Attualità
19 febbraio, 2026Grace, nigeriana vittima di tratta. Un bambino in affido. Quando le hanno tolto la seconda si è uccisa. La sua colpa? “Solo quella di essere povera e nera”, dicono le ostetriche di Novara
La chiesa in cui si celebra il funerale di Grace (nome fittizio) in un piccolo comune del Vercellese è troppo grande per il vuoto che contiene. Non c’è la famiglia. Non c’è il figlio di poco più di un anno. Non c’è la sua neonata, strappatale a pochi giorni dalla nascita. Non c’è nemmeno la primogenita rimasta in Nigeria, quella per cui Grace mandava a casa i soldi per la scuola. Ci sono undici firme sul libro dei ricordi. I parenti, informati via Whatsapp dalle assistenti sociali, avevano chiesto di rinviare il funerale di un giorno per permettere a chi la amava – un cugino e una cugina che vivono nel Milanese – di arrivare. Dopotutto dal suicidio era già passato un mese e mezzo, la risposta: “No”.
Grace, 33 anni, sopravvissuta a tratta e violenza domestica, si impicca con una sciarpa gialla la notte del 6 settembre 2025. Il giorno prima le hanno portato via la figlia neonata, dopo averle già tolto un altro bambino. «Avrete il mio sangue sulle vostre mani», aveva detto.
Nata a Benin City, in Nigeria, seconda di sette fratelli, arriva in Italia nel 2015 «per cercare la sua via e aiutare la famiglia». «Non eravamo molto ricchi», racconta la sorella da Abu Dhabi. Ottiene la protezione internazionale, documenti e residenza, non un impiego a tempo indeterminato. Lavora però, manda soldi alla figlia.
Nel 2024 è incinta del secondo figlio, il primo qui in Italia. Ma Grace è sola, in fuga dal padre del bambino, di cui si perdono le tracce. Va in un centro antiviolenza, entrano in scena i servizi sociali e lei accetta una sistemazione protetta. Quando il piccolo nasce, le poche certezze vacillano. Ha paura, senza una residenza ufficiale, di non poter dichiarare il figlio. Un connazionale, Robert, si offre di ospitare lei e il bambino. Per la donna è la soluzione all’incubo della residenza. L’assistente sociale propone una visita «solo per capire se va bene». La verifica non va bene e su segnalazione dei servizi sociali il tribunale dei minorenni di Torino dispone il collocamento del bambino in affido temporaneo. Grace prende «i mezzi pubblici tutti i giorni insieme al figlio, facendolo stare tante ore fuori, esponendolo a temperature basse e riportandolo a casa a tardi», si legge nella relazione.
Al primo tentativo di prelievo del piccolo, Grace si oppone, urla, accusa i servizi di non averle dato una vera residenza. Imputa tutto alla questione dei documenti. Lei e il piccolo vengono ricoverati nella “Stanza Rosa” dell’ospedale di Vercelli. Tre giorni dopo, con un pretesto, l’assistente sociale dell’ospedale con la collega del Consorzio per l’attività socio assistenziale Casa di Gattinara, che segue Grace da tempo, le portano via il bimbo. Quando lei se ne accorge tenta di fermare i poliziotti. Viene sedata.
Accetta di stare in una casa famiglia con la promessa di rivedere il figlio. Non accadrà. Nei mesi successivi è ricoverata due volte in psichiatria, la diagnosi è «disturbo di personalità istrionica»: viene definita fragile, ma non grave, dimessa con ansiolitici «al bisogno». Poi viene ricoverata di nuovo: avrebbe tentato di farsi investire. In cartella clinica i «vissuti demoralizzanti» per «l’allontanamento del figlio». Intanto Grace è di nuovo incinta, il padre è Robert. Quando a Novara, all’ospedale Maggiore, nasce la bimba – parto indotto, Grace è diabetica – le dà il nome di un assistente sociale di cui si fida. Nessuna anomalia, atteggiamento «adeguato», buona relazione madre-figlia, dice la valutazione psichiatrica. Per le ostetriche l’allattamento funziona, l’«accudimento è esemplare».
