Attualità
6 ottobre, 2025Lavorare su una nuova identità del genere maschile, finora adagiata sul patriarcato. È lo scopo di Mica Macho. "Cari maschi, educhiamoci a ripensarci"
Il patriarcato si rivela con molteplici aspetti. Dai più beceri, ovvero femminicidi, violenze sessuali, ai più silenziosi, come le sperimentazioni dei farmaci che vengono tarate principalmente sui bisogni maschili. Succede perché c’è un soggetto, l’uomo, che ha governato per secoli la società escludendo la donna. Rendere il genere maschile oggetto della discussione può offrire una prospettiva in più sul reiterarsi di questa disparità. Ed è la missione dell’associazione Mica Macho e del festival Hey Man, organizzato con il sostegno del Comune di Milano. Non sono mancate le polemiche: qualcuno teme che parlare di maschile occupi uno spazio destinato alle donne per le necessarie battaglie femministe.
Si arriverà più tardi alla questione. Prima, è la storia di Gabriele Guadagna, 30 anni, a restituire l’urgenza di un coinvolgimento diretto degli uomini e di un’assunzione di consapevolezza sull’identità maschile per cambiare il paradigma patriarcale. Guadagna era un cosiddetto incel, un celibe involontario. «Frequentavo il liceo. I primi social network, i forum: trovavo su Internet lo sfogo per il mio ritardo con le esperienze sessuali. Mi sentivo inferiore rispetto ai miei coetanei, in competizione con gli altri corpi maschili».
E in questa sofferenza, Guadagna iniziò a elaborare delle teorie simili a quelle di altri adolescenti online, che i più belli, i più ricchi avevano successo con le ragazze e quindi nella vita. «Ero cresciuto con l’illusione che l’anima era più importante del corpo. Durante l’adolescenza, il rifiuto di un’amica con cui volevo stabilire una relazione ha rotto questa illusione provocando in me rabbia». Guadagna sentiva di far parte di un gruppo di oppressi, marginalizzati.
Su Facebook, Guadagna è entrato in contatto con la red pill, cioè quell’idea secondo cui esiste un mondo di inconsapevoli e poi loro, gli incel che hanno compreso tutto, che la loro frustrazione sessuale è figlia di una società che premia la bellezza e il privilegio economico nell’ambito delle relazioni. Poi, però, un commento sessista pubblicato in un gruppo di amici virtuali ha generato in lui un’epifania. Una ragazza gli ha fatto notare che stava scadendo in un pensiero maschilista e lui ha cominciato a vedere la degenerazione intorno a sé: «Toccare un’amica senza il suo consenso, prendere in giro un amico perché si comportava in maniera sdolcinata: stavo male per questi comportamenti. Ero infuriato con la società, ma le risposte che gli incel più radicali davano erano misogine. E io, che avevo preso a studiare le teorie femministe, non potevo più accettarle». Insieme, intorno ai vent’anni, è arrivata la prima esperienza sessuale e la storia di Guadagna ha assunto una piega diversa. «Non so dove sarei oggi se non fossi stato amato. Ero arrabbiato e se non avessi avuto modo di sperimentare l’amore, credo sarebbe stato difficile uscire da quella gabbia mentale».
Ha fatto ingresso nell’associazione Mica Macho ed è qui che ha potuto affrontare il tema dell’identità maschile. Oggi, in terapia, lavora ancora su quel germe di rancore verso la figura femminile. «Ciò che mi ha salvato è stato trovare delle persone che hanno speso tempo per accompagnarmi verso un ragionamento più approfondito. Serve un’educazione affettiva e sessuale già a scuola, perché se c’è qualcuno in grado di recepire la tua sofferenza e aiutarti, viene meno la necessità di essere ascoltati online in gruppi dove radicalizzarsi è semplice». Sui social, la galassia incel è variegata e non è inequivocabilmente misogina. «Frequento ancora dei gruppi incel e c’è chi ne fa parte senza intenzioni violente. C’è chi invoca la fine del linguaggio maschilista, affinché tutti gli incel vengano presi sul serio anche nel mondo esterno. Tuttavia, tende a prevalere in questi gruppi la polarizzazione delle idee. L’odio verso le donne viene fomentato e se le difendi rischi di essere estromesso».
Guadagna ha raccontato la sua storia durante un panel del festival Hey Man, iniziativa volta al maschile ma che si confronta anche con esperte come Beatrice Petrella, giornalista che dal 2014 ha iniziato ad analizzare la comunità incel. «Sì, la misoginia è prevalente in questi gruppi, perché è la risposta più semplice alla solitudine di chi non riesce ad avere una relazione. La comunità incel non ti aiuta a riflettere sulla tua situazione come potrebbe fare un terapista, ma ti fornisce una zona di comfort, in cui smetti di essere tu il centro della questione ed esternalizzi il problema sulle donne. I ragazzi restano impantanati in un impianto ideologico dove l’algoritmo comprende prima del mondo esterno cosa proporti, l’Andrew Tate di turno».
Giacomo Zani, presidente di Mica Macho e organizzatore del festival Hey Man, comprende le preoccupazioni che un lavoro sull’identità maschile possa spostare l’attenzione dalle istanze femministe. Ma rivendica: «Noi siamo femministi ed è per questo che ci impegniamo affinché ci sia un coinvolgimento pieno degli uomini in queste battaglie. Rifiutiamo una lotta tra generi perché è proprio dalla mancata assunzione di responsabilità degli uomini che nascono modelli tossici». E il maschile è finito per diventare un tema abdicato dai progressisti, mentre «i movimenti reazionari di destra l’hanno monopolizzato». Fortunatamente, afferma, i ruoli di genere stanno cambiando «e c’è bisogno di trovare una nuova identità del genere maschile, che prima si adagiava sul patriarcato». Gli uomini, conclude, «sono soggetti attivi della violenza sulle donne, della violenza contro le persone queer. Avviare un dialogo per cambiare l’identità maschile può offrire un’ulteriore prospettiva verso la parità di genere».
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Perché dico No - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 20 marzo, è disponibile in edicola e in app



