Dal cibo (quella più diffusa), dai social, dai videogiochi. La prima indagine condotta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Istituto Superiore di Sanità fotografa la difficile situazione della salute mentale dei più giovani

La tendenza a mangiare in maniera incontrollata cibi ricchi di zuccheri o grassi coinvolge più di un milione e 150 mila studenti tra gli 11 e i 17 anni. Sono per la maggior parte ragazze: 750 mila. Secondo l’indagine condotta per la prima volta dal Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità sarebbero 271.773 gli studenti delle scuole medie e 485.413 delle superiori a rischio dipendenza da cibo. Quelli che manifestano un rischio grave (il 9,3 percento del totale), e che hanno un’età compresa tra gli 11 e i 13 anni, hanno più alte probabilità di soffrire di depressione o ansia.

 

Ma non c’è solo il rapporto malsano con il cibo. I giovani della Generazione Z sarebbero anche a rischio dipendenza da videogiochi e da social media. L’internet gaming disorder, cioè la partecipazione a videogiochi online spesso con altri giocatori in maniera compulsiva, coinvolge circa il 12 percento degli studenti, 480 mila, soprattutto maschi e durante le scuole medie. Chi è dipendente da videogiochi rischia anche di soffrire con più probabilità di depressione e di ansia sociale.

 

Gli adolescenti che passano troppo tempo sui social media, in maniera incontrollata tanto da compromettere altri ambiti di vita quotidiana, sono quasi 100 mila. Il 2,5 percento del totale. Percentuale che sale al 3,1 percento nelle studentesse che hanno tra 11 e 13 anni. E al 5,1 percento nelle studentesse tra i 14 e i 17 anni.

 

Dallo studio “Dipendenze comportamentali nella Generazione Z” emerge anche che sono proprio gli adolescenti con il più alto rischio di dipendenza quelli che dichiarano di avere maggiori difficoltà nel parlare con i genitori di cosa li preoccupa. Hanno problemi di comunicazione con la famiglia soprattutto gli studenti che presentano una tendenza rischiosa al ritiro sociale. Lo dichiara il 78 percento di chi frequenta le superiori che soffre di questo disagio. E il 72 percento di chi frequenta le medie.

 

«L’utilità della ricerca è che non è uno sforzo di tipo accademico, che pure sarebbe apprezzabile, ma che potrà essere opportunamente utilizzata. Può essere uno strumento ottimo di conoscenza e identificazione delle fragilità. A disposizione innanzitutto degli operatori, poi della scuola e poi della famiglia», ha dichiarato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano durante la presentazione del report dell’Iss e della della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Per Marcello Salvato, sottosegretario alla Salute, «far tornare nella scuola una figura chiave come quella del medico o quella dello psicologo» potrebbe essere una soluzione per alleviale il malessere. Perché, come ha dichiarato il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro è evidente che una parte degli under18 ha delle fragilità che devono essere conosciute e intercettate: «L’Italia ha una durata media di vita tra le più alte, abbiamo 17.700 ultra-centenari. Però la qualità della vita per arrivare a quell’età passa per le scelte, per la prevenzione e per la promozione della salute a partire dalla gestazione e dai primi anni di vita».

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