Migranti

L'odissea delle laureate afgane: fuggite da un Paese che odia le donne, in Italia non possono lavorare

di Marzia Minore   30 maggio 2024

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Perseguitata dai talebani, Haya è andata via dall’Afghanistan. A Kabul dirigeva la facoltà di ostetricia ma a Roma ha fatto le pulizie. Lo stesso destino di chirurghe, dentiste, psicologhe. Perché per i rifugiati farsi riconoscere i titoli di studio è un’impresa

È un giorno importante per Haya, rifugiata afghana che vive a Roma: ha finalmente ottenuto dal ministero della Salute il riconoscimento professionale come ostetrica. Accanto a lei, però, tante altre donne aspettano. Fuggite nel 2021 dal regime dei Talebani, in Italia, a causa di un’intricata burocrazia, non possono ancora lavorare. Minuta, un sorriso dolce, Haya (nome di fantasia) ha 40 anni.

 

 Dalle sue parole e dallo sguardo acuto si intuiscono forza e tenacia.  Ginecologa e ostetrica, ha studiato Medicina in Iran, ha un dottorato e pubblicazioni internazionali. Con fatica si era costruita una carriera brillante nel suo Paese. «Mi sono occupata tutta la vita della  salute delle donne –  racconta  – Ho diretto la facoltà di Ostetricia dell’Università di Kabul. Poi ho aperto la mia clinica privata: seguivamo adolescenti, donne in gravidanza, donne in menopausa».

 

Nel 2021, a Kabul, ha cercato un dialogo con i Talebani, portando avanti richieste sulla salute delle donne, ma è stato inutile. «Allora – ricorda – siamo scese in piazza. Indossavamo vestiti colorati, non volevamo il burka e gli abiti neri. Chiedevamo di studiare e lavorare, ci hanno sparato addosso». 

 

In poche settimane tutto precipita. «Dopo la manifestazione i Talebani hanno attaccato la mia clinica, sono entrati rompendo i vetri. Sono riuscita a scappare, con mio marito siamo arrivati alla frontiera con il Pakistan. Ci hanno picchiato ma alla fine siamo passati e tramite l’ambasciata italiana siamo arrivati a Roma».

 

Doveva essere una nuova vita, è un’odissea. Haya, che ha lo status di rifugiata ed è ospitata in un istituto religioso, non sapeva come far valere i suoi titoli. «Sono andata al ministero degli Esteri, poi al ministero della Salute. Ho parlato con tante associazioni, nessuno mi ha detto se e quando avrei lavorato». 

 

Quasi tre anni passati nell’incertezza. Intanto suo marito ha iniziato un tirocinio di barista, lei ha trovato, come unico impiego, fare le pulizie ad ore. Oggi si sente felice, con il riconoscimento, la meta  si avvicina:  per esercitare, dovrà fare domanda all’Ordine della Professione Ostetrica e dimostrare la sua conoscenza dell’italiano.

 

«Conosco – dice – tante afghane che non possono fare il loro lavoro in Italia: dentiste, chirurghe, infermiere, psicologhe». Preparate, determinate, queste donne hanno conquistato la loro professione e i loro diritti. Tutto il mondo ha parlato dell'oppressione delle donne in Afghanistan ma le rifugiate in Italia sono invisibili, vivono in un limbo. Le supportano alcune associazioni, tra cui Nove-Caring Humans.

 

Haya e altre donne hanno fondato esse stesse un’associazione di solidarietà, una rete tra afghane espatriate:  si scambiano informazioni e si aiutano: «Ma siamo scoraggiate, molte vorrebbero andare via. Abbiamo amiche in Germania e in Svezia che lavorano».

 

Il processo di riconoscimento dei titoli di studio e professionali è lungo e complicato. «La normativa è una giungla», dice Juri Di Molfetta, che lavora a Torino nella onlus “A pieno titolo”, specializzata nel settore (seguono più di 200 persone all'anno). Esiste anche un ente istituzionale, il Cimea. «Arrivano tanti professionisti dai Paesi terzi: ingegneri, agronomi, medici, fisioterapisti. Per riconoscere un titolo professionale, un rifugiato deve chiedere tramite il Maeci, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, la “dichiarazione di valore”, con le informazioni su studi e qualifiche ottenute nel suo Paese: questa arriva dopo circa un anno. Poi farà domanda al ministero competente», aggiunge Juri Di Molfetta.

 

L’intero percorso può durare anni, in particolare in ambito medico. Per Haya, una volta portati i documenti al ministero, ci sono voluti alcuni mesi ma può andare peggio. «Il ministero della Salute dovrebbe  rispondere entro 120 giorni, ma può impiegare un anno o più. La risposta può essere positiva, negativa oppure, quasi sempre, viene chiesta un’integrazione: un tirocinio o degli esami. Certo, bisogna valutare con attenzione le competenze, ma ci sono casi assurdi. Ho seguito un medico della Costa d’Avorio che si è dovuto rilaureare e ha impiegato dieci anni per recuperare la  professione».

 

Chi fugge da un Paese in guerra o è un perseguitato politico, quando ottiene lo status di rifugiato non ha informazioni chiare sul riconoscimento. Si deve districare come può, senza conoscere lingua e burocrazia, e questo rallenta i tempi. Inoltre, come spiega Di Molfetta, «in Afghanistan, come in altri Paesi sotto regime o in guerra, non c’è una rappresentanza diplomatica che possa produrre la dichiarazione di valore. Bisogna portare i documenti direttamente al ministero, ma chi  è fuggito può non avere tutto con sé».

 

Proprio per i rifugiati, il Consiglio d’Europa ha creato un sistema più veloce, un “passaporto europeo delle qualifiche” (Eqpr), ma pochi lo usano. In Italia, con il DL 21 del 2022, è stato riconosciuto per lavorare temporaneamente in campo medico, ma solo per i cittadini ucraini.

 

Roya (nome di fantasia), amica di Haya, sta ancora aspettando.  Parla bene l’inglese e in questi anni ha imparato l’italiano, a Kabul era chirurgo e ricercatrice universitaria. «Ho studiato sette anni di medicina, cinque di specializzazione, due di master. Ho chiesto il riconoscimento dei titoli, ho pagato le traduzioni, non so ancora nulla». Nell'attesa, a Roma frequenta un master in Studi sulla Pace e lavora come mediatrice culturale: «È un lavoro che mi piace, ma non è il mio: io sono un chirurgo». 

 

Le sue parole vanno dritte al segno. «Le donne afghane hanno un’alta formazione, non sono arrivate in Italia  per  motivi economici. Abbiamo lasciato il nostro Paese perché non potevamo lavorare ma non lavoriamo neanche qui. Il sistema funziona solo per impieghi poco qualificati, non è pronto per noi».