Nel caos dell’Europeo di calcio più tormentato della storia una cosa è sicura. In termini di tensioni diplomatiche, la partita inaugurale di venerdì 11 giugno fra Italia e Turchia rischia di fare impallidire Usa-Iran del Mondiale 1998. Al calderone già arroventato dal Covid-19, dai dubbi sulla riapertura dell’Olimpico del Cts, emarginato dalla decisione, dal focolaio scoppiato a Coverciano con una trentina di contagiati tra calciatori e staff della nazionale, si aggiungono le difficoltà con Recep Tayyip Erdogan, sultano di Ankara o più in breve “dittatore” (Mario Draghi dixit) partner di affari riottoso e regista per nulla occulto delle vicende libiche ma pur sempre alleato nella Nato.
Entro martedì 20 aprile l’Uefa ratificherà la proposta della Figc, dopo il via libera del governo alla presenza di almeno 16 mila spettatori allo stadio di Roma l’11 giugno con ulteriore scorno di Erdogan che si era detto pronto a ospitare il match a Istanbul nell’impianto intitolato al padre dei turchi Mustafa Kemal.
In Italia la Nazionale di calcio coincide con la patria e ogni compromesso sarà tentato pur di arrivare pronti all’appuntamento, con il solito occhio all’esempio dei tedeschi, ancora fra i titubanti, e agli spagnoli che lavorano per sostituire la sede iniziale Bilbao con uno dei due stadi di Siviglia o con il Wanda Metropolitano di Madrid, visto che il Bernabéu è in ristrutturazione fino al 2022.
Eppure il quadro non è ancora rassicurante. Draghi tiene duro sul criterio della vaccinazione per anagrafe e, a questi ritmi, il calcio di inizio di Italia-Turchia potrebbe avere un pubblico di ultrasessantenni, con benefici per l’ordine pubblico ma scarsa attrattiva per gli sponsor.
La Uefa, guidata dall’avvocato sloveno Aleksander Ceferin, rimane sul chi va là dopo la pessima gestione del cluster virale di Coverciano e aspetta di ricevere la comunicazione ufficiale della Figc per varare il rimborso dei biglietti venduti nel 2019, quando distanziamento e protezione sembravano termini da seduta tattica alla lavagna, Ceferin ha bisogno di almeno il 25 per cento di presenze sulle gradinate in un inedito torneo a dodici sedi. I più svelti ad accontentarlo sono stati i paesi in mano a democratori. Per prima la Russia, che durante la pandemia non ha mai del tutto chiuso gli impianti, compresi i palazzetti indoor del basket. Poi l’Ungheria di Viktor Orbán, che a Budapest punta alla capienza totale. Infine l’Azerbaijan. Il presidente azero Ilham Aliyev, appoggiato da Erdogan sul fronte del Nagorno-Karabakh, offre metà dei settantamila posti di Baku senza che la sua squadra si sia qualificata alla fase finale.
BOLLA SGONFIA A COVERCIANO
Il Covid-19 è stato il colpo finale all’illusione di chi crede che il calcio è solo un gioco. Dopo il rinvio di Euro 2020 dalla scorsa estate, la pandemia ha mostrato che il rischio zero non esiste e che le bolle non sono mai a tenuta stagna. Poi, come sempre, c’è chi ha fatto meglio e chi peggio. Le partite di qualificazione ai mondiali del Qatar 2022, giocate a cavallo tra fine marzo e inizio aprile, hanno creato due soli focolai in Europa. Il cluster polacco è stato nettamente inferiore a quello italiano che ha un conto accertato di 27 infettati più il ricovero allo Spallanzani dell’ex romanista Daniele De Rossi, 37 anni, entrato pochi mesi fa nello staff del commissario tecnico Roberto Mancini dopo l’ultima stagione in campo con il Boca Juniors.
La Figc, che due mesi fa ha rieletto alla presidenza Gabriele Gravina con una maggioranza schiacciante, sa che l’unica strada sarebbe vaccinare tutti, atleti e staff. Ma una richiesta formale si scontrerebbe non solo con le linee fissate dal premier ma anche con una probabile ondata di sdegno per i milionari privilegiati.
La gestione del focolaio di aprile non è piaciuta a Speranza che ha lamentato scarsa informazione da parte della federazione almeno fino al rientro degli azzurri a Fiumicino da Vilnius, nella notte fra il 31 marzo e il primo aprile, quando iniziava a circolare la notizia della positività di Attilio Lombardo e Fausto Salsano, ex compagni di Sampdoria di Mancini membri dello staff del ct. Dopo Lombardo e Salsano sono risultati positivi Gianluca Vialli, che per fortuna si è negativizzato in tempi brevi, e il preparatore dei portieri e figlio d’arte Massimo Battara, che lavora con il ct azzurro da quando Mancini allenava lo Zenit di San Pietroburgo, il club del cuore di Putin controllato dal gigante petrolifero Gazprom.
