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Giornalisti intercettati, migranti ingiustamente in carcere: ecco tutti i flop delle inchieste sulla tratta di esseri umani

Sedici fascicoli aperti sulle organizzazioni umanitarie e nessun processo. Presunti scafisti assolti tra scambi di persona, traduzioni sbagliate e riconoscimenti frettolosi. I nomi di chi ora chiede i risarcimenti allo Stato per ingiusta detenzione

L’obiettivo in Italia è mancato ma gli effetti no. Sedici inchieste, sei già archiviate, una assoluzione, e la netta sensazione che la tesi delle organizzazioni umanitarie complici degli scafisti sia meno di un teorema. Dal Mediterraneo intanto, mentre la Guardia costiera libica si incarica di bloccare alla fonte i viaggi per mare, scompaiono le fonti indipendenti in grado di raccontare cosa accade davvero nella traduzione pratica di quella intesa bilaterale dell’agosto 2017, con la Libia di Serraj al tempo di Gentiloni e Minniti. Molto rumore per nulla, insomma. Nessuna pistola fumante, nessuna prova regina. Con il contorno di servire indirettamente all’intelligence libica un elenco dettagliato delle fonti dei giornalisti, Nancy Porsia, Francesca Mannocchi, Nello Scavo, Claudia Di Pasquale e Sergio Scadura, che si sono occupati dei centri di detenzione per migranti e delle complicità della marina nordafricana, mentre l’Italia della diplomazia volge l’occhio alla sicurezza di impianti e cantieri. Una lista sotto forma di brogliacci di intercettazioni, inessenziali per l’inchiesta, l’ennesima, della procura di Trapani sulle presunte malefatte delle Ong, utilissima però a capire come si muovono sull’infido terreno libico i cronisti più esposti, alle prese con i racconti di torture, stupri, sparizioni e fosse comuni.

 

Un'immagine postata sul profilo twitter della Sea Watch, 27 giugno 2019


Un pasticcio che si aggiunge all’elenco di indagini finite con un buco nell’acqua nel tentativo di dare la caccia ai veri registi della tratta. False piste, scambi di persona, traduzioni eccentriche, bizzarre, monche, identificazioni sommarie hanno aperto in questi ultimi sei anni le porte del carcere a innocenti scambiati per scafisti, a disperati dati per contrabbandieri di carne umana.


Viaggia sulla china di questo paradosso tutto italiano la nostra politica di contrasto all’immigrazione irregolare. Ha radici politiche profonde, nella distorsione di una visione che fa coincidere la sicurezza con la necessità dei muri. In perfetta linea di continuità da Alfano a Lamorgese, passando per Minniti e Salvini.

 

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Sul campo delle indagini, produce l’effetto di concentrare le energie investigative sugli arrivi e non sulle partenze. I migranti diventano i testimoni che devono indicare i timonieri dei barconi. E a bordo delle navi delle Ong si tenta di rintracciare a valle l’esistenza di accordi sottobanco che trasformano i natanti di Save the Children, Medici senza frontiere, Mediterranea in taxi dei migranti. Partendo dall’assunto che dove ci sono loro i clandestini arrivano a colpo sicuro. Dimenticando però che dopo la fine di Mare Nostrum o c’erano loro o nessuno e il Mediterraneo ha continuato a divorare migliaia di persone.


Così, mentre le Ong cuociono al fuoco lento del sospetto che delegittima, c’è chi si è fatto fino a due anni di prigione per una scheda telefonica che non ha mai posseduto, e chi, venduto ai media come il re del mercimonio di viventi sulla rotta sahariana, risulta invece clamorosamente vittima di un gigantesco abbaglio che ha regalato l’impunità al vero negriero e a lui mesi e mesi di inferno.


Bisogna tornare indietro di qualche anno per capire i frutti avvelenati di oggi. Tra il 2015 e il 2018, con in mezzo il picco di sbarchi del 2017, la pressione della politica è fortissima. L’allarme alto e gli arrivi continui. Le procure del Sud aprono a raffica decine di inchieste sugli scafisti puntando ai pesci grossi. Grande clamore, ordinanze di cattura internazionali, aerei in Germania a prelevare presunti negrieri. A distanza di tempo i giudici hanno smontato le accuse provocando una sfilza di richieste di risarcimenti per ingiusta detenzione.


