vinto Sanremo cantando «posso fare questo salto, e anche se la strada è in salita io mi sto allenando». La volontà di riconquistare gli spazi negati, come Lab! Puzzle. Erano uffici invasi da polvere e rifiuti prima che ne facessero una casa per studenti e poi una scuola popolare e una di fumetto. «E tanto altro, perché è un punto di incontro fra persone diverse ma con gli stessi valori», chiarisce Lucone. «Per ottenere ogni servizio abbiamo dovuto infrangere la legge, è come se la politica risucchiasse in un buco nero le idee e i sogni delle persone. Oggi però in questo municipio ci sono persone coraggiose e diverse che hanno imparato a fare rete insieme intorno a obiettivi concreti, anche dentro le istituzioni locali. Con il presidente Giovanni Caudo e la sua giunta abbiamo un rapporto di dialogo costruttivo». Un agire comune e collettivo. Come quello della palestra popolare intitolata a Valerio Verbano, il militante di sinistra ucciso davanti ai genitori da assassini mai identificati. «Vedi, qui era pieno di siringhe», indica Lucone. «Oggi gli iscritti sono 320». E Valerio per migliaia di ragazzi è memoria viva, come il suo volto ritratto dallo street artist Jorit, la dolcezza di chi ha sempre creduto nella capacità di cambiare le cose.

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«Costruiamo risposte ai bisogni e ai desideri di chi vive qui, in difesa dei diritti negati, dall’emergenza abitativa alla regolarizzazione dei migranti», sottolinea Viola Paolinelli. Aveva due anni quando nasceva il centro sociale Csoa la Strada e oggi che ne ha 28 è la più grande del collettivo. Quell’edificio occupato nel mercato coperto della Garbatella è «un cuore pulsante di chi nel quartiere si dà da fare. È militanza radicale ed è una scuola che permette la conquista di spazi, perché la partecipazione è un elemento dirompente». La Garbatella, nata oltre un secolo fa per ospitare prima gli operai, poi gli sfrattati degli sventramenti fascisti e infine gli sfollati dalle baracche di Tor Marancia, è una periferia storica. «You are now entering free Garbatella», dedicata ai ribelli di oggi e di ieri, hanno scritto all’ingresso. Un racconto corale, perché sono gli abitanti ad averne definito l’identità: una partecipazione dal basso che ha recuperato una biblioteca, creato cineforum, ciclofficine, sportelli di assistenza legale. Sabato mattina i più giovani preparano pacchi alimentari per le famiglie che il virus ha gettato nella disperazione. Nelle aule della scuola popolare, universitari aiutano nei compiti chi rischia di restare indietro: il mutuo soccorso tra generazioni come strumento di crescita. «C’è voglia di fare politica, di prendersi spazi, soprattutto tra i giovani che spesso invece vengono criminalizzati e considerati solo un capro espiatorio», incalza Viola, illustrando un’idea di società che si nutre di cooperazione, non più di competizione.

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«Nessuno si chiede di chi sono figli i giovani che qui sopravvivono tra mille baratri. Sono anche figli nostri e dei nostri errori». Davide Angelilli, per tutti Lillo, San Basilio l’ha scelto. Nell’immaginario dei più questo quadrante, stretto tra il carcere di Rebibbia e il Raccordo Anulare, è solo un immenso supermarket della droga. Ma Sanba per le oltre 20mila persone che ci vivono e per Lillo è altro: «Un’assenza cronica di servizi e spazi culturali, che si somma alla mancanza di lavoro e ad amministrazioni che si fanno vedere solo per reprimere o speculare. Eppure ci vorrebbe davvero poco ad attivare progetti di manutenzione degli immobili e delle aree comuni. Basterebbe affidarli ai residenti: dargli il potere di cambiare e allo stesso tempo costruire responsabilità».

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A San Basilio da sempre hanno dovuto lottare, pure per ottenere l’indispensabile: dall’acqua corrente a quell’autobus che non voleva passare, il «109 per la rivoluzione» cantato da Rino Gaetano. La memoria di Fabrizio Ceruso, il ventenne di Autonomia operaia ammazzato durante le lotte per la casa del 1974, oggi anima il Centro Popolare. «Questa diventa terra di consenso solo durante le campagne elettorali. Il Pd ha persino detto: torniamo nelle periferie. È un linguaggio coloniale: noi dalla periferia non ce ne siamo mai andati, è casa nostra», tuona Lillo. Fabbri, Fabrizio Esposito, un passato burrascoso prima di inventarsi venditore ambulante, è un riferimento della comunità: ha dato una mano per costruire il teatro popolare e ripulire i parchi; ha passato i pennelli a Liqen, l’artista spagnolo che ha ritratto Sanba come un enorme rastrello che estirpa il brutto. Come fa la scuola popolare A testa alta che ha aiutato Emiliano a prendere la terza media. «Bisogna parlare non di povertà, ma di diseguaglianze», spiega Alessia Pontoriero, calabrese arrivata a Roma come tanti per studiare. Dopo il dottorato e il master in Germania entra in un palazzo occupato del Quarticciolo, quadrante est della capitale: «Non potevo permettermi un affitto. Sono venuta qui e ho messo le mie competenze a disposizione per pensare un senso di comunità differente».

