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Attualità
maggio, 2021

Didier Fassin: «Salvare vite non basta»

Le politiche dell’emergenza nascondono le disuguaglianze. E l’azione umanitaria non può sostituire la lotta contro l’ingiustizia sociale. «La pandemia ha fatto emergere una visione nazionalista del valore della vita»

Didier Fassin è una personalità eclettica nel panorama intellettuale francese, medico, sociologo, antropologo, insegna all’Institute for Advanced Studies di Princeton, è titolare della cattedra annuale di Sanità pubblica al Collège de France. Ha scritto numerosi libri e il suo settore di ricerca si concentra sulla dimensione politica e morale dei mondi contemporanei. Il suo ultimo lavoro “Le vite ineguali” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2019. L’Espresso lo ha incontrato a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma.


Nei suoi testi “Ragione umanitaria” e “Le vite ineguali” lei sostiene che talvolta la condotta umanitaria possa trasformarsi in una forma di autocompiacimento che ha contribuito a modificare il modo in cui sono stati gestiti fenomeni complessi come quello migratorio. Sostiene che la compassione sia diventata una forza politica, che l’umanitarismo abbia in qualche modo sostituito la politica. Con quali effetti?
«Credo che in tempi recenti ci siano stati due principi, quello della compassione e quello della repressione. Quando ho cominciato a lavorare su questi temi, negli anni Novanta, mi ha colpito che i politici usassero un lessico centrato sulla compassione, diventato un linguaggio consensuale. Pensiamo a George W. Bush, un presidente che ha iniziato due guerre ingiuste e autorizzato la tortura: nella campagna elettorale per il suo secondo mandato proclamò il suo “conservatorismo compassionevole”. Ma dall’inizio degli anni 2000, la repressione ha preso il sopravvento sulla compassione. Pensiamo al modo in cui migranti e rifugiati non suscitano emozioni positive in Europa, se non in rari e brevi momenti, ma generano invece sospetti. Oggi le azioni umanitarie nel Mediterraneo o nelle Alpi, dove svolgo ricerche, sono addirittura perseguite legalmente. La solidarietà viene criminalizzata».


Salvare una vita è importante, ma salvare una vita non è sufficiente, questo è il messaggio che evocano i suoi testi. Sembra che salvare una vita umana sia l’ultimo gesto umanitario, e contemporaneamente un’illusione, perché?
«Non è un’illusione, salvare vite in pericolo è certamente un gesto lodevole, soprattutto in un momento in cui i governi le minacciano con le loro azioni. Ma nell’opinione pubblica spesso nasconde la necessaria messa in discussione delle disuguaglianze strutturali. In alcuni casi che ho studiato in Francia e Sudafrica si era instaurata una sorta di competizione tra il sentimento della compassione e l’argomento della giustizia sociale. È più facile essere d’accordo sul salvataggio dei bambini sfortunati e anche dei migranti in difficoltà piuttosto che dare vita a una riflessione collettiva sulle ragioni profonde che hanno determinato le disparità sociali che producono fenomeni complessi come la malattia o le migrazioni».


È come se l’azione umanitaria avesse preso il posto della politica, ma lei sostiene che l’umanitarismo non possa sostituire le lotte politiche contro l’oppressione sistemica. Assistiamo a anni in cui le domande, le questioni a lungo termine sul cambiamento sociale si sono fortemente indebolite.
«Oggi l’idea del lungo periodo è scomparsa con l’emergere del lessico della crisi. Sono a capo di un gruppo di lavoro internazionale sulle crisi che studia gli effetti del linguaggio emergenziale e la disconnessione possibile tra una situazione critica e il linguaggio usato per descriverla. L’Italia è paradigmatica in questo. Prendiamo il 2018, l’Aquarius che non poteva sbarcare con i migranti a bordo e parte della politica, Salvini in testa, che sosteneva che l’Italia non fosse il campo profughi d’Europa. E lo sosteneva anche se le statistiche mostravano che il livello di immigrazione fosse più basso degli ultimi anni in Italia. Una discrepanza tra un’emergenza che non esiste e il lessico che lo presenta come una crisi. Si può presentare il caso opposto. Una situazione di estrema gravità che non è descritta come tale, penso agli hotspot in Grecia, o ai centri di detenzione libici».


Quali pensa siano gli effetti di questo linguaggio della crisi?
«Il linguaggio della crisi produce una temporalità dell’emergenza. Ogni cosa avviene in uno stato di urgenza, generando una impossibilità di proiettare i problemi nel tempo. Si vive in un costante presente. Perciò per i governi, che strumentalizzano questo linguaggio, il mandato sembra sempre essere quello di risolvere le situazioni “immediatamente”. La conseguenza è che le strutture di disuguaglianza che producono i problemi non vengono affrontate, e che scompare una vera visione del futuro».


Dai primi anni Duemila assistiamo alla crescita, all’egemonia del linguaggio securitario, repressivo, punitivo. L’abbiamo visto in Italia, l’avete visto in Francia.
«Il momento punitivo che la maggior parte dei Paesi ha attraversato negli ultimi tre o quattro decenni è caratterizzato da una discrepanza tra aumento delle pene e diminuzione della criminalità. Più persone vengono incarcerate non perché più persone violino la legge, ma perché le leggi e la loro applicazione sono più severe. Questo è il risultato combinato delle nostre società che diventano sempre meno tolleranti nei confronti degli altri, specialmente nei confronti dei poveri, delle minoranze e dei migranti, e dei nostri politici che ne approfittano utilizzando discorsi e politiche populiste. Questo momento punitivo è particolarmente visibile nella repressione di migranti e rifugiati, come ho osservato nel mio lavoro in Sud Africa e Francia».