Uno dei casi più clamorosi è quello che riguarda Medhany Tesfamariam Berhe, arrestato in Sudan ed estradato, accusato dalla procura di Palermo di essere Mered, forse uno dei più grandi trafficanti di uomini. Per provarlo, la procura intercetta anche in quel caso un giornalista, Lorenzo Tondo, corrispondente del Guardian. La vicenda riempie le cronache di mezzo mondo. Medhanie, come sostenuto dall’avvocato Michele Calantropo, anche lui tra gli intercettati della procura di Trapani, era solo vittima di uno scambio di persona. Assolto dall’accusa più grave, il traffico di esseri umani, dopo 3 anni di carcere, aspetta l’appello e gli resta la condanna di aver fatto migrare due cugini.

 

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Da manuale la storia di Gurum Mulubrahan, 40 anni, arrivato in gommone a Lampedusa e passato per il Cara di Mineo. Per i magistrati dell’accusa, il regista di una gang tra le due sponde del Mediterraneo collegate da una sim telefonica. Allo sbarco, i poliziotti, in possesso di quel numero, avevano fermato Gurum e fatto squillare il telefono che però era rimasto muto. Non è bastato a evitargli 490 giorni di carcere che ora l’avvocata Isotta Maio prova a trasformare in un risarcimento dopo l’assoluzione definitiva. Strumenti come le intercettazioni diventano armi micidiali se in mezzo ci sono traduzioni traballanti. Con il tigrino capita di frequente. Gurum, per esempio, era chiamato “wedi”, non un nome proprio come si riteneva, ma l’equivalente di amico in italiano.


Duecentomila euro, attraverso l’avvocato Calantropo li chiede Negash Fitiwi, che in carcere è rimasto 239 giorni per essere assolto definitivamente già in primo grado. Eritreo, ma residente a Catania, viene accusato di «far parte di un gruppo criminale transnazionale che ha basi operative ed affiliati in vari paesi africani ed europei (Svezia, Germania, Norvegia, Olanda, Francia e Austria)». Il suo torto è di conoscere e aver parlato al telefono in Germania con Ghermay Asghedom e Gebititoys Yonas, due pezzi da Novanta della tratta con il Nord Europa con i quali però non ha mai fatto affari.


L’accusa di alcuni migranti, poi irrintracciabili, è costata un processo e da tre mesi a un anno di carcere a Crotone, a 4 presunti scafisti del barcone con 850 persone a bordo recuperate, il 16 luglio 2015, dalla nave Dattilo della Guardia costiera di Messina, attraccata a Vibo Valentia. Il tunisino Hmbila Marwan, i due gambiani Fatty Lamin e Lamara Lamine e il senegalese Gay Omar sono stati assolti senza nemmeno l’appello della procura.


Faal Gibril, gambiano, Conteh Osman della Sierra Leone e Adonase Weworah del Ghana hanno scambiato qualche parola con il senegalese Ndour Yakhya sul barcone con 107 persone a bordo che, nella primavera del 2015, li portava dalla Libia in Italia. Abbastanza per finire accusati di aver gestito il viaggio.


L’assioma timoniere uguale scafista non è sempre una verità assoluta. Lo sanno bene Mokhattar Ahmad, Abdul Aziz Mustapha, Hassanin Ahmad, Shahban Ahmad, rimasti in cella sei mesi dopo un soccorso in mare ad opera di una nave belga che aveva salvato loro e altri 196 migranti, trenta dei quali bambini, dal naufragio di un peschereccio. Li avevano visti armeggiare al motore nel tentativo di riavviarlo. L’avvocato Antonio Anania è riuscito a dimostrare che, abbandonati dagli scafisti libici, provavano davvero a salvare i compagni.


Può anche accadere che i soccorritori norvegesi consegnino le foto degli scafisti e nella fretta si convochino i sospetti come testimoni e si dia per buona la loro versione. Con il risultato di avere altri accusati da mandare a giudizio. È successo agli egiziani Hassan Aberhman, Joumaa Mhammas, Mhammad Ahmad e Sabri Karim, finiti davanti ai giudici di Crotone che li hanno assolti prendendosela con la superficialità dei metodi di indagine. Scrivono i giudici: «Auspichiamo un aggiornamento dei protocolli investigativi sin qui eseguiti, un aggiornamento che preveda l’annotazione puntuale e rigorosa delle operazioni che culminano nella identificazione dei collaboranti».