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Una targa ricorda che siamo in una «palestra occupata dagli abitanti del quartiere». «L’abbiamo fatto tutti insieme, qui non c’era nulla. Agli adolescenti serviva un’opportunità». L’allenatore Manu, al secolo Emanuele Agati, segue la scuola pugilistica cubana: una boxe non statica e il modello di un Paese dove lo sport è accessibile a tutti. Solo da poco le istituzioni hanno preso atto che si tratta di un progetto virtuoso: «È un primo passo», dice Alessia, «ma a Roma è sempre più complicato portare avanti esperienze sociali legalmente». Luoghi dove ragazzi come Milos, giovane promessa dei guantoni, è diventato il campione di una vittoria collettiva. «È cresciuto con la palestra e noi con lui. La sua famiglia viveva in uno scantinato, ha subìto uno sgombero e da lì abbiamo deciso di costruire un comitato di quartiere». Alle spalle del ring hanno scritto: «Chi ti ha insegnato che nulla può cambiare…voleva solo un altro schiavo». Nelle strade, lapidi commemorano la Resistenza, l’orgoglio della borgata ribelle che cacciò i tedeschi. Sono accanto ai locali sgomberati e sbarrati con il cemento. Come casa di Milos: oggi la sua famiglia vive ammassata in quelle che chiamano «favelas», palazzine occupate con un progetto di ristrutturazione annunciato da decenni e che solo ora pare prossimo al via. «L’obiettivo però è che non sia un’oasi nel deserto. Vogliamo dotare la zona di servizi, qui non ci sono presidi sanitari ad esempio», spiega Alessia. Nelle vie incontri le sedi dei partiti chiuse: nemmeno gli anziani che hanno militato a sinistra credono più in quella politica. «C’è uno scollamento enorme: chi amministra non ha assolutamente idea non solo dei problemi ma anche delle potenzialità», conclude Alessia.
«Il fatto è che si è allargata la distanza con il Comune. Le persone non sanno a chi chiedere aiuto». Simona Ammerata, quarantenne figlia del G8 di Genova, è da sempre attiva nel diritto all’abitare.
Al Quadraro è germogliata l’esperienza di Lucha y Siesta: casa rifugio per donne e minori in difficoltà, centro antiviolenza, spazio transfemminista di relazione, socialità e cultura per far luce nel buio della politica. «Nel 2007 raccoglievamo sempre più storie di violenza e intanto Gianni Alemanno portava avanti una campagna elettorale securitaria dopo la morte di Giovanna Reggiani, abbiamo così deciso di dare una casa alle donne», ricorda Simona. Dopo oltre 13 anni però l’iniziativa resta senza ufficialità: «L’assenza della politica è palese. Davanti alla minaccia di sgombero, l’unica mossa della sindaca Raggi è stata ricollocare altrove le donne presenti nella casa. Come se il giorno dopo non ne sarebbero arrivate altre, come se per intraprendere un percorso di liberazione dalla violenza basti solo avere un tetto». Lucha y Siesta è bene prezioso per la città, a cui ogni giorno le istituzioni si rivolgono per dare risposte a bisogni che altrimenti non saprebbero affrontare: «Questo spazio deve essere radicale perché la battaglia che deve portare avanti è radicale, non può che essere autonomo e slegato da chi intende la violenza come qualcosa che si possa risolvere solo offrendo un servizio che riduca il danno. Devi ragionare con il territorio per modificare la cultura delle persone». Ora la Regione Lazio ha intenzione di riconoscere lo spazio come bene comune. E sotto i disegni delle combattenti messicane, Simona rivendica: «Non abbiamo mai mollato, in questo c’è la perseveranza che ti dà il femminismo. Nei confronti di questo progetto le istituzioni hanno accumulato un debito di cura, non ci viene donato niente ma restituito qualcosa che appartiene già alla comunità. La cura delle relazioni e degli spazi che produce una trasformazione sociale».

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