La testimonianza

«Dentro i Cpr non ci sono diritti. Stiamo adottando il modello libico in Italia»

di Susanna Rugghia   3 ottobre 2023

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Morti sospette, detenuti che spariscono, impossibilità di parlare con un avvocato, abuso di psicofarmaci. Il racconto di quello che succede nei centri di permanenza per il rimpatrio fatto da chi ci ha lavorato e ha provato a ripristinare la legalità e l'umanità

«Questo Cpr è una bomba pronta a scoppiare». L'ultimo allarme sulla situazione ormai ingestibile del Centro per i rimpatri di Gradisca d'Isonzo, in provincia di Gorizia, è arrivato nelle ultime ore dalla sindaca Linda Tomasinsig. Ma la storia di questa struttura arriva da lontano, ed Eva Vigato la conosce bene. «Ormai si vuole sostituire il sistema di accoglienza con la detenzione amministrativa dei Cpr. Che il governo dichiari apertamente che intende portare il modello libico in Italia». 

 

Eva Vigato è un’avvocata che si occupa di diritto penale e dell’immigrazione da tempo. Vive in Veneto, a Este, in provincia di Padova. Da dicembre 2019 a novembre 2020, ha lavorato per il Cpr di Gradisca d’Isonzo, all’epoca appena aperto. «Mi dicono che vogliono fare un grande progetto, avere una certificazione di qualità e che hanno pensato a me». Vigato accetta e coinvolge altre due colleghe per creare uno sportello legale.  «È chiaro che per noi i Cpr debbano essere chiusi, ma nel frattempo volevamo instaurare delle prassi virtuose per agevolare la tutela dei diritti dei detenuti». L’avvocata si è occupata del servizio di informazione normativa all’interno del Cpr, come dipendente dell’ente Edeco-Ekene. «Decidiamo di prendere parte al progetto con le migliori intenzioni. Volevamo fare dei protocolli virtuosi, trattandosi di un nuovo Cpr. Pensavamo di avere l'occasione di partire da zero e fare un buon lavoro. Sempre ad una condizione: se fosse stata violata la Convenzione di Ginevra, ce ne saremmo andate e avremmo denunciato». 

 

Per arrivare all’apertura del Cpr di Gradisca d'Isonzo, bisogna, però, fare un passo indietro: la storia della cooperativa Ekene comincia nel 2017, è figlia di Ecofficina e Edeco, che hanno dominato il mercato dell’accoglienza in Veneto guadagnandosi l’appellativo di “coop pigliatutto”. L’amministratore di fatto è Simone Borile, imprenditore padovano del business dei rifiuti. Nel 2016, Ecofficina-Edeco si aggiudica due centri di accoglienza a Cona e Bagnoli. A seguito della gestione di questi, ci sono stati due processi a Padova a cui è seguita la liquidazione di Edeco e la nascita di Ekene, che si aggiudica poi l’appalto del Cpr di Gradisca d’Isonzo in Friuli Venezia Giulia e di Macomer in Sardegna.

 

«Inizialmente, ci danno carta bianca. Qualità e rispetto dei diritti, ci dicono. Anzi, se volete, portate libri e riviste. Addirittura a un certo punto volevamo portare dentro attrezzature per permettere ai ragazzi di allenarsi. Poi hanno cominciato a dire “non permettetevi  più di portare i vestiti”. Noi li portavamo perché ci eravamo accorte che le magliette che distribuivano erano fatte di materiali scadenti che provocavano irritazione. Cominciamo a sospettare che giocassero a ribasso per lucrare sull'appalto. A quel punto, richiediamo un protocollo. Vogliamo soprattutto che il Cpr appena aperto rispetti l’uso degli spazi: che le stanze restino stanze, che la la mensa resti mensa, che ci sia un'area riservata ai detenuti perché possano magari leggere il libro o un giornale», spiega Vigato.

 

Dalla sua riapertura nel gennaio del 2019, nel Cpr friulano sono morte quattro persone. Borile è indagato per omicidio colposo per il decesso del detenuto Vakhtang Enukidze, lasciato secondo l’accusa per nove ore senza soccorsi. «Quando è arrivato il Covid sono iniziati i veri problemi perché noi non potevamo più controllare. Finché arriva il morto a gennaio. Loro ci convocano un sabato dal nulla a Monselice, e ci dicono che dobbiamo andare a bere qualcosa insieme. Ci dicono che un detenuto del centro sta poco bene. Il pomeriggio ci arriva un messaggio che ci informa del decesso. Da subito veniamo tenute alla larga. Non volevano che ci mettessimo in mezzo in alcun modo».

 

A quel punto le avvocate incaricano i mediatori del centro di informare le persone detenute della possibilità di chiedere protezione internazionale e di metterlo per iscritto. Da quel momento la cooperativa ha iniziato a diminuire le ore dell’ufficio legale e a far saltare gli appuntamenti e i colloqui con le persone detenute. È in quel momento che scatta la denuncia delle violazioni alla Prefettura e al Garante nazionale. Eva Vigato ha inviato all’Espresso la documentazione che attesta come nel novembre 2020 abbia redatto una segnalazione alla Prefettura, allegando le molteplici violazioni che aveva riscontrato: i detenuti non avevano accesso ai propri fascicoli, non era permesso loro di contattare senza ostacoli i propri legali o familiari, vi era un abuso nella somministrazione degli psicofarmaci: «Diversi operatori mi avevano riferito che non c’era alcun controllo sugli psicofarmaci».

 

Infine, i cittadini tunisini erano oggetto di veri e propri “rimpatri collettivi”, senza possibilità di richiedere asilo. «Ci siamo accorte che c'era un transito anomalo di detenuti tunisini, che entravano, stavano lì tre giorni e poi sparivano. Ho pensato subito alla rotta balcanica e alla tratta». Segnalazioni però che non hanno avuto alcun seguito, «il prefetto in persona affermò che non c’era nulla di irregolare ravvisabile nell’operato. Mi domando come abbia fatto, in così pochi giorni e senza un serio controllo, ad affermare una cosa del genere». La sera stessa i vertici della cooperativa rimuovono Vigato e le sue colleghe dall’incarico. «Da lì ho interrotto i contatti, poi mi sono costituita a parte civile nel processo di Cona. Nei Cpr non esistono uffici legali anche laddove l’appalto lo prevede. Siamo stati un’eccezione interrotta» conclude l’avvocata.