In Italia, nel 2024, la povertà educativa è ancora una questione di classe, genere e territorio. «A più di 50 anni dalla morte di don Lorenzo Milani, nel Paese della retorica del merito, se sei donna, meridionale e povera non hai le stesse opportunità degli altri». A spiegarlo è Andrea Morniroli, co-coordinatore del Forum Disuguaglianze Diversità, la rete di organizzazioni nata con l’obiettivo di disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che riducano le disuguaglianze, aumentino la giustizia sociale e favoriscano il pieno sviluppo di ogni persona: «Non è un caso se, su cento studenti che escono dalle scuole medie con la media del sette o superiore, il 70 per cento di quelli che poi frequentano il liceo fa parte di una famiglia benestante. Solo il 30 per cento è cresciuto in condizioni di vulnerabilità economica».
A certificare il divario di opportunità di partenza che marca i cittadini in base al luogo di nascita, al contesto familiare e al genere ci sono innumerevoli studi. Tra questi, l’ultimo report dell’ong Save the Children, che per prima in Italia ha introdotto il concetto di «povertà educativa», definita come «la privazione per i bambini e gli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni». Con l’obiettivo di evidenziare che sia le carenze materiali sia quelle nella crescita educativa, fisica e socio-emozionale limitano lo sviluppo.
Dal report del 2022 si capisce, infatti, che i minori in povertà assoluta nel Paese sono un milione e 300 mila e che il dato cresce ogni anno da quando c’è stata la pandemia di Covid assieme a quello di bambini e adolescenti a rischio povertà ed esclusione sociale (uno su quattro). Al contempo, si evince che chi vive in famiglie con risorse finanziarie molto limitate ottiene punteggi più bassi nelle indagini che rilevano le competenze a scuola. E ha maggiori probabilità di abbandonare gli studi prematuramente.
Ma non basta. Dallo studio emerge anche come il percorso scolastico non sia il solo strumento necessario alla costruzione del futuro del minore. Perché anche l’accesso, per esempio, all’attività sportiva o ai luoghi della cultura è un fattore rilevante per garantire la crescita libera della persona. Eppure, il 67 per cento dei minori non è mai stato a teatro, il 62 per cento non ha mai visitato un sito archeologico, quasi il 50 per cento non è mai entrato in un museo né ha visto una mostra, mentre il 48 non ha letto alcun un libro scolastico.
«È necessario un cambio di passo nelle politiche dedicate al contrasto della povertà educativa». A sostenerlo assieme a Save the Children ci sono Forum Disuguaglianze Diversità e Yolk che, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, hanno promosso il progetto “Futura”: una sperimentazione che punta a costruire nuovi strumenti per offrire alle donne tra i 13 e i 24 anni un sostegno concreto verso l’emancipazione. Per ora in tre territori – Napoli, Roma e Venezia – grazie all’operato di cooperative sociali e onlus come Dedalus, BeFree, Asinitas e Itaca, per contribuire a rimuovere gli ostacoli che impediscono a chi vive in condizioni di svantaggio di realizzare le proprie aspirazioni.
«Come nel caso di Amalia (nome di fantasia, ndr) che voleva frequentare la facoltà di Informatica, ma non aveva le risorse per farlo. Così, d’accordo con lei, con i suoi docenti delle superiori e con i nostri operatori, abbiamo deciso di comprarle il computer, l’abbonamento del bus per raggiungere l’università, e di sostenerla nell’acquisto dei libri. “Futura” offre risorse economiche molto flessibili da declinare in base a un programma che diventa un contratto sociale tra la beneficiaria, l’ente che la segue e il progetto». Come sottolinea Morniroli, «l’85 per cento delle risorse di “Futura” va, sulla base delle necessità concrete, direttamente alle 300 destinatarie, selezionate tra le persone già in carico ai servizi sociali o agli enti del terzo settore di ciascun territorio. In modo che ricevano non solo il sostegno economico, ma anche un piano personalizzato di supporto».
Con lo scopo – com’è emerso durante l’evento “Spacciatori di opportunità” che si è svolto a Napoli l’8 febbraio per presentare i progressi di “Futura” a un anno dal lancio – di costruire reti solide tra le organizzazioni che operano nelle aree coinvolte. Ma soprattutto di mostrare alle istituzioni i risultati raggiunti affinché possano fungere, se ritenuti efficaci, da linee guida per lo sviluppo di politiche pubbliche contro la povertà educativa su tutto il territorio nazionale. Visto che quelle messe in campo fino a oggi, a guardare i dati degli ultimi dieci anni, non sembrano essere state sufficientemente efficaci nel ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali del Paese. A cui si sovrappone il divario di genere che penalizza le donne nell’accesso al mondo del lavoro, sebbene nel percorso scolastico conseguano risultati più brillanti.
«La povertà educativa femminile è un fattore critico attuale che avrà ripercussioni gravi in futuro, per questo abbiamo deciso di sostenere il progetto “Futura”, offrendo alle giovani donne percorsi formativi, servizi fondamentali come il baby-sitting, beni come computer, smartphone, arredi. E impegnandoci attivamente sia nella fase progettuale sia nel seguire l’evoluzione sui territori. È un lavoro che richiede tempo e capacità di dialogo, ma è ampiamente ripagato dai risultati», dice Paolo Bonassi, responsabile Iniziative strategiche e Social Impact di Intesa Sanpaolo. Che sottolinea come agire nel sociale non rappresenti solo un impegno morale per i soggetti privati che vogliono contribuire al benessere del Paese, ma una necessità: «Un’economia dinamica, moderna, sana e costruttiva deve mirare a ridurre le disuguaglianze, con particolare attenzione ai soggetti più deboli e fragili. I divari sono un ostacolo alla crescita».