Diritti negati

Quando la precarietà fa male, la classe operaia va dallo psicologo. A pagamento

di Giuliana Sias   14 novembre 2023

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Operai della Fiat di Mirafiori, nel 1980

Discriminazioni, crisi aziendali infinite, paura di perdere il posto. I lavoratori vivono spesso situazioni che ne minano la salute mentale. Ma ancora prima che aiuti economici per sostenere cure che finiscono a carico loro, chiedono tutele

«Ma lei sta male sempre d’inverno?». È uno psicologo del Servizio pubblico a porre la domanda a Francesco: «Mi ha fatto riflettere, ho iniziato a capire come fosse tutto collegato, perché il mio bisogno di supporto coincide sempre con i periodi in cui lavoro». Francesco ha 37 anni, ha acquistato un piccolo appartamento da ristrutturare, ma per riuscire a pagare il mutuo continua a vivere a casa dei genitori. Viene assunto in un ufficio di Poste Italiane della provincia di Napoli nel 2010, come portalettere. Firma per un part-time verticale, ma la prospettiva è che entro un paio d’anni passerà al tempo pieno. Invece, dopo 13, lavora ancora sei mesi l’anno, da ottobre a marzo.

 

Nei restanti sei non lavora, ma risulta assunto e non può accedere a sussidi: terminano le ore, non il contratto. La sua situazione si complica quando viene operato per un tumore maligno e poi a una gamba per un brutto incidente. Le condizioni di salute, con un’invalidità permanente certificata del 50%, non gli permettono più di prestare servizio a bordo di un motorino; così viene depennato dalle graduatorie e scavalcato da persone con minore anzianità. Quando si lamenta con alcuni superiori, quelli gli rispondono che non essendo più, di fatto, inquadrato non si può fare niente: «Sto seduto in ufficio per sette ore, tutti i giorni, senza che nessuno si prenda la responsabilità di affidarmi un incarico».

 

A un certo punto, esce un bando rivolto alle categorie protette per addetti allo sportello. Francesco partecipa, ma la sua candidatura non viene considerata perché risulta già assunto. Come portalettere, funzione che non può più svolgere. «Sono bloccato in un limbo. Mi sento escluso, discriminato. Tutto questo mi fa chiudere in me stesso, sono sempre stanco, ho sbalzi d’umore, mi manca una prospettiva futura. Alcuni mi dicono “tu però cammini”, quindi devo strisciare per essere stabilizzato? Questa vicenda mi sta ammazzando. Gli amici e la famiglia mi stanno vicini, ma non possono fare niente per risolvere il problema sul lavoro».

 

Chi non può più contare sul conforto di una rete familiare, invece, è Tony, 45 anni, operaio in una fabbrica di ceramica: «Gli ammortizzatori sociali stanno scadendo, da dicembre rischiamo di rimanere senza soldi oltre che senza lavoro. Da quasi sei anni viviamo con l’ansia di perdere tutto, dentro una crisi aziendale infinita. Mi sono separato da mia moglie per questo motivo, perciò sto facendo causa alla proprietà per danni morali». Un collega saldatore, Antonio, racconta della depressione: «A 60 anni mi sono trovato a non riuscire più ad alzarmi dal divano, avevo paura di uscire. Non capivo cosa accadesse, è stato mio figlio a portarmi da uno psicologo a pagamento. Ma con la cassa integrazione ho dato fondo ai risparmi di una vita e la mente torna sempre lì: davanti a una spesa imprevista, come faccio?».

 

Il tema della salute mentale è al centro del dibattito pubblico, ma occorre ampliarlo rispetto alla questione del bonus psicologo e riportarlo sul piano della vita reale rispetto all’esperienza di personaggi famosi. La classe operaia va già dallo psicologo e, più che aiuto economico per le cure, chiede tutele sul lavoro: è questa mancanza strutturale di diritti a generare stati di fragilità, molto più diffusi di quanto la tv o i social lascino immaginare.