Dopo più di un anno dall’inizio della pandemia, e a partire dalle sue tesi sul valore della vita e le vite ineguali, pensa che la disuguaglianza tra gli esseri umani sia più marcata oggi? Quanto vale una vita in epoca di epidemia globale, e cosa ne determina il valore?
«Le disuguaglianze nella vita e nella morte delle persone sono sostanzialmente negate dalle nostre società. In Francia abbiamo 13 anni di differenza nell’aspettativa di vita tra il 5 per cento più abbiente e il 5 per cento più povero. Significa che è il tenore di vita a determinarne la durata. Nessuno ne parla. La pandemia ha portato alla luce l’esistenza di differenze che non sono solo legate ai salari, alla condizione abitativa, e all’accesso all’istruzione, ma anche differenze di fronte alla malattia. Quanti siamo in casa? Cinque in 30 metri quadri. Sarà certo più probabile contagiarsi e morire. Sono uno scaricatore, una commessa del supermarket, o una pendolare. Un lavoro considerato essenziale ma non protetto. Sarò dunque un soggetto più esposto al contagio e alla morte. In Francia i tassi di mortalità per Covid-19 sono il doppio fra le persone migranti rispetto ai nativi. Ecco, dunque, che la pandemia ha spalancato non solo le differenze sociali nella vita delle persone ma anche quelle della loro morte».


Lei ha affrontato il tema del valore delle vite perse sulla base dei calcoli del Fondo di compensazione per le vittime dell’11 settembre. Ha scritto che i pagamenti del fondo alle famiglie dipendevano dalle stime di ciò che i loro cari avrebbero guadagnato in futuro, tra gli altri fattori, in modo che le famiglie più pove re avrebbero ricevuto molto meno denaro di quelle ricche. E le famiglie delle donne uccise nell’attacco sono state risarcite, in media, il 63 per cento di quanto ricevuto dalle famiglie degli uomini. Ne ha parlato anche rispetto alla guerra in Iraq, la famiglia di un iracheno ucciso intenzionalmente o per errore dalle forze americane riceveva in media 4 mila dollari, le famiglie delle truppe statunitensi potevano ricevere anche 800 mila dollari. Penso alle immagini dall’India di queste settimane. C’è un parallelismo ?
«A livello internazionale sì, c’è un parallelismo. C’è una distanza marcata tra il nord e il sud del mondo, molti Paesi africani non hanno ancora ricevuto le dosi di vaccini previste per loro dai programmi internazionali. La pandemia ha fatto emergere una visione nazionalista del valore della vita. Se pensa ai primi mesi dello scorso anno, mesi in cui i Paesi tenevano stretti respiratori, mascherine. Oggi assistiamo allo stesso scenario sui vaccini».


Pensa che la pandemia possa rafforzare i regimi autoritari?
«La crisi ha giustificato ovunque lo stato di emergenza. Ovviamente in Paesi come Ungheria, Brasile, Turchia, Egitto, l’epidemia è stata strumentalizzata per aumentare il livello di controllo e repressione dei diritti civili. Ma sarebbe troppo semplicistico limitare la nostra analisi ai regimi autocratici, perché è ormai chiaro che anche nelle cosiddette nazioni democratiche si è spinti verso un sistema di gestione della crisi orientato su misure restrittive, sistemi di sorveglianza, più potere all’esecutivo a scapito del legislativo e più prerogative alla polizia a scapito dei magistrati. In Francia questa situazione è in corso da ben prima dello scorso anno, la pandemia ha però contribuito ad accelerare dei processi sotto la dichiarazione di stato di emergenza».


Questa forma di controllo sulla vita dei cittadini sembra destinata a durare, per di più all’interno di una crisi economica destinata ad aggravarsi. Quale sarà l’effetto di questa combinazione di eventi?
«Difficile prevederlo, ma credo che alcune misure resteranno in vigore. È dura imporre alle persone di vivere in una situazione di eccezione senza dare loro traccia di come si vede il mondo nel futuro, le persone hanno ormai interiorizzato che la crisi sia diventata la norma. Ed è paradossale, la crisi è tipicamente una rottura nello stato normale delle cose, dovrebbe dunque esserci un prima e un dopo. In Francia c’era uno stato di emergenza per la crisi economica, poi per la minaccia terroristica, ora per l’epidemia. Non è più crisi, è una nuova normalità. E invece di generare una nuova prospettiva per il futuro, riproduce il passato».


La pandemia è stata letta principalmente da un punto di vista biometrico. Rimanere vivi è stato un obiettivo più importante di come rimaniamo vivi. Dove andrà a finire il valore sociale e politico della vita dopo la pandemia?
«Con l’epidemia si è rafforzata l’idea che andasse protetta la vita fisica, biologica. Quello che non è stato preso in considerazione a sufficienza è l’altro aspetto: la dignità della vita come persona. Pertanto, è importante proteggere la vita dei detenuti ma è altrettanto importante rispettare la dignità della loro vita in carcere. Come ho notato negli anni che ho passato a studiare in un istituto di correzione in Francia, le società sono più brave nel primo compito rispetto al secondo. La pandemia non ha svelato la separazione tra restare vivi e vivere da esseri umani, da esseri sociali, ne ha però rivelato le profondità. E per tornare all’inizio della nostra conversazione, questo ci riporta ai limiti del linguaggio compassionevole e a un necessario ritorno alla dimensione sociale, alle disuguaglianze che determinano i problemi e le crisi del nostro tempo».

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