Ma lo stesso giorno parte una segnalazione urgente. Con due mail, la Casa di Gattinara e la procura minorile chiedono di non dimettere Grace in attesa di un decreto del tribunale. Che arriva: sospensione della responsabilità genitoriale, apertura della procedura per stato di abbandono della bimba. Grace è definita incapace di collaborare, già inadempiente con il primo figlio. «Non ha più chiesto di lui», dicono i servizi sociali.
La sorella racconta altro: ha chiesto incessantemente e trovato un muro. Le consegnano solo la foto del primo compleanno del bimbo con i regali che lei gli ha mandato. Il 5 settembre anche la neonata viene portata via, mentre Grace è in videochiamata con la sorella: è lei a raccontare di una scena violenta e umiliazioni. Al momento del prelievo è presente, dice a L’Espresso il direttore generale dell'Aou Maggiore della Carità di Novara Stefano Scarpetta, «tutto il team multidisciplinare del Dipartimento Materno Infantile» per «sostegno, supporto e accudimento di mamma e bambina». Le ostetriche scriveranno all’ospedale parlando di una gestione «deplorevole», frasi denigranti e assistenti sociali «impreparate» a prendere in carico la bimba. Che viene trasferita d’urgenza in patologia neonatale. Grace piange, invoca aiuto. Lo psichiatra esclude un ricovero in Tso: non ci sono «elementi psicopatologici acuti. È ancora piangente e addolorata per la notizia dell’allontanamento della figlia», dice il referto. Che esclude «verbalizzazioni o ideazione anticonservativa», cioè voglia di farla finita. Grace viene dimessa intorno alle 20. Vaga confusa per l’ospedale. Poi qualcuno l’accompagna nell’alloggio in cui l’hanno sistemata. E lei, dopo qualche ora, si impicca.
Le ostetriche lo scoprono quando una di loro chiama per informarsi della donna a cui tutto il reparto si è affezionato. «Perché ci fanno fare le relazioni se poi strappano i neonati alle madri?», racconta un’ostetrica. «E non è la prima volta: con le colleghe, tempo fa, siamo riuscite a sventare il prelievo di un altro bimbo. La colpa della madre è sempre la stessa: essere nera e povera».
«Aveva denunciato che il padre della bambina era violento, ma poi diceva che voleva fargli riconoscere la piccola», spiega Emanuela Avezzù, procuratrice minorile di Torino: il timore era che tornasse da lui in condizioni non protette. Tutto, assicura, è stato fatto pensando alla minore, in situazione di grande complessità. «Le sono state date tutte le possibilità di stare con la bimba: non le ha accettate, con condotte di plateale opposizione».
Secondo le ostetriche, però, Grace aveva mandato una lettera alla pm in cui si diceva pronta a essere collocata in casa famiglia e supportata.
Il Consorzio Casa, che gestisce i servizi socio-assistenziali della zona e che segue Grace da tempo, «non può destinare nell’immediatezza risorse a richieste estemporanee di terzi» e non ha al momento risposto alle domande de L’Espresso, chiedendo più giorni.
Grace «è stata strappata a sua figlia e lasciata sola nella disperazione», scrivono MaternaMente e MovimentiAMOci Vicenza, collettivi che denunciano la «violenza istituzionale» su donne e madri. «Per porre fine a un sistema che ha dimostrato tragiche inefficienze abbiamo lanciato una petizione» per «una riforma radicale dei servizi sociali», dice Vincent Idele-Iyen, presidente di Nigerian Union Italy. L’associazione parla da tempo di adozioni facili, bambini e bambine tolti a famiglie migranti considerate fragili per definizione.
«Era la mia migliore amica», dice tra le lacrime la sorella guardando le foto di quei nipoti che non la conosceranno mai. Di lei, della madre, della prima figlia in Nigeria, dei cugini che vivono in Italia non c’è traccia nelle carte. «Vogliamo giustizia, e che quei bambini sappiano chi era la loro mamma».

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