Il contagio di Coverciano non è semplice da ricostruire. Domenica 21 marzo, dopo un tampone risultato negativo per tutti, addetti stampa, marketing, pubblicità sono entrati in bolla prima dei calciatori, appoggiandosi a un hotel fiorentino nei pressi del centro federale per lasciare le stanze agli atleti. Il ritiro vero e proprio è iniziato martedì 23 con trentotto calciatori convocati, un numero abnorme giustificato dal fatto che le partite da disputare erano tre e non le solite due. Alla fine la carovana della nazionale era composta in totale da una settantina di persone.
Giovedì 25 marzo si è giocata Italia-Irlanda del Nord a Parma, dopo un passaggio dal centro sportivo di Collecchio per l’allenamento di rifinitura. La prima positività è intorno a questa partita, che Leonardo Bonucci ha festeggiato come la centesima della carriera in azzurro prima di risultare positivo insieme al compagno di Juve Federico Bernardeschi (6 aprile), ai due del Psg Marco Verratti (2 aprile) e Alessandro Florenzi (5 aprile), a Vincenzo Grifo del Friburgo (5 aprile) che viaggia con loro al ritorno, ai portieri Salvatore Sirigu (5 aprile) e Alessio Cragno (6 aprile), e all’atalantino Matteo Pessina (7 aprile).
Il segretario Emiliano Cozzi è stato colpito fra i primi tanto che per il match contro la Bulgaria a Sofia (domenica 28 marzo) è stato sostituito in panchina dal segretario organizzativo della Figc Mauro Vladovich. Fra i dirigenti è stato contagiato anche il direttore commerciale Giovanni Valentini, figlio dello storico capufficio stampa degli azzurri Antonello.
Gli spostamenti tra Italia, Bulgaria e Lituania hanno amplificato la diffusione sfuggita ai tamponi iniziali, come può accadere anche in un arco ravvicinato di analisi ogni 48 ore. Fatto sta che alla vigilia dei match premondiali giocati dall’Italia i soli vaccinati erano tre: il ct e i due medici al seguito della squadra.
DOPO IMMUNI, MITIGA
La formula degli Europei in dodici sedi, pensata prima della pandemia, è la meno compatibile con le precauzioni antivirus e con i protocolli che saranno applicati alle Olimpiadi di Tokio, per citare un altro esempio di manifestazione sportiva rinviata dal 2020. Le autorità giapponesi pretendono che tutti gli atleti siano vaccinati e il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha promesso di adeguarsi d’accordo con il sottosegretario allo sport, l’olimpionica di scherma Valentina Vezzali.
Ma i Giochi di Tokio iniziano quaranta giorni dopo gli Europei e buona parte dei partecipanti italiani è già vaccinata perché appartiene ai corpi militari. Nel calcio si dovrebbero sfidare le ire popolari oppure mandare i calciatori convocati in qualche paese del Golfo per una dose vip a pagamento, come ha fatto il commissario tecnico Mancini a Dubai a Capodanno. La soluzione è impraticabile per vari motivi. Il più evidente è la compressione del calendario sportivo da qui all’Europeo. Oltre al campionato di serie A, che si conclude il 23 maggio, il 19 maggio c’è la finale di Coppa Italia, spostata dall’Olimpico al Mapei di Reggio Emilia proprio per sperimentare un accesso in tribuna su dimensioni ridotte (cinquemila presenti circa). Il 26 maggio si conclude l’Europa league, due giorni dopo c’è l’amichevole di Cagliari fra Italia e San Marino e il 29 maggio si gioca la finale di Champions proprio all’Atatürk di Istanbul. L’ultima amichevole della nazionale è il 4 giugno contro i cechi quando è già iniziato il ritiro di Coverciano.
I calciatori quindi rischieranno, ma il pubblico? Nel tentativo di risolvere la questione degli accessi all’Olimpico, la Figc ha evocato l’utilizzo di una app alternativa a quella dell’Uefa che a qualcuno ha ricordato l’avventura non proprio trionfale di Immuni. Si chiama Mitiga come la società costituita a gennaio che l’ha concepita. Il progetto nasce dagli sviluppatori marchigiani Fabio Traini, Alessandro Michetti, Daniele Coccia, e da altri due finanziatori. Uno è il romano Giulio Cesare Tassoni, socio di Malagò al circolo Aniene, industriale della cosmetica e proprietario di farmacie noto alla cronaca rosa per avere sposato la conduttrice tv Eleonora Daniele. L’altro è il costruttore Giampiero Pagliarone (Simcor), che aveva interessi nel Pescara calcio una decina di anni fa insieme al padre Giovanni, vecchia conoscenza dello stesso Gravina, abruzzese di adozione. Il presidente della Figc, di origine pugliese, vive a Sulmona con la compagna Franziska Ibarra, sorella dell’ad di Sky Italia Maximo, e ha creato il suo piccolo impero edile-immobiliare nell’aquilano dove è diventato noto alla platea nazionale per il miracolo del Castel di Sangro calcio a metà degli anni Novanta. Forse non sarà Mitiga a mitigare il calore delle castagne sul fuoco della Figc ma da qui a tre settimane qualcosa bisognerà inventarsi per evitare una Caporetto organizzativa.