Un auspicio rimasto lettera morta. Come testimoniano AlarmPhone e la onlus Borderline Sicilia che hanno iniziato una ricerca sulle vicende dei finti scafisti. «Il nostro interesse ricade non solo sull’iter processuale delle persone accusate, ma anche sul modo in cui vivono la detenzione nelle carceri italiane e l’impatto che queste accuse hanno sulla loro vita», spiega Richard Braude del circolo Arci Porco Rosso di Palermo.
Così come per le inchieste sugli scafisti anche per le Ong va riavvolto indietro il nastro per rintracciare le origini di una offensiva politico-giudiziaria che dispiega ancora oggi gli effetti. Con il risultato di aver lasciato pressoché intatti gli interessi autentici dei registi libici della tratta.


Dicembre 2016. La prima impostura è la lettura interessata di un rapporto di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera. Adombra il sospetto che la presenza in mare delle navi delle organizzazioni umanitarie costituisca un possibile incentivo ai viaggi (un cosiddetto “pull factor”). Mai Frontex solleva il dubbio che ci siano accordi sottobanco. Quello è un sospetto insinuato dal servizio centrale della polizia. Angelino Alfano, ministro del governo Renzi, lascia la poltrona a Marco Minniti. Ed è appena dopo il cambio della guardia che la campagna sulle Ong comincia a montare. Lega e Fratelli d’Italia incalzano il governo. Ma per attivismo si segnalano anche Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro apre la prima inchiesta sulle Ong. Sarà costretto a chiuderla due anni dopo, ammettendo di non essere andato oltre la suggestione del sospetto che l’aveva animata. A giugno 2017 la situazione degli sbarchi è fuori controllo, in 4 giorni si segnalano 10 mila arrivi e Minniti torna indietro dal volo per Washington e si precipita in Italia.

 

A Trapani parte l’inchiesta che porterà alle intercettazioni dei giornalisti e la polizia infiltra un agente a bordo delle navi umanitarie. Nancy Porsia viene ascoltata per ore riempiendo i brogliacci di ogni genere di dettaglio inutile, perfino dialoghi con l’avvocato. Perché quello che ha da dire veramente lo scrive. E lo racconta anche quando le fanno la cortesia di sentirla. Dà nomi e cognomi di trafficanti, parla di Bija, della Guardia costiera libica e della potente famiglia Dabbashi. Sulle Ong non ha molto da dire e il resto evidentemente non interessa. Chiusa la testimonianza, riparte l’ascolto. Su come tutto sia finito nel fascicolo divenuto pubblico la ministra Lamorgese ha chiesto una relazione allo Sco della polizia a cui non spettava scegliere cosa depositare e cosa no. Le inchieste si moltiplicano, mutuano il nome da quelle delle navi: Open Arms, Iuventa, Vos Hestia, Sea Watch, Mare Ionio e così via. A febbraio 2017 Minniti chiude il memorandum libico, comincia a osservare la china calante degli sbarchi, come era già accaduto nel 2008 e si lascia alle spalle il picco raggiunto l’anno prima con 200 mila arrivi. Prova a mettere in riga le Ong con la proposta di un patto di ingaggio che li obblighi alla collaborazione con le autorità di polizia fino alla pretesa di imbarco di forze dell’ordine.


Intanto, con i natanti bloccati e sotto sequestro, con dirigenti e capitani sotto inchiesta, le Ong hanno da fronteggiare l’emergenza giudiziaria. A giugno 2018 è Salvini a rilevare Minniti. Parte la fase due. Chiudere i porti ora è il mantra ripetuto che gli costa anche una imputazione per il caso Diciotti e ad agosto dell’anno successivo nel decreto sicurezza bis riesce a far mettere le sanzioni alle Ong. Una manovra a tenaglia.
Matteo Villa dell’Ispi, l’istituto di studi di politica internazionale, ha pubblicato un rapporto sulle migrazioni stabilendo che con o senza le Ong al largo tra il primo gennaio 2019 e il 20 gennaio 2020 la situazione non cambia. Dati alla mano, anche l’alibi del fattore di attrazione cade. Ma nel Mediterraneo che divora ancora naufraghi, i testimoni sono spariti.

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